Nel lessico pubblico degli ultimi anni si è affermata una categoria che, più di altre, rivela la trasformazione silenziosa del diritto dell’immigrazione: il cosiddetto “PIL migratorio”. L’idea è che la presenza dello straniero trovi giustificazione nel contributo economico che è in grado di generare. Non è più la persona al centro, ma la sua capacità produttiva. Non è il diritto a regolare l’ingresso e la permanenza, ma il mercato a selezionare chi può restare.
Questa impostazione ha prodotto un mutamento profondo, spesso non dichiarato. Il diritto dell’immigrazione è stato progressivamente assorbito dalle politiche economiche, fino a diventare uno strumento di gestione della manodopera. Il modello dei flussi programmati ne rappresenta la manifestazione più evidente: numeri, quote, settori produttivi. Una costruzione che appare ordinata, ma che in realtà è intrinsecamente instabile, perché fondata su un presupposto variabile per definizione.
Il punto critico non è l’esistenza di una politica del lavoro. È la sua elevazione a criterio fondante della soggettività giuridica dello straniero. Se la permanenza dipende dal lavoro, allora la perdita del lavoro diventa automaticamente perdita di legittimazione. Il diritto non riconosce una posizione autonoma, ma riflette una condizione economica. In questo modo, l’irregolarità non è più una deviazione dal sistema, ma una sua conseguenza inevitabile.
Si crea così una precarietà strutturale. Il migrante non è mai realmente stabilizzato, perché la sua posizione è esposta alle oscillazioni del mercato. Quando serve, è integrabile; quando non serve più, diventa eccedente. Il passaggio dalla regolarità all’irregolarità non è frutto di una violazione, ma di un mutamento del contesto economico. È il sistema che produce irregolarità, non l’individuo che devia da esso.
Questa impostazione entra in tensione con i principi fondamentali dell’ordinamento. Il diritto non può fondare la titolarità delle posizioni soggettive sulla produttività. La persona non è una funzione economica. La tutela della vita privata e familiare, così come il riconoscimento dei diritti fondamentali, non può essere subordinata all’utilità. Quando ciò accade, il diritto perde la propria autonomia e si riduce a strumento di regolazione del mercato.
È qui che si rende necessario un cambio di paradigma.
Il modello Integrazione o ReImmigrazione rompe la catena che lega presenza e utilità economica. La permanenza non è più giustificata dal contributo al PIL, ma dal percorso che il soggetto costruisce all’interno dell’ordinamento. Non è il lavoro a determinare il diritto a restare, ma l’integrazione intesa come relazione complessa tra individuo e sistema giuridico.
In questa prospettiva, il lavoro non scompare, ma viene ricollocato. Non è più il fondamento esclusivo della permanenza, ma uno degli elementi attraverso cui si manifesta l’integrazione. Accanto ad esso rilevano la lingua, il rispetto delle regole, la stabilità delle relazioni, la partecipazione alla vita sociale. Il diritto torna così a considerare la persona nella sua interezza, sottraendola alla riduzione economicistica.
Il passaggio produce un effetto decisivo: l’irregolarità non è più una conseguenza automatica della perdita di utilità economica. La posizione dello straniero viene valutata in modo complessivo, sulla base di un percorso verificabile. Il sistema acquisisce stabilità, perché non dipende più da variabili esterne, ma da criteri interni e controllabili.
Questo non significa rinunciare al controllo dei flussi o ignorare le esigenze economiche. Significa distinguere i piani. L’economia può orientare le politiche di ingresso, ma non può definire la struttura del diritto. La permanenza deve essere regolata da criteri giuridici, non da oscillazioni del mercato.
La verità è che il diritto dell’immigrazione ha smarrito, negli ultimi decenni, la propria funzione originaria. Ha inseguito l’emergenza, si è adattato alle esigenze produttive, ha cercato di governare il fenomeno attraverso strumenti quantitativi. Il risultato è un sistema che produce più problemi di quanti ne risolva.
Superare il “PIL migratorio” non è una scelta ideologica. È una necessità giuridica. Significa restituire al diritto la capacità di regolare la presenza della persona in modo coerente, stabile e prevedibile. Significa riconoscere che la legittimazione a restare non può dipendere da quanto si produce, ma da come si vive all’interno dell’ordinamento.
Finché il migrante sarà misurato in termini economici, il sistema continuerà a generare irregolarità e precarietà. Quando sarà valutato in base al percorso, sarà possibile costruire un modello diverso, in cui la presenza non è una funzione del mercato, ma il risultato di una relazione giuridica.
È questa la vera alternativa: non tra apertura e chiusura, ma tra un diritto che misura l’utilità e un diritto che riconosce la persona.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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