L’articolo del Corriere della Sera (consultabile qui: https://www.corriere.it/opinioni/26_maggio_11/il-genetista-remigrazione-vi-spiego-perche-non-e-una-parola-scientifica-9080c1c5-fb5d-4f38-a913-597633334xlk.shtml) affronta il tema della “remigrazione” da una prospettiva scientifica, contestando l’utilizzo del termine sul piano biologico e genetico.
La critica, sotto questo profilo, è corretta.
“Remigrazione” non è un concetto scientifico in senso genetico o antropologico. Non descrive popolazioni, patrimoni biologici o categorie umane definite secondo parametri scientifici. È un termine politico e ideologico, nato all’interno di un preciso dibattito contemporaneo.
Ma proprio qui emerge il punto centrale.
Il problema non è stabilire se la parola sia “scientifica”.
Il problema è evitare che il dibattito sull’immigrazione venga spostato sul terreno biologico o identitario, perché è un terreno giuridicamente pericoloso e concettualmente sbagliato.
L’immigrazione non è una questione genetica.
È una questione ordinamentale.
Quando si introducono categorie biologiche nel discorso pubblico sull’immigrazione, il rischio è immediato: trasformare il tema della permanenza sul territorio da questione di comportamento e integrazione a questione di appartenenza. Ed è proprio questo passaggio che entra in collisione con i principi costituzionali e sovranazionali.
Per questo è essenziale distinguere concetti che nel dibattito vengono continuamente sovrapposti.
Un conto è una visione identitaria della “remigrazione”, che tende a ragionare in termini collettivi o culturali; altro conto è un sistema giuridico che collega il soggiorno a criteri oggettivi e verificabili di integrazione.
Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, infatti, il punto non è l’origine etnica, biologica o culturale del soggetto. Il punto è il rapporto tra individuo e ordinamento: lavoro, conoscenza linguistica, rispetto delle regole, partecipazione reale alla vita sociale.
La differenza è radicale.
Nel primo caso, il criterio è l’appartenenza.
Nel secondo caso, il criterio è il comportamento.
Ed è questa distinzione che il dibattito pubblico continua a perdere.
L’articolo del Corriere coglie correttamente il problema dell’abuso di categorie pseudoscientifiche. Tuttavia, rischia indirettamente di lasciare intendere che qualsiasi riflessione sulla permanenza o sull’allontanamento sia inevitabilmente collegata a quella visione.
Non è così.
Il diritto dell’immigrazione ha sempre previsto criteri di ingresso, permanenza ed espulsione. La vera questione è su quali basi questi criteri vengano costruiti.
Se vengono fondati sull’identità, il sistema degenera.
Se vengono fondati sull’integrazione verificabile, il sistema torna sul piano del diritto.
Ed è proprio questo passaggio che oggi manca nel dibattito europeo: la capacità di uscire sia dalla retorica biologica sia da quella puramente morale, per ricondurre l’immigrazione dentro un quadro normativo coerente e razionale.

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