“Immigrazione e welfare: la profezia di Friedman e il caos della sanatoria spagnola” – il problema non è il welfare, ma l’assenza di un criterio giuridico di integrazione

L’articolo di Scenari Economici (consultabile qui: https://scenarieconomici.it/immigrazione-e-welfare-la-profezia-di-friedman-e-il-caos-della-sanatoria-spagnola/) richiama una tesi ben nota di Milton Friedman: la difficoltà di conciliare immigrazione aperta e Stato sociale.

È un’impostazione che ha una sua coerenza teorica.

Ma, anche qui, il rischio è semplificare eccessivamente il problema.

Il nodo non è l’incompatibilità astratta tra immigrazione e welfare.

Il nodo è come il sistema giuridico governa l’accesso e la permanenza.

L’articolo collega la riflessione teorica alla recente sanatoria spagnola, evidenziandone le criticità. Su questo punto la critica coglie un aspetto reale: una regolarizzazione ampia, sganciata da criteri stringenti di integrazione, rischia di produrre effetti distorsivi, sia sul mercato del lavoro sia sui sistemi di protezione sociale.

Ma fermarsi qui significa perdere il passaggio decisivo.

Non è la sanatoria in sé a generare il problema.

È l’assenza di un criterio selettivo strutturato.

Se la regolarizzazione avviene senza verificare elementi oggettivi – lavoro reale e stabile, inserimento sociale, rispetto delle regole – il sistema trasmette un messaggio chiaro: la permanenza non dipende dall’integrazione, ma dalla presenza.

Ed è questo che crea tensione anche sul piano del welfare.

Perché lo Stato sociale presuppone un equilibrio: diritti e doveri, contribuzione e prestazioni, partecipazione e tutela. Se questo equilibrio viene meno, non per la presenza degli stranieri in quanto tali ma per la mancanza di un filtro giuridico efficace, il sistema entra in sofferenza.

La tesi di Friedman, quindi, va riletta.

Non come un divieto, ma come un monito: senza regole chiare, il sistema non regge.

Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, questo equilibrio viene ricostruito proprio sul piano giuridico. L’accesso e la permanenza non sono indiscriminati, ma collegati a parametri verificabili di integrazione. Il lavoro regolare, in particolare, non è un elemento accessorio, ma il punto di connessione tra immigrazione e welfare.

Chi contribuisce, partecipa.

Chi non lo fa, non può restare in una zona grigia indefinita.

Questo non è un approccio ideologico.

È un principio ordinamentale.

L’articolo coglie un rischio reale, ma lo colloca su un piano teorico generale.

Il punto, invece, è operativo.

Non si tratta di scegliere tra immigrazione e welfare.

Si tratta di costruire un sistema giuridico in cui l’immigrazione sia compatibile con il welfare perché è regolata da criteri chiari, verificabili e coerenti.

Senza questo passaggio, ogni sanatoria – spagnola o di altro tipo – continuerà a essere percepita non come uno strumento di governo, ma come un fattore di ulteriore disordine.

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