Negli ultimi giorni l’Australia è stata scossa da uno degli episodi di violenza terroristica più gravi della sua storia recente. Sulla celebre Bondi Beach, durante un evento pubblico, due uomini — padre e figlio — hanno aperto il fuoco contro la folla, provocando numerose vittime e feriti.
Le prime indagini delle autorità australiane, confermate da fonti giornalistiche internazionali e da dichiarazioni ufficiali, hanno ricondotto l’atto a motivi ideologici di matrice estremista, rinvenendo materiali simbolici e strumenti associabili a condotte terroristiche.
Dal profilo dei responsabili — uno cittadino australiano per nascita e l’altro residente di lungo periodo — emerge un elemento cruciale: la cittadinanza formale non ha impedito la radicalizzazione violenta di soggetti socializzati, educati e inseriti nelle strutture sociali dello Stato australiano.
La vicenda australiana porta alla luce ciò che molte democrazie occidentali — inclusa l’Unione Europea — tendono a non voler riconoscere: l’idea di cittadinanza come mera formalità giuridica è un punto cieco che può avere conseguenze drammatiche per la sicurezza interna.
L’ordinamento australiano contempla, come molte democrazie liberali, una disciplina della cittadinanza che riconosce lo status per nascita (jus soli qualificato) o per naturalizzazione. Tuttavia, la semplice titolarità di un titolo di cittadinanza non si è rivelata — nel caso recentissimo — un deterrente alla partecipazione a condotte estremiste violente. L’evento di Bondi Beach dimostra che la formalità giuridica della cittadinanza, priva di una verifica sostanziale di integrazione valoriale e istituzionale, non è immune da strappi radicali con l’ordine costituzionale.
Questo punto di osservazione è essenziale se si vuole comprendere il fenomeno nella sua dimensione strutturale. È facile, nelle ore immediatamente successive a un attentato, relegare la questione alla sfera sociologica o alla psicopatologia individuale. Ma la democrazia occidentale, nella sua impostazione normativa, ha progressivamente privilegiato una concezione della cittadinanza priva di requisiti e condizioni sostanziali, riducendola a un atto amministrativo anziché a un riconoscimento di appartenenza responsabile all’ordine giuridico.
Il risultato è che soggetti dotati di passaporto e diritti civili, cresciuti nel tessuto sociale dello Stato, possono essere radicalizzati — in particolare attraverso canali digitali e reti transnazionali — fino ad aderire a ideologie che rifiutano i valori fondanti delle democrazie liberali.
La cittadinanza, così intesa, non è più garanzia di lealtà costituzionale, ma semplice certificazione burocratica.
La tragedia australiana è un esempio plastico di come la cittadinanza formale diventi un punto cieco quando non si accompagna a strutture di integrazione sostanziale: educazione civica, obblighi valoriali espliciti, percorsi verificabili di adesione alle norme di convivenza e sanzioni preventive congruenti. In assenza di queste condizioni, lo Stato si trova privo di strumenti efficaci per prevenire l’emergere di soggetti che, pur dotati di cittadinanza, scelgono consciamente di rompere il patto costituzionale sui cui si fonda la comunità politica.
Il paradigma di Integrazione o ReImmigrazione non riguarda solo la gestione dei flussi migratori o il controllo delle frontiere. Esso chiama in causa la ridefinizione del contenuto stesso della cittadinanza: da atto formale a vincolo sostanziale di responsabilità reciproca tra individuo e Stato.
Non si tratta di un’idea isolata o controversa: è l’esito logico di una riflessione che parte dall’osservazione empirica dei fatti, come quello accaduto in Australia, e si spinge alla loro interpretazione normativa e politica.
Se la cittadinanza non è accompagnata da obblighi di integrazione valutabili e da strumenti istituzionali che possano identificare e gestire in anticipo i segnali di rottura radicale, lo spazio democratico rischia di diventare terreno neutro in cui le idee più violente possono attecchire indisturbate. Nell’esperienza australiana, come in altri casi europei recenti, questo rischio si è tradotto in tragedia. Ignorarlo significherebbe ripetere lo stesso errore: pensare che il problema sia “l’altro”, quando è ormai evidente che può nascere dall’interno dello stesso corpo sociale.
La risposta delle democrazie occidentali deve essere duplice: rafforzare le politiche di prevenzione del terrorismo radicale, sì, ma anche ripensare il concetto di cittadinanza affinché non resti mera formalità giuridica. Occorre chiedere non soltanto presenza, ma partecipazione attiva e leale ai valori costituzionali; non soltanto documenti, ma impegni; non soltanto diritti, ma doveri. Finché queste dimensioni non saranno integrate, lo Stato resterà esposto a nuovi “punti ciechi” — e il rischio che tragedie come quella australiana si ripetano nel cuore delle nostre città rimarrà concreto.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato – Lobbista
Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36

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