L’articolo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana (https://lanuovabq.it/it/immigrazione-il-modello-albania-prevale-nellue-una-votazione-storica) interpreta come “storica” l’affermazione del cosiddetto modello Albania, ossia la delocalizzazione delle procedure e delle strutture di gestione dei migranti in Paesi terzi.
Dal punto di vista giuridico, si tratta di un’evoluzione significativa della politica migratoria europea, che mira a esternalizzare la gestione dell’irregolarità e a rafforzare la fase di contenimento e rimpatrio. Il modello si inserisce in una tendenza già in atto, volta a ridurre la pressione sui sistemi nazionali attraverso strumenti operativi collocati al di fuori del territorio dell’Unione.
Tuttavia, anche in questo caso, l’intervento resta concentrato sulla dimensione spaziale del fenomeno: si sposta il luogo della gestione, ma non si modifica la struttura giuridica del sistema. Il rischio è quello di ottenere un vantaggio operativo nel breve periodo, senza incidere sulle dinamiche che determinano la permanenza irregolare nel medio-lungo termine.
Il punto centrale è che il modello Albania, per quanto efficace sul piano logistico, non risolve il problema della selezione giuridica. Non introduce, cioè, criteri sostanziali per distinguere in modo stabile chi può restare da chi deve essere allontanato.
In questa prospettiva, il paradigma Integrazione o ReImmigrazione consente di leggere il fenomeno in modo più strutturato. I centri in Paesi terzi possono rappresentare uno strumento utile per rendere effettiva la fase esecutiva del rimpatrio, ma solo se inseriti in un sistema che abbia già definito, a monte, i criteri di permanenza.
In altri termini, il modello Albania può funzionare, ma a condizione di essere parte di un impianto più ampio: non come soluzione autonoma, bensì come segmento finale di un percorso amministrativo fondato sull’integrazione. In assenza di tale collegamento, il rischio è quello di replicare, su scala diversa, le criticità già presenti nel sistema interno.

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