Il caso avvenuto a Modena in queste ore rischia di essere affrontato, ancora una volta, esclusivamente come episodio di cronaca o come terreno di scontro politico immediato. In realtà, quanto accaduto impone una riflessione molto più ampia sul modello di integrazione sviluppato negli ultimi decenni in Emilia-Romagna e, più in generale, in una parte significativa dell’Europa occidentale.
L’Emilia-Romagna è stata storicamente considerata uno dei territori simbolo delle politiche di inclusione sociale, dell’accoglienza diffusa e del welfare territoriale. Proprio per questo il caso Modena assume un valore emblematico: dimostra che l’accoglienza amministrativa, da sola, non coincide necessariamente con l’integrazione sostanziale.
Per anni il dibattito pubblico ha dato quasi per scontato che scuola, servizi sociali, accesso sanitario, cittadinanza e inserimento lavorativo fossero sufficienti a produrre automaticamente appartenenza civile e integrazione reale. È il modello che potremmo definire del “multiculturalismo amministrativo”: un sistema nel quale lo Stato e gli enti territoriali gestiscono la convivenza prevalentemente attraverso strumenti burocratici e sociali, senza affrontare fino in fondo il tema dell’appartenenza culturale e civica.
Ed è proprio qui che emerge il punto più delicato della vicenda modenese.
I critici di questa riflessione sosterranno inevitabilmente che il soggetto coinvolto fosse ormai cittadino italiano e che quindi il tema dell’integrazione non possa nemmeno essere posto. Ma, paradossalmente, è proprio questo il vero elemento che trasforma il caso Modena in una cartina di tornasole del modello italiano ed europeo.
Se infatti la cittadinanza viene considerata il punto finale automatico del percorso integrativo, allora ogni discussione sull’integrazione sostanziale diventa impossibile nel momento stesso in cui il soggetto acquisisce formalmente lo status di cittadino. Ma è proprio questa impostazione che il caso Modena mette in crisi.
La cittadinanza formale non può diventare una presunzione assoluta e irreversibile di integrazione reale.
Il problema non riguarda l’origine etnica o nazionale della persona, ma il fatto che il sistema abbia progressivamente smesso di interrogarsi sul significato concreto dell’appartenenza alla comunità nazionale. In altre parole: il dibattito pubblico continua a ragionare quasi esclusivamente in termini amministrativi, mentre l’integrazione reale riguarda dimensioni molto più profonde, che coinvolgono lingua, adesione ai principi costituzionali, equilibrio sociale, rispetto delle regole e rapporto effettivo con la comunità civile.
Il caso Modena dimostra quindi il limite di un modello che per anni ha dato per scontato che integrazione economica, accesso ai servizi e cittadinanza producessero automaticamente integrazione sostanziale.
Non è necessariamente così.
Ed è proprio questo il nodo che il multiculturalismo amministrativo ha spesso evitato di affrontare. Una società complessa non può reggersi esclusivamente su procedure burocratiche, welfare territoriale e riconoscimenti formali. Senza un’idea chiara di appartenenza civica, il rischio è quello di produrre una convivenza fragile, nella quale lo Stato interviene soltanto quando il conflitto è già esploso.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce precisamente dalla necessità di superare questa contraddizione. L’integrazione non può essere ridotta né alla semplice presenza sul territorio né al possesso di un documento o della cittadinanza italiana. Deve invece fondarsi su un percorso concreto e verificabile di appartenenza alla comunità nazionale.
Ed è forse proprio questo il dato più significativo del caso Modena: il fatto che un episodio del genere si sia verificato in una delle regioni storicamente considerate più avanzate sul piano delle politiche sociali dimostra che il problema non può più essere liquidato come semplice questione di ordine pubblico o propaganda politica.
La vera questione riguarda il modello stesso di integrazione adottato negli ultimi decenni.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista — Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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