Nel dibattito pubblico sull’immigrazione si discute frequentemente di ingressi irregolari, permessi di soggiorno, espulsioni, CPR e politiche di integrazione. Molto meno attenzione viene invece dedicata a una questione fondamentale: chi dovrebbe concretamente occuparsi del controllo dell’immigrazione? La domanda appare particolarmente rilevante nel contesto italiano, dove gli Uffici Immigrazione delle Questure svolgono contemporaneamente funzioni amministrative e…
La morte di Henry Nowak ha riacceso nel Regno Unito una discussione che da anni attraversa l’intera Europa. Al di là delle responsabilità penali accertate dalla magistratura, il caso è diventato il simbolo di una questione molto più ampia: il rapporto tra immigrazione, integrazione e coesione sociale. Per decenni il dibattito europeo si è concentrato…
Nel dibattito pubblico sull’immigrazione si discute frequentemente di ingressi irregolari, permessi di soggiorno, espulsioni, CPR e politiche di integrazione. Molto meno attenzione viene invece dedicata a una questione fondamentale: chi dovrebbe concretamente occuparsi del controllo dell’immigrazione?
La domanda appare particolarmente rilevante nel contesto italiano, dove gli Uffici Immigrazione delle Questure svolgono contemporaneamente funzioni amministrative e funzioni di controllo. Da un lato gestiscono centinaia di migliaia di procedimenti relativi a permessi di soggiorno, richieste di protezione internazionale, ricongiungimenti familiari, cittadinanze e altri adempimenti burocratici. Dall’altro, dovrebbero contribuire all’attività di contrasto dell’immigrazione irregolare e all’esecuzione dei provvedimenti di espulsione.
Questa sovrapposizione di compiti pone un problema organizzativo evidente. Una struttura impegnata quotidianamente nella gestione di procedure amministrative complesse difficilmente può dedicare risorse sufficienti alle attività operative sul territorio.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Gli Uffici Immigrazione sono diventati, nella percezione comune, soprattutto sportelli amministrativi. Gli operatori trascorrono gran parte del proprio tempo nella gestione di pratiche, convocazioni, notifiche, acquisizione di documenti e rapporti con altre amministrazioni. Le attività di controllo e di esecuzione dei provvedimenti finiscono inevitabilmente per occupare uno spazio più limitato.
Se si osserva il panorama internazionale emerge una realtà molto diversa.
Negli Stati Uniti opera la Immigration and Customs Enforcement (ICE), una struttura federale specializzata che non gestisce procedure amministrative ordinarie ma si occupa principalmente di investigazioni, controllo del territorio, rintraccio degli stranieri irregolari ed esecuzione dei provvedimenti di allontanamento. Accanto ad essa opera la Customs and Border Protection (CBP), responsabile della sorveglianza delle frontiere.
Anche il Regno Unito ha sviluppato un modello fortemente specializzato. L’Immigration Enforcement dispone di personale dedicato alle attività operative e ai controlli sul territorio, mentre gran parte delle procedure amministrative è affidata ad altre articolazioni del Home Office. Gli agenti dell’Immigration Enforcement effettuano verifiche presso luoghi di lavoro, eseguono provvedimenti di allontanamento e contrastano l’immigrazione irregolare.
La Francia rappresenta un ulteriore esempio significativo. La Police aux Frontières costituisce una struttura specializzata che si occupa non soltanto dei controlli alle frontiere ma anche del contrasto all’immigrazione irregolare e dell’esecuzione dei provvedimenti di espulsione.
Anche la Spagna dispone di unità dedicate all’interno della Policía Nacional, le Brigadas de Extranjería y Fronteras, con competenze specifiche in materia di immigrazione e soggiorno degli stranieri.
Questi modelli presentano differenze importanti, ma condividono un elemento comune: la tendenza a separare le attività amministrative da quelle operative.
In Italia, invece, la stessa struttura che rilascia un permesso di soggiorno è spesso chiamata anche a dare esecuzione a un provvedimento di espulsione. La stessa articolazione amministrativa che gestisce pratiche e appuntamenti deve contemporaneamente occuparsi di controlli sul territorio e accompagnamenti ai CPR.
Ciò pone una questione che merita di essere affrontata senza pregiudizi ideologici.
L’Italia ha bisogno di una vera Polizia dell’Immigrazione?
Una possibile soluzione potrebbe consistere nella creazione di un corpo specializzato, nazionale o eventualmente articolato su base regionale, dedicato esclusivamente alle attività operative. Una struttura che non si occupi del rilascio dei documenti o della gestione amministrativa delle procedure, ma che concentri la propria attività sui controlli, sull’esecuzione dei provvedimenti di allontanamento, sulla vigilanza del territorio e sulla verifica del rispetto delle condizioni di soggiorno.
Un modello di questo tipo consentirebbe agli attuali Uffici Immigrazione di concentrarsi sulle procedure amministrative, riducendo il rischio che le esigenze burocratiche assorbano risorse destinate alle attività operative.
La questione assume particolare rilevanza anche nell’ambito del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Qualunque politica migratoria, infatti, richiede non soltanto regole chiare ma anche la capacità di verificarne il rispetto. Senza controlli efficaci, senza monitoraggio delle condizioni di soggiorno e senza effettiva esecuzione dei provvedimenti adottati dall’autorità competente, il sistema rischia di perdere credibilità.
Naturalmente la creazione di una Polizia dell’Immigrazione non rappresenterebbe una soluzione automatica a tutte le criticità del sistema. Tuttavia il confronto con i modelli adottati in altri Paesi occidentali suggerisce che una maggiore specializzazione delle funzioni potrebbe contribuire a migliorare l’efficienza complessiva dell’apparato.
La vera domanda, dunque, non è se l’Italia debba controllare l’immigrazione. Ogni Stato sovrano è chiamato a farlo. La questione è piuttosto se l’attuale modello organizzativo sia ancora adeguato alle sfide del presente o se sia arrivato il momento di immaginare una struttura specializzata capace di affiancare le attività amministrative con una più efficace capacità operativa.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea ID 280782895721-36
La morte di Henry Nowak ha riacceso nel Regno Unito una discussione che da anni attraversa l’intera Europa. Al di là delle responsabilità penali accertate dalla magistratura, il caso è diventato il simbolo di una questione molto più ampia: il rapporto tra immigrazione, integrazione e coesione sociale.
Per decenni il dibattito europeo si è concentrato quasi esclusivamente sui numeri dell’immigrazione. Quanti ingressi autorizzare, quanti lavoratori accogliere, quanti ricongiungimenti familiari consentire, quante cittadinanze concedere. Molto meno spazio è stato dedicato a ciò che accade dopo l’arrivo.
Eppure la vera sfida non è mai stata l’immigrazione in sé. La vera sfida è sempre stata l’integrazione.
Negli ultimi anni numerosi episodi verificatisi in diversi Paesi europei hanno evidenziato l’esistenza di tensioni che non possono più essere ignorate. Le rivolte nelle banlieue francesi, gli scontri verificatisi in alcune città britanniche, i dibattiti sempre più accesi in Germania sulle seconde generazioni e le crescenti difficoltà registrate in molte periferie urbane mostrano una realtà complessa che non può essere affrontata con slogan o semplificazioni ideologiche.
Per lungo tempo si è ritenuto che la semplice convivenza tra gruppi culturali diversi fosse sufficiente a produrre integrazione. Si è pensato che il trascorrere del tempo avrebbe automaticamente generato un senso di appartenenza comune. Oggi sempre più osservatori mettono in discussione questa impostazione.
La presenza sul territorio non coincide necessariamente con l’integrazione. Nemmeno la nascita nel Paese ospitante garantisce automaticamente la condivisione dei valori, delle regole e dell’identità civica della comunità nazionale.
Il caso Henry Nowak ha assunto una rilevanza particolare proprio perché ha alimentato interrogativi che vanno oltre il singolo episodio. Molti cittadini britannici si chiedono se le istituzioni siano ancora in grado di affrontare in modo realistico le tensioni che emergono all’interno di società sempre più frammentate. Altri ritengono che il timore di affrontare apertamente alcuni problemi abbia contribuito ad alimentare sfiducia e polarizzazione.
Si tratta di questioni delicate che non possono essere affrontate attraverso la ricerca di capri espiatori né attraverso la negazione dei problemi. Una società democratica deve essere capace di discutere apertamente delle proprie difficoltà senza cadere nell’estremismo e senza rinunciare alla verità dei fatti.
L’errore più grave sarebbe continuare a confondere immigrazione e integrazione come se fossero la stessa cosa. Non lo sono.
L’immigrazione riguarda l’ingresso nel territorio nazionale. L’integrazione riguarda invece la capacità di costruire una comunità fondata su regole condivise, responsabilità reciproche e appartenenza civica.
Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” questo principio assume un significato centrale. La permanenza stabile in una comunità nazionale deve essere accompagnata da un percorso concreto di integrazione fondato sul lavoro, sulla conoscenza della lingua e sul rispetto delle regole. Non come semplice aspirazione, ma come obiettivo verificabile.
Quando questo percorso funziona, l’immigrazione può trasformarsi in una risorsa. Quando invece fallisce, aumentano inevitabilmente le tensioni sociali, la sfiducia nelle istituzioni e la percezione di una crescente distanza tra gruppi che condividono lo stesso territorio ma non una reale appartenenza comune.
Il caso Henry Nowak non offre risposte definitive. Offre però una domanda che l’Europa non può più permettersi di ignorare: è possibile continuare a parlare di immigrazione senza affrontare seriamente il tema dell’integrazione?
Forse è proprio questa la questione che il continente dovrà affrontare nei prossimi anni. Non soltanto quanti immigrati accogliere, ma soprattutto come costruire una società nella quale la convivenza non sia soltanto formale, bensì reale e condivisa.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36 ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Negli ultimi anni il dibattito sull’immigrazione ha progressivamente abbandonato il terreno dell’analisi per trasferirsi su quello dello scontro ideologico.
Da una parte troviamo chi continua a descrivere l’immigrazione come una risorsa quasi esclusivamente positiva, minimizzando o negando le difficoltà legate all’integrazione, alla sicurezza, alla coesione sociale e alle trasformazioni demografiche in corso. Dall’altra troviamo chi interpreta ogni problema della società contemporanea come una conseguenza diretta dell’immigrazione e individua nella remigrazione generalizzata l’unica soluzione possibile.
Entrambe le posizioni hanno un elemento in comune: la mancanza di pragmatismo.
Negare l’esistenza di problemi connessi all’immigrazione è un errore.
Negare l’esistenza di benefici derivanti dall’immigrazione è un errore altrettanto grave.
L’Europa degli ultimi trent’anni ha conosciuto flussi migratori di dimensioni senza precedenti. In molte realtà territoriali si sono sviluppati percorsi di integrazione positivi, caratterizzati da inserimento lavorativo, partecipazione alla vita economica e acquisizione di competenze linguistiche e professionali. Allo stesso tempo, tuttavia, si sono manifestati fenomeni di segregazione urbana, tensioni sociali, difficoltà scolastiche, criminalità giovanile e problematiche riconducibili al fallimento di alcuni processi di integrazione.
Ignorare uno dei due aspetti significa rinunciare a comprendere la realtà.
Proprio questa incapacità di affrontare il fenomeno migratorio in modo equilibrato sta producendo una crescente radicalizzazione del dibattito pubblico.
Quando per anni una parte della politica e dell’informazione sostiene che l’immigrazione non pone alcun problema e che ogni critica costituisce una forma di intolleranza, il risultato inevitabile è che una parte dell’opinione pubblica smette di fidarsi di quel racconto.
Quando, al contrario, ogni fatto di cronaca viene utilizzato per dimostrare l’impossibilità dell’integrazione e la necessità di misure drastiche, il risultato è un’ulteriore escalation dello scontro politico e culturale.
Le posizioni estreme si alimentano reciprocamente.
L’accoglienza senza limiti produce la reazione della remigrazione totale.
La remigrazione totale rafforza a sua volta le posizioni più radicali del fronte opposto.
In questo meccanismo, le soluzioni pragmatiche finiscono per scomparire dal dibattito.
È proprio qui che emerge la necessità di un approccio diverso.
L’immigrazione non dovrebbe essere affrontata come una questione identitaria tra destra e sinistra, né come uno scontro tra società aperta e società chiusa.
Dovrebbe essere affrontata come una questione di governo della società.
La domanda fondamentale non è se essere favorevoli o contrari all’immigrazione.
La domanda è come garantire che l’immigrazione sia compatibile con la coesione sociale, la sicurezza, il rispetto delle regole e la sostenibilità delle istituzioni democratiche.
Da questa esigenza nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Esso non parte dalla convinzione che ogni immigrazione sia positiva.
Non parte neppure dalla convinzione che ogni immigrazione sia negativa.
Parte invece da una considerazione più semplice: la permanenza stabile all’interno di una comunità politica deve essere accompagnata da un effettivo percorso di integrazione.
L’integrazione non può essere ridotta a una formula retorica.
Deve tradursi in lavoro, conoscenza della lingua, rispetto delle regole e partecipazione alla vita della comunità.
In assenza di tali elementi, la società ospitante perde progressivamente la capacità di mantenere la propria coesione.
Il vero rischio per l’Europa non è soltanto l’immigrazione.
Il vero rischio è la crescente incapacità di discutere dell’immigrazione senza trasformare ogni confronto in uno scontro ideologico.
Quando il pragmatismo scompare, gli estremismi prosperano.
Quando il pragmatismo ritorna, diventa nuovamente possibile costruire politiche migratorie fondate non sugli slogan, ma sulla realtà.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36) ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”. Io sono l’avvocato Fabio Loscerbo e oggi parliamo di una decisione molto importante della Corte Suprema di Cassazione italiana: l’ordinanza numero 13955 del 13 maggio 2026.
Si tratta di una pronuncia che potrebbe avere un impatto significativo sul modo in cui verranno valutate, nei prossimi anni, le espulsioni e il diritto a permanere sul territorio nazionale.
La Corte affronta il tema della cosiddetta “protezione complementare”, cioè quella forma di tutela che non coincide con l’asilo classico ma che può essere riconosciuta quando il rimpatrio rischia di compromettere diritti fondamentali della persona.
E il punto centrale della decisione è proprio questo: la Cassazione afferma che non basta guardare la posizione amministrativa dello straniero in modo automatico e burocratico.
Bisogna valutare anche la vita concreta della persona.
Il lavoro. Le relazioni familiari. L’integrazione sociale. La vita privata costruita nel territorio nazionale.
In altre parole, la Suprema Corte sta dicendo che l’integrazione può assumere una rilevanza giuridica reale.
E questo è molto interessante rispetto al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Perché questa decisione non sostiene l’idea delle frontiere aperte o di una permanenza automatica per chiunque.
Ma allo stesso tempo rifiuta anche una logica puramente meccanica dell’espulsione.
La Corte sembra indicare una terza strada: chi sviluppa un percorso reale di integrazione deve essere valutato diversamente rispetto a chi non sviluppa alcun radicamento nel territorio.
Ed è proprio qui che la protezione complementare diventa centrale.
Non più una categoria marginale, ma uno strumento attraverso cui l’ordinamento valuta il rapporto tra integrazione, diritti fondamentali e rimpatrio.
Questa ordinanza dimostra che il tema dell’integrazione non è più soltanto politico o sociologico. Sta diventando sempre più un tema giuridico.
Grazie per aver ascoltato questo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.
Io sono l’avvocato Fabio Loscerbo e ci sentiamo nel prossimo episodio.
Negli ultimi anni il dibattito sull’immigrazione ha progressivamente abbandonato il terreno dell’analisi per trasferirsi su quello dello scontro ideologico. Da una parte troviamo chi continua a descrivere l’immigrazione come una risorsa quasi esclusivamente positiva, minimizzando o negando le difficoltà legate all’integrazione, alla sicurezza, alla coesione sociale e alle trasformazioni demografiche in corso. Dall’altra troviamo chi…
Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.Io sono l’avvocato Fabio Loscerbo e oggi parliamo di una decisione molto importante della Corte Suprema di Cassazione italiana: l’ordinanza numero 13955 del 13 maggio 2026. Si tratta di una pronuncia che potrebbe avere un impatto significativo sul modo in cui verranno valutate, nei prossimi anni,…
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