L’Italia ha bisogno di una vera Polizia dell’Immigrazione? Un confronto con i modelli europei e nordamericani

Nel dibattito pubblico sull’immigrazione si discute frequentemente di ingressi irregolari, permessi di soggiorno, espulsioni, CPR e politiche di integrazione. Molto meno attenzione viene invece dedicata a una questione fondamentale: chi dovrebbe concretamente occuparsi del controllo dell’immigrazione?

La domanda appare particolarmente rilevante nel contesto italiano, dove gli Uffici Immigrazione delle Questure svolgono contemporaneamente funzioni amministrative e funzioni di controllo. Da un lato gestiscono centinaia di migliaia di procedimenti relativi a permessi di soggiorno, richieste di protezione internazionale, ricongiungimenti familiari, cittadinanze e altri adempimenti burocratici. Dall’altro, dovrebbero contribuire all’attività di contrasto dell’immigrazione irregolare e all’esecuzione dei provvedimenti di espulsione.

Questa sovrapposizione di compiti pone un problema organizzativo evidente. Una struttura impegnata quotidianamente nella gestione di procedure amministrative complesse difficilmente può dedicare risorse sufficienti alle attività operative sul territorio.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Gli Uffici Immigrazione sono diventati, nella percezione comune, soprattutto sportelli amministrativi. Gli operatori trascorrono gran parte del proprio tempo nella gestione di pratiche, convocazioni, notifiche, acquisizione di documenti e rapporti con altre amministrazioni. Le attività di controllo e di esecuzione dei provvedimenti finiscono inevitabilmente per occupare uno spazio più limitato.

Se si osserva il panorama internazionale emerge una realtà molto diversa.

Negli Stati Uniti opera la Immigration and Customs Enforcement (ICE), una struttura federale specializzata che non gestisce procedure amministrative ordinarie ma si occupa principalmente di investigazioni, controllo del territorio, rintraccio degli stranieri irregolari ed esecuzione dei provvedimenti di allontanamento. Accanto ad essa opera la Customs and Border Protection (CBP), responsabile della sorveglianza delle frontiere.

Anche il Regno Unito ha sviluppato un modello fortemente specializzato. L’Immigration Enforcement dispone di personale dedicato alle attività operative e ai controlli sul territorio, mentre gran parte delle procedure amministrative è affidata ad altre articolazioni del Home Office. Gli agenti dell’Immigration Enforcement effettuano verifiche presso luoghi di lavoro, eseguono provvedimenti di allontanamento e contrastano l’immigrazione irregolare.

La Francia rappresenta un ulteriore esempio significativo. La Police aux Frontières costituisce una struttura specializzata che si occupa non soltanto dei controlli alle frontiere ma anche del contrasto all’immigrazione irregolare e dell’esecuzione dei provvedimenti di espulsione.

Anche la Spagna dispone di unità dedicate all’interno della Policía Nacional, le Brigadas de Extranjería y Fronteras, con competenze specifiche in materia di immigrazione e soggiorno degli stranieri.

Questi modelli presentano differenze importanti, ma condividono un elemento comune: la tendenza a separare le attività amministrative da quelle operative.

In Italia, invece, la stessa struttura che rilascia un permesso di soggiorno è spesso chiamata anche a dare esecuzione a un provvedimento di espulsione. La stessa articolazione amministrativa che gestisce pratiche e appuntamenti deve contemporaneamente occuparsi di controlli sul territorio e accompagnamenti ai CPR.

Ciò pone una questione che merita di essere affrontata senza pregiudizi ideologici.

L’Italia ha bisogno di una vera Polizia dell’Immigrazione?

Una possibile soluzione potrebbe consistere nella creazione di un corpo specializzato, nazionale o eventualmente articolato su base regionale, dedicato esclusivamente alle attività operative. Una struttura che non si occupi del rilascio dei documenti o della gestione amministrativa delle procedure, ma che concentri la propria attività sui controlli, sull’esecuzione dei provvedimenti di allontanamento, sulla vigilanza del territorio e sulla verifica del rispetto delle condizioni di soggiorno.

Un modello di questo tipo consentirebbe agli attuali Uffici Immigrazione di concentrarsi sulle procedure amministrative, riducendo il rischio che le esigenze burocratiche assorbano risorse destinate alle attività operative.

La questione assume particolare rilevanza anche nell’ambito del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Qualunque politica migratoria, infatti, richiede non soltanto regole chiare ma anche la capacità di verificarne il rispetto. Senza controlli efficaci, senza monitoraggio delle condizioni di soggiorno e senza effettiva esecuzione dei provvedimenti adottati dall’autorità competente, il sistema rischia di perdere credibilità.

Naturalmente la creazione di una Polizia dell’Immigrazione non rappresenterebbe una soluzione automatica a tutte le criticità del sistema. Tuttavia il confronto con i modelli adottati in altri Paesi occidentali suggerisce che una maggiore specializzazione delle funzioni potrebbe contribuire a migliorare l’efficienza complessiva dell’apparato.

La vera domanda, dunque, non è se l’Italia debba controllare l’immigrazione. Ogni Stato sovrano è chiamato a farlo. La questione è piuttosto se l’attuale modello organizzativo sia ancora adeguato alle sfide del presente o se sia arrivato il momento di immaginare una struttura specializzata capace di affiancare le attività amministrative con una più efficace capacità operativa.

Avv. Fabio Loscerbo

Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

ORCID:
https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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