Il caso emerso a Blackburn, nel Regno Unito, relativo alla candidatura al consiglio comunale di una donna che indossa il burqa, non è un episodio marginale né una semplice curiosità mediatica. È, al contrario, un fatto che impone una riflessione seria sullo stato dell’integrazione nelle democrazie europee e, in particolare, sul modello britannico.
Per lungo tempo il Regno Unito ha rappresentato il paradigma del multiculturalismo liberale: un sistema fondato sull’idea che la convivenza tra culture diverse potesse realizzarsi attraverso il riconoscimento delle identità, senza necessità di un’effettiva convergenza sui modelli sociali e culturali. In questo schema, la libertà individuale è stata interpretata in senso prevalentemente formale, come assenza di interferenza da parte dello Stato.
Il caso di Blackburn dimostra però il limite strutturale di questo approccio.
La presenza, nello spazio pubblico politico, di una candidata che indossa un simbolo così fortemente connotato come il burqa non può essere liquidata come una semplice espressione di libertà individuale. Non perché la libertà religiosa non debba essere tutelata, ma perché la partecipazione alla vita pubblica presuppone condizioni sostanziali di integrazione che non possono essere ignorate.
Il punto non è il simbolo in sé, ma ciò che esso rappresenta nel contesto sociale. Il burqa, in molte realtà, non è solo un’espressione identitaria, ma anche il prodotto di dinamiche sociali e culturali che incidono sull’autodeterminazione della persona, in particolare della donna. Negare questa dimensione significa rinunciare a comprendere la realtà.
Il corto circuito dell’integrazione emerge proprio qui: nel momento in cui il sistema accetta come pienamente integrata una situazione che, in realtà, non è stata mai verificata sotto il profilo sostanziale.
Il modello britannico mostra così tutta la sua debolezza. Da un lato, proclama la libertà individuale; dall’altro, rinuncia a verificare se tale libertà sia effettiva o solo apparente. Da un lato, accetta ogni manifestazione culturale nello spazio pubblico; dall’altro, non si dota di strumenti per valutare il grado reale di integrazione.
Il risultato è una forma di tolleranza passiva che non governa il fenomeno migratorio, ma lo subisce.
In questo senso, il caso Blackburn non è un’eccezione, ma il sintomo di un problema più ampio: l’assenza di un criterio oggettivo di integrazione. Senza tale criterio, ogni situazione viene interpretata in modo ideologico, oscillando tra accettazione acritica e rifiuto indiscriminato.
È proprio questo spazio che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione intende colmare.
A differenza del multiculturalismo passivo, questo paradigma non si fonda né sull’assimilazione forzata né sulla semplice tolleranza. Esso introduce un criterio chiaro e verificabile: la permanenza nello Stato è legata alla capacità di integrazione reale, misurata attraverso elementi concreti quali il lavoro, la conoscenza della lingua e il rispetto delle regole.
In questa prospettiva, il problema del burqa non viene affrontato in termini ideologici, ma funzionali. Non si tratta di vietare un simbolo, ma di verificare se la persona che lo indossa sia pienamente inserita nel contesto sociale, se sia in grado di esercitare diritti e assumere responsabilità in modo autonomo e consapevole.
Il caso britannico dimostra cosa accade quando questa verifica non viene effettuata.
Per l’Italia, la lezione è evidente. Replicare il modello inglese significherebbe accettare una progressiva perdita di controllo sul processo di integrazione, con conseguenze inevitabili sulla coesione sociale. Al contrario, adottare un paradigma fondato sulla verifica dell’integrazione consentirebbe di governare il fenomeno migratorio in modo razionale, evitando derive ideologiche e conflitti sociali.
Non si tratta di limitare la libertà, ma di garantirne l’effettività.
Ed è proprio qui che si gioca la differenza tra una società che si limita a proclamare i propri valori e una società che è in grado di renderli concreti.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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