L’articolo pubblicato su Torino Cronaca (https://torinocronaca.it/news/torino/620120/cpr-un-centro-che-non-rimpatria-il-90-non-fa-ritorno-a-casa.html) evidenzia un dato critico: l’inefficacia dei CPR nel garantire l’effettività dei rimpatri.
Dal punto di vista giuridico, il problema non è solo organizzativo, ma strutturale. I CPR intervengono nella fase finale del procedimento di espulsione, quando l’irregolarità è già consolidata e spesso accompagnata da ostacoli pratici e giuridici che rendono difficile l’allontanamento.
È proprio qui che si coglie il punto decisivo: i CPR non funzionano perché il sistema arriva troppo tardi. Quando la selezione amministrativa non è stata fatta prima, il rimpatrio diventa complesso, incerto e spesso inefficace.
In questa prospettiva, il paradigma Integrazione o ReImmigrazione non si pone in alternativa ai CPR, ma ne rappresenta la condizione di funzionamento. Se il sistema collega in modo chiaro la permanenza a criteri verificabili di integrazione, la fase finale diventa coerente: chi non si integra viene individuato prima, in modo progressivo e tracciabile.
Ne consegue che il trattenimento nei CPR non sarebbe più uno strumento residuale e spesso inefficace, ma l’ultimo passaggio di un percorso amministrativo già definito. In questo modo, anche l’esecuzione del rimpatrio diventa più prevedibile e concretamente realizzabile.
Il dato che emerge dall’articolo è quindi chiaro: senza un sistema che selezioni a monte, i CPR continueranno a funzionare male. Con un sistema strutturato, invece, possono tornare a essere uno strumento efficace all’interno del ciclo giuridico della permanenza.

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