Il sistema del Decreto Flussi nasce, sul piano formale, come strumento di governo dell’immigrazione economica. La sua funzione è chiara: programmare gli ingressi in base ai fabbisogni del mercato del lavoro, selezionare i lavoratori stranieri e garantire un incontro ordinato tra domanda e offerta. Tuttavia, l’osservazione concreta del funzionamento del meccanismo restituisce una realtà profondamente diversa, nella quale la programmazione pubblica viene sistematicamente aggirata da dinamiche informali che ne svuotano la funzione.
Il fenomeno delle cosiddette “catene migratorie” rappresenta la chiave di lettura principale di questa distorsione. In termini sostanziali, l’ingresso di un primo lavoratore straniero non rimane un evento isolato, ma diventa il punto di attivazione di una rete relazionale che coinvolge connazionali, familiari, intermediari e, talvolta, datori di lavoro compiacenti. Il risultato è una replicazione progressiva delle richieste di nulla osta, che segue logiche comunitarie e non criteri economico-produttivi.
In questo contesto, il Decreto Flussi perde la propria natura selettiva. Non sono più le esigenze del mercato del lavoro a determinare gli ingressi, ma la capacità delle reti informali di attivare e sostenere nuove domande. La programmazione si trasforma così in una procedura meramente formale, incapace di incidere sulla sostanza del fenomeno.
I dati disponibili confermano questa lettura. La concentrazione delle domande su specifiche nazionalità non è il risultato di una scelta normativa esplicita, ma l’effetto diretto delle catene migratorie. Alcuni Paesi risultano fortemente rappresentati non perché vi sia una domanda strutturale di lavoratori provenienti da quelle aree, ma perché esistono reti già consolidate in grado di alimentare continuamente il canale dei flussi.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di criticità: il bassissimo tasso di trasformazione delle quote in rapporti di lavoro effettivi. Una percentuale significativa dei nulla osta rilasciati non si traduce in ingresso reale o in occupazione stabile. Questo dato dimostra che il sistema non solo è aggirato, ma è anche inefficiente sotto il profilo economico.
Il punto centrale, dunque, non è la nazionalità dei lavoratori né la quantità delle quote. Il problema risiede nella struttura stessa del meccanismo, che consente alle reti informali di sostituirsi alla funzione pubblica di selezione. In assenza di criteri oggettivi e verificabili di integrazione, il sistema finisce inevitabilmente per privilegiare la capacità relazionale rispetto alla reale idoneità all’inserimento nel contesto lavorativo e sociale.
Ne deriva un cortocircuito evidente: uno strumento pensato per governare l’immigrazione economica diventa, nei fatti, un canale che riproduce dinamiche autonome e difficilmente controllabili. La programmazione pubblica viene così svuotata dall’interno, senza bisogno di violazioni formali, ma attraverso un uso distorto delle stesse regole.
Se si vuole affrontare seriamente il problema, occorre abbandonare l’illusione che l’attuale impianto normativo sia sufficiente. Non è una questione di aumentare o ridurre le quote, né di intervenire sulle singole nazionalità. È necessario ripensare radicalmente il criterio di selezione, spostando l’attenzione dalle reti alle persone, e introducendo parametri oggettivi legati alla reale capacità di integrazione.
In mancanza di questo passaggio, il Decreto Flussi continuerà a operare come un sistema formalmente regolato ma sostanzialmente inefficace, nel quale le catene migratorie rappresentano non un’anomalia, ma la regola.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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