Le dinamiche politiche registrate in Slovenia, Francia e Germania restituiscono un quadro coerente: l’Europa si trova in una fase di instabilità non episodica, ma strutturale. Non si tratta semplicemente di oscillazioni elettorali, bensì dell’emersione di una difficoltà sistemica nel produrre maggioranze stabili e nel governare fenomeni complessi. Tra questi, l’immigrazione rappresenta il punto di frizione più evidente, non tanto per la sua presenza, quanto per l’assenza di un modello giuridico capace di regolarne in modo chiaro la permanenza.
In Slovenia, il dato più significativo è la sostanziale paralisi del sistema politico. Il Parlamento risulta composto da cinque forze, con una distribuzione dei seggi che rende estremamente difficile la formazione di una maggioranza: circa 40 seggi al centro-sinistra e 37 alla destra, a fronte dei 46 necessari per governare. Il distacco elettorale è minimo, poco più di 7.700 voti, segno di una divisione profonda del Paese. Il premier uscente Robert Golob, pur dichiarandosi fiducioso e affermando che “incontreremo tutti i partiti eletti per trovare una coalizione comune”, esclude esplicitamente un’intesa con il partito di Janez Janša. Nella stessa direzione si colloca la sua affermazione secondo cui “ci vorrà sicuramente molta pazienza per formare un nuovo governo”. Il risultato è un sistema che, pur funzionando formalmente, fatica a tradurre il voto in capacità di governo.
In Francia, il quadro appare articolato ma altrettanto indicativo. A Parigi resta prevalente il candidato socialista Emmanuel Grégoire, che stacca di nove punti la candidata Dati, sostenuta anche dal presidente Macron. Tuttavia, questo dato non segnala una ritrovata stabilità, bensì una scomposizione del quadro politico. Il centro macroniano arretra, mentre la sinistra appare divisa, al punto che i socialisti arrivano a “rompere gli accordi locali con gli insoumis”. Parallelamente, il Rassemblement National continua ad espandersi, in particolare nelle città medio-piccole e nel sud est, consolidando un radicamento territoriale sempre più evidente. Si delinea così una geografia politica frammentata: la capitale resta alla sinistra socialista, il centro perde terreno e la destra cresce progressivamente.
In Germania, la crisi assume una dimensione ancora più esplicita. Il segretario della SPD, Lars Klingbeil, ha offerto le proprie dimissioni, affermando: “Se sono io il problema, sono pronto a farmi da parte”. Si tratta di una dichiarazione che evidenzia la profondità della crisi interna senza tradursi, allo stato, in una decisione definitiva. Nello stesso contesto, il risultato elettorale viene definito “devastante”, lasciando “aperti tutti i contenziosi in seno alla sinistra”. Il dato – con la SPD ferma al 17,4% e la crescita delle forze alternative – conferma il logoramento di un modello politico fondato sull’integrazione attraverso il lavoro e il welfare, oggi sempre meno capace di garantire consenso e coesione.
Se si mettono in relazione questi tre contesti, emerge con chiarezza un elemento comune: la crisi politica non è determinata dalla mera presenza del fenomeno migratorio, ma dall’assenza di un criterio giuridico condiviso che ne regoli la permanenza nel tempo. Gli ordinamenti europei continuano a disciplinare l’ingresso e lo status dello straniero, ma non hanno sviluppato una teoria generale della permanenza. È questa lacuna a generare instabilità, polarizzazione e difficoltà nella costruzione di politiche pubbliche coerenti.
I fatti richiamati lo dimostrano in modo evidente. In Slovenia, la difficoltà di formare una maggioranza stabile; in Francia, la rottura tra socialisti e insoumis e l’espansione territoriale della destra; in Germania, un risultato elettorale definito “devastante” che porta il leader della SPD a mettere in discussione la propria posizione. Si tratta di fenomeni diversi, ma riconducibili a una medesima radice: l’assenza di regole chiare e condivise su chi possa restare stabilmente nel territorio dello Stato.
Il nodo centrale è dunque il diritto di permanenza, oggi privo di una disciplina autonoma e strutturata. Finché la permanenza continuerà a essere considerata una conseguenza automatica dell’ingresso o del riconoscimento di uno status, il sistema sarà inevitabilmente esposto a tensioni e squilibri. Al contrario, è necessario introdurre un criterio oggettivo e verificabile che consenta di valutare il percorso dello straniero nel tempo.
In questa prospettiva si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, che propone di fondare la permanenza sull’integrazione effettiva. Le vicende di Slovenia, Francia e Germania convergono tutte nello stesso punto: senza un parametro oggettivo, il sistema non regge. L’integrazione, intesa come inserimento lavorativo, conoscenza linguistica e rispetto delle regole, diventa così il criterio attraverso cui valutare la legittimità della permanenza.
In assenza di tale evoluzione, la crisi politica osservata nei diversi contesti europei è destinata ad accentuarsi. I casi richiamati non rappresentano episodi isolati, ma manifestazioni di un fenomeno più ampio: la difficoltà degli ordinamenti europei nel governare un fenomeno strutturale con strumenti normativi inadeguati. È su questo terreno che si gioca la tenuta futura dei sistemi democratici, ed è su questo terreno che si impone una revisione profonda del diritto dell’immigrazione, capace di spostare il focus dall’ingresso alla permanenza e di fare dell’integrazione il criterio decisivo della sua legittimazione.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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