La strage di Amendolara, costata la vita a quattro persone e che vede coinvolti cittadini stranieri sia tra le vittime sia tra gli indagati, rappresenta uno di quei fatti che impongono una riflessione che va oltre la cronaca giudiziaria.
Sarà la magistratura ad accertare responsabilità, moventi e dinamica dei fatti. Tuttavia, al di là degli aspetti penali, emerge una domanda che la politica italiana ed europea continuano a rinviare: possiamo ancora ignorare il tema dell’integrazione?
Per anni il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sugli ingressi, sui flussi migratori, sulle quote e sui permessi di soggiorno. Molto meno spazio è stato dedicato a ciò che accade dopo l’arrivo. Si è spesso dato per scontato che la semplice permanenza sul territorio fosse sufficiente a produrre integrazione. L’esperienza concreta dimostra invece che non sempre è così.
L’integrazione non coincide con la mera presenza fisica in un Paese. Non coincide nemmeno con il possesso di un documento di soggiorno. L’integrazione è un processo più complesso che riguarda l’apprendimento della lingua, l’inserimento lavorativo, la condivisione delle regole fondamentali della convivenza civile e il riconoscimento dei valori costituzionali dello Stato ospitante.
Quando questo processo non viene perseguito, o quando si ritiene che possa essere sostituito da una generica tolleranza multiculturale, il rischio è quello di assistere alla formazione di comunità parallele, caratterizzate da dinamiche sociali e culturali sempre più distanti da quelle del Paese che le ospita.
La strage di Amendolara non può essere utilizzata per criminalizzare intere comunità nazionali o religiose. Sarebbe un errore tanto grave quanto negare l’esistenza dei problemi. Tuttavia, sarebbe altrettanto sbagliato fingere che episodi di questo genere non pongano interrogativi sul funzionamento dei modelli di integrazione adottati negli ultimi decenni.
L’Italia dispone già di strumenti normativi che richiamano il concetto di integrazione. Basti pensare all’Accordo di Integrazione introdotto nel 2012. Il problema è che troppo spesso tali strumenti sono rimasti sullo sfondo del dibattito pubblico e raramente sono stati considerati come elementi centrali delle politiche migratorie.
Forse è arrivato il momento di spostare l’attenzione dalla sola gestione degli ingressi alla verifica dei risultati dell’integrazione. Non per discriminare, ma per comprendere se il percorso di inserimento nella società italiana stia realmente funzionando.
La domanda che emerge dopo Amendolara non riguarda soltanto chi entra in Italia. Riguarda soprattutto ciò che accade dopo. Perché una politica migratoria può essere efficace solo se è accompagnata da una politica dell’integrazione altrettanto seria, concreta e verificabile.
Continuare a ignorare questa questione significa rinunciare ad affrontare uno dei nodi centrali che il futuro dell’Europa dovrà inevitabilmente affrontare.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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