L’episodio avvenuto a Modena, dove un’auto ha travolto alcuni pedoni nel centro cittadino, ha immediatamente riacceso il dibattito pubblico non soltanto sulla sicurezza urbana, ma anche sul tema dell’integrazione. La vicenda assume una rilevanza ulteriore alla luce del fatto che l’autore sarebbe una seconda generazione con doppia cittadinanza, elemento che impone una riflessione più ampia e meno ideologica rispetto alle tradizionali discussioni sull’immigrazione irregolare.
Per anni il dibattito politico italiano ed europeo ha affrontato il fenomeno migratorio quasi esclusivamente sotto il profilo amministrativo: ingressi, permessi di soggiorno, cittadinanza, procedure di regolarizzazione. Si è spesso dato per scontato che l’acquisizione della cittadinanza o la nascita sul territorio nazionale coincidessero automaticamente con un reale processo di integrazione sociale, culturale e civile. I fatti dimostrano invece che le due dimensioni non sempre coincidono.
La cittadinanza è uno status giuridico. L’integrazione è un processo sostanziale. Sono concetti diversi. Una persona può essere formalmente cittadina italiana senza avere sviluppato un reale rapporto di appartenenza con il contesto sociale nel quale vive. Allo stesso modo, possono emergere situazioni di forte disagio personale, marginalità sociale, crisi identitaria o fragilità psicologica che il semplice riconoscimento formale della cittadinanza non è in grado di prevenire o risolvere.
Il caso di Modena evidenzia quindi un limite profondo dell’approccio multiculturale adottato in larga parte dell’Europa negli ultimi decenni: l’idea secondo cui l’inclusione amministrativa sia sufficiente a produrre integrazione reale. In realtà, senza strumenti concreti di verifica dell’integrazione linguistica, culturale, sociale e del rispetto delle regole comuni, il rischio è quello di creare una frattura crescente tra appartenenza giuridica e appartenenza sostanziale.
È proprio in questo spazio che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Un paradigma che non nasce per negare l’integrazione, ma al contrario per renderla un criterio reale, verificabile e reciproco. L’integrazione non può essere ridotta a un automatismo burocratico né a una formula simbolica. Deve diventare un percorso concreto fondato sul lavoro, sulla lingua, sul rispetto delle regole e sulla effettiva adesione ai principi fondamentali della convivenza civile.
Il caso di Modena dimostra inoltre che il dibattito sull’immigrazione continua spesso a essere fermo a categorie ormai superate. Non si tratta più soltanto di discutere di sbarchi o di clandestinità. Le questioni che oggi emergono riguardano le seconde generazioni, le periferie culturali, le difficoltà identitarie, il rapporto tra cittadinanza e appartenenza, il ruolo della salute mentale, la capacità dello Stato di costruire modelli di integrazione effettivi e non puramente formali.
Continuare a ignorare questi temi per paura di affrontare un confronto pubblico serio significa lasciare spazio soltanto agli estremismi opposti: da un lato il multiculturalismo senza limiti, dall’altro le forme radicali di remigrazione. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce invece proprio per collocarsi fuori da queste due derive, proponendo un modello fondato sulla responsabilità reciproca tra Stato e individuo.
Il fatto di cronaca di Modena non può essere strumentalizzato né banalizzato. Ma non può nemmeno essere archiviato come un episodio isolato privo di implicazioni sociali e politiche più profonde. La domanda che emerge è inevitabile: la cittadinanza, da sola, basta davvero a parlare di integrazione?
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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