L’esito delle elezioni locali svoltesi nel 2026 in Francia e in Germania rappresenta un indicatore particolarmente significativo della trasformazione in atto nei sistemi politici europei. Pur trattandosi, formalmente, di consultazioni sub-statali — municipali nel caso francese e regionali (Länder) nel caso tedesco — il loro rilievo trascende il livello territoriale, configurandosi come un vero e proprio banco di prova della capacità dei sistemi politici nazionali di governare il fenomeno migratorio.
In Francia, le elezioni municipali del marzo 2026 hanno confermato una dinamica ormai strutturale: la progressiva emersione di un sistema tripolare in cui il confronto si organizza attorno a tre poli distinti, tra i quali assumono un ruolo centrale il Rassemblement National e La France Insoumise. Il primo si colloca su una linea di marcato contenimento dei flussi migratori, enfatizzando sicurezza, controllo e identità nazionale; il secondo si pone su una posizione diametralmente opposta, privilegiando un approccio inclusivo, fondato sull’espansione dei diritti e sulla regolarizzazione.
La rilevanza del dato elettorale non risiede soltanto nelle percentuali conseguite, ma nella distribuzione territoriale del consenso. Il Rassemblement National consolida e amplia la propria presenza in contesti urbani e semi-urbani, dimostrando una capacità crescente di penetrazione anche al di fuori delle tradizionali aree periferiche. Parallelamente, La France Insoumise rafforza il proprio radicamento nelle grandi aree metropolitane e nelle periferie ad alta densità migratoria, intercettando una componente elettorale sempre più legata alle seconde e terze generazioni.
Ne emerge una polarizzazione che non può essere ridotta a una mera contrapposizione ideologica, ma che si configura come una frattura più profonda, di natura socio-territoriale e culturale, nella quale la variabile migratoria assume un ruolo determinante. L’immigrazione cessa di essere una politica pubblica tra le altre e diventa, progressivamente, un criterio ordinatore del consenso politico.
Un’evoluzione, per certi versi analoga ma con caratteristiche proprie, si riscontra nel contesto tedesco. Le elezioni regionali del 2026, in particolare nel Baden-Württemberg, hanno registrato una crescita significativa di Alternative für Deutschland, che si attesta stabilmente su percentuali prossime o superiori al 20%. Tale dato, lungi dal poter essere liquidato come espressione marginale, segnala l’esistenza di una domanda politica ampia e strutturata, che trova nella questione migratoria uno dei suoi principali fattori di mobilitazione.
La qualificazione di Alternative für Deutschland come forza “radicale” non viene meno per effetto della sua crescita elettorale; piuttosto, ciò che muta è il contesto sistemico nel quale tale forza si inserisce. Il raggiungimento di soglie di consenso elevate evidenzia un vuoto di rappresentanza che i partiti tradizionali — CDU/CSU, SPD e, in parte, i Verdi — non sono più in grado di colmare in modo efficace, soprattutto sul terreno delle politiche migratorie.
In questo senso, il dato più rilevante non è tanto l’ascesa di una singola forza politica, quanto la difficoltà complessiva del sistema di governo nel fornire risposte percepite come adeguate. L’immigrazione, da questione amministrativa e regolativa, si trasforma in questione identitaria e di sicurezza, diventando il fulcro attorno al quale si riorganizza il conflitto politico.
Il confronto tra Francia e Germania consente di cogliere due modalità differenti di manifestazione del medesimo fenomeno. Nel caso francese, il vuoto di governo si traduce in una polarizzazione bilaterale, nella quale due forze politiche contrapposte — Rassemblement National e La France Insoumise — strutturano il conflitto attorno a visioni incompatibili della gestione migratoria. Nel caso tedesco, invece, la polarizzazione assume una forma asimmetrica, caratterizzata dalla crescita di Alternative für Deutschland in assenza di un corrispondente rafforzamento di una forza radicale di segno opposto.
In entrambi i contesti, tuttavia, il dato convergente è rappresentato dalla crisi della funzione mediatrice dei partiti tradizionali. Questi ultimi appaiono sempre meno capaci di elaborare politiche migratorie coerenti, efficaci e socialmente legittimate, lasciando spazio a forze che interpretano il tema in chiave polarizzata.
È proprio in questo punto che il dato elettorale assume una valenza prospettica. Se i partiti che definiamo “tradizionali” intendono preservare la propria funzione sistemica — e, in definitiva, evitare una progressiva marginalizzazione — non possono limitarsi a un adattamento tattico o comunicativo. È necessario un salto qualitativo, che investa il modello stesso di governo del fenomeno migratorio.
In assenza di una riformulazione strutturale, il sistema continuerà a produrre polarizzazione, alimentando da un lato forze che propongono un irrigidimento radicale delle politiche di ingresso e permanenza, e dall’altro forze che insistono su un ampliamento dei diritti sganciato da un’effettiva verifica dei percorsi di integrazione. Entrambe le risposte, se isolate, si dimostrano incapaci di governare il fenomeno nella sua complessità.
In questo quadro si colloca la necessità di un nuovo paradigma, capace di ricondurre il tema migratorio entro una logica giuridicamente strutturata e politicamente sostenibile. Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione si inserisce esattamente in questo spazio, proponendo una ricostruzione del rapporto tra soggiorno e integrazione che supera la dicotomia attuale tra apertura indiscriminata e chiusura difensiva.
L’assunto di fondo è che il diritto a permanere nel territorio dello Stato non possa essere concepito come un dato statico, ma debba essere correlato a un percorso effettivo di integrazione, verificabile secondo criteri oggettivi. In tale prospettiva, l’integrazione non è più un obiettivo programmatico o meramente dichiarativo, ma diventa una condizione giuridica rilevante, la cui assenza legittima l’attivazione di meccanismi di uscita dal territorio.
Ciò consente di ricomporre la frattura che oggi alimenta la polarizzazione: da un lato, si garantisce un quadro certo e prevedibile per chi intraprende un percorso di integrazione reale; dall’altro, si introduce una conseguenza giuridica chiara per le situazioni di mancata integrazione, evitando che il sistema si limiti a tollerare condizioni di irregolarità o marginalità.
Le elezioni locali del 2026 in Francia e Germania dimostrano, con particolare evidenza, che il problema non è più rinviabile. Il vuoto di governo dell’immigrazione si traduce direttamente in instabilità politica e in riorganizzazione del consenso attorno a poli contrapposti. In tale contesto, la sopravvivenza stessa dei partiti tradizionali dipende dalla loro capacità di adottare un modello alternativo, che restituisca coerenza e credibilità all’azione pubblica.
Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione non si presenta, dunque, come una proposta ideologica, ma come un tentativo di ricostruzione sistemica, idoneo a riportare il fenomeno migratorio nell’ambito di una governance giuridica razionale, sottraendolo alla dinamica della polarizzazione elettorale.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID: 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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