Nel dibattito europeo sull’immigrazione sta emergendo con crescente evidenza una contraddizione destinata a diventare uno dei principali problemi politici dei prossimi anni. Da una parte, una quota sempre più consistente dell’opinione pubblica chiede una riduzione degli ingressi, maggiore controllo delle frontiere, rimpatri effettivi e una politica migratoria capace di contenere trasformazioni sociali percepite come troppo rapide; dall’altra, economie caratterizzate da denatalità, invecchiamento e carenza di manodopera continuano a dipendere, in misura diversa, dall’apporto dei lavoratori stranieri. La Germania costituisce probabilmente il laboratorio più avanzato di questa tensione.
Il tema è diventato particolarmente evidente in Sassonia-Anhalt, dove la crescita dell’AfD ha portato al centro del confronto politico non soltanto la limitazione dell’immigrazione irregolare, ma una concezione molto più ampia della riduzione della presenza straniera. Secondo le analisi economiche richiamate dal Sole 24 Ore, una politica di forte chiusura e riduzione dell’immigrazione potrebbe produrre per il Land conseguenze economiche nell’ordine di miliardi di euro, proprio perché una parte significativa della struttura produttiva dipende ormai dalla presenza di lavoratori provenienti dall’estero.
La questione è seria, ma sarebbe un errore ricavarne la conclusione più semplice: se la riduzione dell’immigrazione costa, allora l’immigrazione deve necessariamente aumentare.
È esattamente in questo passaggio che il ragionamento economico rischia di trasformarsi in economicismo migratorio.
Che la Germania abbia bisogno di lavoratori è un dato economico. Che da tale necessità debba automaticamente discendere una determinata politica migratoria è invece una scelta politica, perché l’immigrazione non produce soltanto effetti sul mercato del lavoro. Incide sulla scuola, sull’abitazione, sui sistemi di welfare, sulla composizione dei quartieri, sulla domanda di servizi pubblici e, nel lungo periodo, sulla stessa configurazione demografica e culturale della società.
Il costo economico della chiusura, dunque, esiste e deve essere calcolato.
Ma esiste anche un costo della mancata integrazione, molto più difficile da inserire in un modello econometrico e proprio per questo frequentemente espulso dal dibattito.
È su questa seconda dimensione che occorre soffermarsi.
Quando un’impresa non trova lavoratori, la perdita potenziale è relativamente semplice da stimare: diminuzione della produzione, rinuncia a nuovi investimenti, aumento dei costi, perdita di gettito fiscale. Quando invece una società non riesce a integrare adeguatamente una parte della popolazione straniera, gli effetti sono più diffusi e si manifestano nel tempo: segregazione abitativa, difficoltà scolastiche, dipendenza assistenziale, marginalità, conflitti culturali, formazione di comunità parallele e progressiva erosione della fiducia reciproca sulla quale si fondano le istituzioni sociali.
Non tutti questi fenomeni sono inevitabilmente prodotti dall’immigrazione e sarebbe scorretto attribuire alla popolazione straniera problemi che hanno spesso cause molto più complesse. Ma sarebbe altrettanto irrealistico sostenere che quantità, velocità e caratteristiche dei flussi non abbiano alcuna relazione con la capacità concreta di una società di integrare chi arriva.
È proprio questa relazione che manca quasi completamente quando il dibattito viene ridotto alla domanda su quanto PIL si perderebbe diminuendo l’immigrazione.
La Germania conosce bene questa contraddizione. Per decenni ha avuto bisogno di lavoratori stranieri e ha costruito una parte della propria crescita economica anche attraverso il loro contributo. Allo stesso tempo, ha sperimentato quanto sia problematica l’idea che l’integrazione possa essere affidata esclusivamente al lavoro e al trascorrere del tempo. La presenza di un’occupazione costituisce un fattore fondamentale di autonomia e inserimento, ma non determina automaticamente conoscenza linguistica, adesione alle regole comuni, partecipazione civica o superamento delle separazioni comunitarie.
Ed è precisamente qui che il caso tedesco incontra il secondo pilastro del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: i tre indicatori verificabili dell’integrazione, lavoro, lingua e rispetto delle regole.
La scelta di questi tre indicatori nasce proprio dalla necessità di superare la riduzione dell’integrazione a una sola dimensione.
Il lavoro è indispensabile perché rappresenta autonomia economica, partecipazione al sistema produttivo e assunzione di responsabilità. Ma il lavoro, da solo, non basta.
La lingua è indispensabile perché senza uno strumento comune di comunicazione diventa estremamente difficile costruire relazioni al di fuori della propria comunità di origine, comprendere pienamente le istituzioni, seguire il percorso scolastico dei figli e partecipare alla vita pubblica.
Il rispetto delle regole è infine la condizione minima affinché persone provenienti da esperienze culturali e sociali differenti possano condividere lo stesso spazio politico senza che la pluralità si trasformi in frammentazione.
Questi tre elementi consentono di spostare il dibattito dalla quantità astratta degli immigrati alla qualità concreta della permanenza.
Ed è proprio ciò che dovrebbe interessare una Germania che si interroga sul costo economico della chiusura.
Se il Paese ha bisogno di immigrazione per sostenere alcuni settori produttivi, la conseguenza non dovrebbe essere semplicemente quella di mantenere aperti i canali di ingresso. Dovrebbe essere quella di costruire un sistema nel quale ogni ingresso destinato alla permanenza venga accompagnato da un percorso serio di integrazione e nel quale la capacità complessiva di assorbimento della società diventi essa stessa un elemento della programmazione migratoria.
In altri termini, non bisognerebbe domandarsi soltanto quanti lavoratori servono, ma quanti nuovi ingressi possano essere trasformati in percorsi di integrazione effettivamente sostenibili.
La distinzione è fondamentale.
Il mercato del lavoro può avere bisogno immediatamente di centomila persone, mentre il sistema scolastico, abitativo e sociale di determinati territori potrebbe non essere in grado di assorbire nello stesso arco temporale un incremento demografico equivalente senza produrre concentrazioni e squilibri. Una politica migratoria responsabile deve tenere insieme queste dimensioni, invece di permettere che sia una sola di esse – normalmente quella economica – a determinare tutte le altre.
Il caso della Sassonia-Anhalt rende il problema ancora più evidente. Nei territori interessati da invecchiamento e spopolamento, l’immigrazione può rappresentare una risorsa particolarmente importante per mantenere attività produttive e servizi. Ma proprio nelle aree che attraversano trasformazioni demografiche profonde diventa necessario interrogarsi sulla capacità di costruire una comunità condivisa.
Sostituire semplicemente la popolazione che diminuisce con nuova popolazione proveniente dall’estero può correggere alcuni indicatori economici, ma non produce automaticamente coesione.
Da questo punto di vista, sia la posizione di chi propone una chiusura radicale sia quella di chi risponde esclusivamente quantificando le perdite economiche risultano insufficienti.
La prima rischia di ignorare la realtà di economie che, allo stato attuale, non potrebbero sostituire rapidamente la manodopera straniera senza subire conseguenze rilevanti.
La seconda rischia invece di sostenere implicitamente che, poiché l’immigrazione produce valore economico, ogni sua limitazione debba essere considerata irrazionale.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” cerca di collocarsi precisamente oltre questa alternativa.
Il migrante non può essere considerato né un problema in quanto straniero né una risorsa in quanto lavoratore. Deve essere considerato, secondo il terzo pilastro del paradigma, un soggetto giuridico dotato di una propria traiettoria individuale.
Questo significa che due persone provenienti dallo stesso Paese, arrivate nello stesso momento e titolari inizialmente dello stesso permesso possono sviluppare percorsi profondamente differenti. Una può lavorare, apprendere la lingua, rispettare le regole e costruire progressivamente la propria vita all’interno della società ospitante; l’altra può non realizzare quel percorso. Una politica fondata sull’appartenenza collettiva non riesce a distinguere queste situazioni. Una politica fondata soltanto sul mercato del lavoro rischia di non distinguerle finché entrambe risultano economicamente produttive.
Una politica dell’integrazione deve invece essere capace di farlo.
Il dibattito sul costo della chiusura tedesca pone quindi una domanda importante, ma incompleta.
Sappiamo, almeno approssimativamente, quanto potrebbe costare ridurre drasticamente la presenza dei lavoratori stranieri.
Dovremmo cominciare a domandarci con la stessa serietà quanto costa non integrare chi decidiamo di far entrare e rimanere.
È un costo che non compare immediatamente nei bilanci delle imprese e che difficilmente può essere riassunto in una cifra unica. Ma può manifestarsi per decenni nelle scuole, nei quartieri, nel welfare, nella sicurezza e soprattutto nella progressiva frammentazione della comunità.
Questo non significa che ogni problema sociale debba diventare un criterio per impedire l’ingresso. Significa qualcosa di molto più concreto: la capacità di integrazione deve diventare una variabile della politica migratoria al pari del fabbisogno di manodopera.
Se un Paese ha bisogno di lavoratori stranieri, deve programmare gli ingressi.
Se programma gli ingressi, deve programmare l’integrazione.
E se pretende l’integrazione, deve finalmente dotarsi degli strumenti necessari per verificarla.
È questo il passaggio che permette di uscire dalla sterile contrapposizione tra frontiere completamente chiuse e immigrazione determinata dalle sole necessità dell’economia.
La Germania oggi scopre che una chiusura radicale può avere un prezzo.
L’Europa dovrebbe però evitare di ricavarne la conclusione opposta, cioè che l’unica alternativa sia lasciare che il fabbisogno economico determini la dimensione della trasformazione demografica.
Perché anche la mancata integrazione ha un prezzo.
La differenza è che il primo viene calcolato immediatamente in miliardi di euro; il secondo viene pagato lentamente dalla società, spesso quando è ormai molto più difficile intervenire.
Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista Registro UE n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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