L’articolo di Repubblica (consultabile qui: https://www.repubblica.it/commenti/2026/04/22/news/dl_sicurezza_l_immigrazione_come_questione_morale-425297518/) propone una lettura dell’immigrazione come questione prevalentemente morale, spostando il baricentro del dibattito dal piano giuridico a quello etico.
È una scelta interpretativa comprensibile, ma problematica.
Il diritto dell’immigrazione non può essere costruito su categorie morali.
Può certamente tener conto di valori – e in parte lo fa già, basti pensare alla tutela dei diritti fondamentali, al principio di non-refoulement, all’art. 8 CEDU – ma resta un sistema normativo che deve operare attraverso criteri oggettivi, verificabili e applicabili in modo uniforme.
Quando la morale entra come criterio principale, il rischio è immediato: la perdita di prevedibilità.
Ciò che è “giusto” o “ingiusto” non è una categoria giuridica stabile. Varia nel tempo, nello spazio, nel contesto politico e sociale. Un sistema fondato su questa variabilità non può garantire certezza del diritto.
Ed è esattamente ciò che si osserva oggi.
Il dibattito pubblico oscilla continuamente tra approcci opposti: da un lato una visione esclusivamente securitaria, dall’altro una visione esclusivamente etica. In mezzo, però, manca il diritto.
Manca un modello normativo coerente che stabilisca, in modo chiaro, chi può entrare, chi può rimanere e a quali condizioni.
La conseguenza è un sistema frammentato, in cui le decisioni sono spesso influenzate da valutazioni contingenti piuttosto che da criteri strutturati.
L’articolo coglie un elemento reale: l’immigrazione interroga inevitabilmente la coscienza collettiva.
Ma il punto è un altro.
La morale può orientare il legislatore.
Non può sostituirsi alla norma.
Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, questo equilibrio viene ricostruito in modo netto. I valori restano sullo sfondo – dignità della persona, tutela della vita privata e familiare – ma la permanenza sul territorio è collegata a criteri giuridici precisi: integrazione effettiva, lavoro, rispetto delle regole.
In questo modo si evita sia l’arbitrarietà morale sia la rigidità puramente repressiva.
Il sistema torna a essere diritto.
L’articolo, quindi, solleva una questione importante, ma la sviluppa in una direzione che rischia di indebolire proprio ciò che dovrebbe rafforzare.
Perché un sistema che si fonda sulla morale è, inevitabilmente, un sistema incerto.
E nel diritto dell’immigrazione, l’incertezza non è un problema teorico.
È la causa principale delle disfunzioni che oggi si cerca, senza successo, di correggere.

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