La crescente instabilità legata al contesto iraniano sta riportando al centro del dibattito europeo una questione che, a ben vedere, non è mai stata realmente risolta: la capacità dell’Unione di governare fenomeni migratori di natura sistemica, e non meramente contingente. L’impegno assunto a livello europeo nel prevenire una possibile crisi migratoria derivante dall’area mediorientale rappresenta un passaggio significativo, ma non ancora risolutivo. È un segnale di consapevolezza, non una soluzione.
Il punto di partenza è chiaro. L’Unione Europea si sta muovendo lungo una direttrice ormai consolidata: anticipazione dei flussi, rafforzamento della cooperazione con i Paesi terzi, utilizzo degli strumenti previsti dal nuovo Patto su migrazione e asilo. Si tratta di un’impostazione che privilegia la dimensione esterna della gestione migratoria, nella convinzione che il governo dei movimenti debba avvenire prima ancora dell’ingresso nel territorio europeo. In questa prospettiva, il confine giuridico si sposta progressivamente fuori dallo spazio dell’Unione, e con esso si ridisegna anche il perimetro effettivo del diritto di asilo.
Questa evoluzione, tuttavia, evidenzia un limite strutturale. L’Europa si sta attrezzando per selezionare chi entra, ma non ha ancora definito in modo coerente e sistematico il criterio in base al quale determinare chi deve restare. La gestione preventiva dei flussi, per quanto necessaria, non esaurisce il problema. Lo sposta.
Il diritto dell’immigrazione europeo, soprattutto nella sua declinazione più recente, continua a oscillare tra esigenze di sicurezza e tutela dei diritti fondamentali, senza però costruire un modello stabile di integrazione. Le forme di protezione – internazionale e complementare – restano ancorate a presupposti giuridici che guardano al rischio individuale, ma faticano a confrontarsi con fenomeni migratori di massa, nei quali la dimensione individuale tende inevitabilmente a essere compressa dentro logiche di gestione collettiva.
In questo contesto, il rischio è duplice. Da un lato, si assiste a una progressiva standardizzazione delle decisioni amministrative, con procedure accelerate che riducono gli spazi di valutazione individuale. Dall’altro lato, si rafforza una logica emergenziale che, pur legittima nella gestione delle crisi, non può diventare la regola ordinaria del sistema.
È proprio qui che emerge la necessità di un cambio di paradigma.
Il modello “Integrazione o ReImmigrazione” si colloca esattamente in questo spazio lasciato scoperto dal diritto europeo. Non si limita a governare l’ingresso, ma affronta il nodo centrale della permanenza. Introduce un criterio chiaro: il diritto a restare non può essere svincolato da un percorso effettivo di integrazione, intesa non come concetto astratto, ma come realtà verificabile, fondata su elementi oggettivi quali il lavoro, la conoscenza della lingua e il rispetto delle regole dell’ordinamento.
In assenza di tale percorso, il sistema deve prevedere una conseguenza altrettanto chiara: la ReImmigrazione, ossia il ritorno nel Paese di origine o in un Paese terzo sicuro, secondo modalità giuridicamente garantite ma effettive. Non si tratta di una misura punitiva, ma della naturale chiusura di un percorso che non ha prodotto integrazione.
La crisi potenziale legata all’Iran rende evidente che il modello attuale non è più sufficiente. L’Europa può anche riuscire a contenere i flussi, a esternalizzare le frontiere, a rafforzare i controlli. Ma senza un criterio interno di selezione fondato sull’integrazione, continuerà a operare in una condizione di perenne instabilità normativa e politica.
Il punto, quindi, non è soltanto evitare una nuova crisi migratoria. È costruire un sistema capace di reggerla. E questo richiede una scelta che finora è stata rinviata: passare da una logica di gestione a una logica di governo.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si propone come risposta a questa esigenza. Non come alternativa ideologica, ma come evoluzione necessaria di un sistema che, così com’è, si ferma a metà. Filtra gli ingressi, ma non decide il destino delle persone nel lungo periodo.
Ed è proprio nel lungo periodo che si gioca la tenuta giuridica e sociale dell’intero modello europeo.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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