Nei giorni scorsi ho già avuto modo di sostenere, sulle pagine di ReImmigrazione, la necessità di istituire un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione, evidenziando come l’attuale assetto istituzionale italiano presenti una evidente frammentazione delle competenze e una sostanziale assenza di una cabina di regia nazionale dedicata ai processi di integrazione.
Ho affrontato questo tema negli articoli:
https://reimmigrazione.com/2026/06/04/perche-serve-un-ministero-dellintegrazione-e-della-reimmigrazione/
e
https://reimmigrazione.com/2026/06/05/il-ministero-dellintegrazione-e-della-reimmigrazione-una-proposta-per-litalia/
A distanza di pochi giorni ritengo tuttavia necessario tornare sull’argomento, perché il dibattito politico ed europeo continua paradossalmente a confermare la fondatezza di questa proposta.
Mentre l’Unione Europea celebra l’entrata in vigore del nuovo Patto Migrazione e Asilo e mentre il confronto pubblico continua a concentrarsi su frontiere, procedure accelerate, trattenimento, rimpatri e sicurezza, permane infatti una domanda alla quale nessuno sembra voler rispondere: chi si occupa dell’integrazione?
Non in termini astratti o propagandistici, ma come funzione pubblica stabile, continuativa e misurabile.
La verità è che l’intero sistema migratorio italiano ed europeo continua ad essere costruito attorno alla gestione degli ingressi e delle uscite dal territorio. Le istituzioni discutono di chi possa entrare, di chi abbia diritto alla protezione internazionale, di chi debba essere rimpatriato e di quali strumenti utilizzare per rendere più efficaci i controlli. Tutto ciò è certamente importante, ma lascia scoperta la fase più lunga e più delicata dell’intero percorso migratorio: quella che riguarda la permanenza dello straniero all’interno della comunità nazionale.
È proprio in questa fase che si determina il successo o il fallimento di una politica migratoria.
Una persona può entrare regolarmente nel territorio dello Stato, ottenere un titolo di soggiorno e permanere per molti anni senza che esista alcun sistema realmente strutturato capace di valutare il suo percorso di integrazione. Allo stesso modo, una persona può costruire un significativo radicamento sociale, familiare e lavorativo senza che lo Stato disponga di strumenti adeguati per valorizzare e monitorare tale percorso.
Questa situazione è il risultato di una precisa impostazione culturale che continua a considerare l’immigrazione prevalentemente come una questione di sicurezza, di assistenza o di economia.
Si tratta di una visione che, a mio avviso, deve essere superata.
Per troppo tempo l’immigrazione è stata interpretata quasi esclusivamente attraverso il prisma del mercato del lavoro. Si è discusso di quote, di fabbisogni occupazionali, di carenza di manodopera, di contributi previdenziali e di sostenibilità demografica, come se il fenomeno migratorio potesse essere ridotto a una semplice variabile economica.
Eppure una comunità politica non è soltanto un mercato.
Uno Stato non può limitarsi a chiedersi quanti lavoratori servano alle imprese o quanti contributi siano necessari per sostenere il sistema pensionistico. Deve interrogarsi anche sulla qualità della convivenza civile, sulla capacità di costruire percorsi di integrazione e sulla tenuta sociale del proprio modello di cittadinanza.
È precisamente da questa esigenza che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Un paradigma che non considera l’integrazione come una formula retorica o come un generico obiettivo politico, ma come il criterio centrale attorno al quale organizzare l’intera politica migratoria.
Se l’integrazione rappresenta il cuore del sistema, appare allora evidente come sia necessario dotarsi di una struttura istituzionale specificamente dedicata a questa funzione.
Nessuno metterebbe in discussione l’esistenza di un Ministero dell’Istruzione per governare il sistema scolastico o di un Ministero della Salute per coordinare le politiche sanitarie. Allo stesso modo, se l’integrazione costituisce una delle principali sfide del XXI secolo, non si comprende per quale ragione essa debba continuare ad essere dispersa tra competenze frammentate attribuite al Ministero dell’Interno, al Ministero del Lavoro, al Ministero dell’Istruzione, alle Prefetture, alle Regioni e agli enti locali.
L’istituzione di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione rappresenterebbe innanzitutto il riconoscimento politico di una realtà ormai evidente: l’integrazione è una funzione pubblica autonoma e strategica.
Un simile Ministero potrebbe elaborare indicatori nazionali di integrazione, monitorare i percorsi individuali e collettivi, coordinare le politiche territoriali, promuovere la diffusione della lingua italiana, raccogliere dati omogenei sull’evoluzione del fenomeno migratorio e sviluppare strumenti di valutazione capaci di misurare concretamente il livello di integrazione raggiunto.
Parallelamente, esso potrebbe gestire i percorsi di ReImmigrazione, intesi non come strumenti punitivi o ideologici, ma come l’esito residuale di situazioni nelle quali il processo di integrazione non si sia realizzato o sia stato consapevolmente rifiutato.
L’integrazione e la ReImmigrazione non costituiscono infatti due concetti antagonisti. Rappresentano piuttosto le due componenti di un medesimo modello. La prima è l’obiettivo prioritario e ordinario. La seconda costituisce la conseguenza eventuale del mancato raggiungimento di tale obiettivo.
Per questa ragione continuo a ritenere che il dibattito pubblico italiano stia guardando nella direzione sbagliata. Mentre l’attenzione politica si concentra quasi esclusivamente sugli sbarchi, sui CPR, sui rimpatri e sulle procedure di asilo, la questione decisiva rimane sostanzialmente priva di un referente istituzionale.
Finché non esisterà un soggetto pubblico incaricato di governare, monitorare e valutare i processi di integrazione, l’Italia continuerà a possedere una politica dell’ingresso e una politica dell’espulsione, ma non una vera politica dell’integrazione.
Ed è proprio per colmare questa lacuna che ritengo oggi più che mai necessaria l’istituzione di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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