Le elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile 2026 si collocano in un passaggio cruciale per gli equilibri politici europei. Non tanto per la possibile alternanza di governo dopo sedici anni di leadership di Viktor Orbán, quanto per un dato che emerge con particolare evidenza: l’immigrazione non è più terreno di scontro politico reale.
Sia il blocco governativo guidato da Fidesz-KDNP, sia l’opposizione rappresentata da Péter Magyar e dal partito Tisza condividono una medesima impostazione di fondo: chiusura all’immigrazione irregolare, rifiuto delle quote obbligatorie, centralità del controllo delle frontiere e della sovranità nazionale.
La differenza tra le parti non riguarda più il principio, ma la gestione. Orbán continua a utilizzare il tema come leva geopolitica nel confronto con l’Unione europea; Magyar lo declina in chiave economico-sociale, criticando l’impatto dei lavoratori stranieri sul mercato interno. Ma si tratta di divergenze interne a un quadro già definito.
Il dato realmente significativo è un altro: l’immigrazione è stata sottratta al dibattito politico.
Non è più un tema su cui si costruiscono alternative di sistema, ma una variabile stabilizzata, su cui si registra un consenso trasversale. In Ungheria, il multiculturalismo non è stato semplicemente messo in discussione: è uscito dall’orizzonte delle opzioni politicamente praticabili.
Questa dinamica contrasta in modo netto con la situazione italiana.
In Italia, l’immigrazione continua a essere utilizzata come strumento di competizione elettorale. Il tema viene ciclicamente riattivato, enfatizzato o semplificato in funzione del consenso, senza che si consolidi una linea strutturale condivisa. Il risultato è un sistema oscillante, nel quale l’immigrazione resta oggetto di narrazione politica più che di costruzione giuridica.
Si tratta di una differenza non secondaria.
Laddove il tema resta dentro il conflitto politico, diventa inevitabilmente instabile. Le politiche migratorie si frammentano, si contraddicono, si adattano al ciclo elettorale. Laddove, invece, il tema viene sottratto allo scontro, si crea lo spazio per una regolazione più stabile, anche se non necessariamente più evoluta.
Tuttavia, questa sottrazione del tema al dibattito non risolve il problema di fondo. Anche nel caso ungherese permane un limite evidente: l’assenza di un criterio giuridico esplicito che leghi la permanenza dello straniero al suo livello di integrazione.
Il sistema distingue in modo netto tra ingresso consentito e ingresso vietato, ma resta più debole nella disciplina della permanenza. È proprio su questo terreno che si gioca la sfida futura delle politiche migratorie europee.
La crisi del multiculturalismo non ha ancora prodotto un modello giuridico alternativo pienamente strutturato. Il superamento dell’accoglienza indiscriminata è avvenuto sul piano politico, ma non è stato accompagnato da una riformulazione altrettanto chiara sul piano normativo.
Le elezioni ungheresi del 2026 mostrano, dunque, un passaggio preciso: quando il tema dell’immigrazione esce dal conflitto politico, il sistema si stabilizza, ma resta aperta la questione di come regolarlo giuridicamente in modo coerente e duraturo.
È una lezione che riguarda direttamente anche l’Italia, dove il problema non è tanto quale politica adottare, ma l’incapacità di sottrarre l’immigrazione alla logica della campagna elettorale per trasformarla in materia di ordinamento.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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