Commento all’articolo del 10 aprile 2026 “Remigrazione, modello Svezia” pubblicato da il manifesto


L’articolo pubblicato su il manifesto (https://ilmanifesto.it/remigrazione-modello-svezia) affronta il tema della cosiddetta “remigrazione” prendendo a riferimento il caso svedese, con un taglio critico e fortemente orientato a evidenziarne i rischi sul piano dei diritti.

Dal punto di vista giuridico, il primo elemento da chiarire è la distinzione concettuale. Il termine “remigrazione”, così come utilizzato nel dibattito europeo, tende a evocare interventi generalizzati e non sempre fondati su valutazioni individuali, con possibili profili di incompatibilità rispetto ai principi dell’ordinamento europeo e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

È proprio su questo punto che si rende necessaria una precisazione: il paradigma Integrazione o ReImmigrazione si colloca su un piano radicalmente diverso. Non si tratta di politiche indistinte o collettive, ma di un modello giuridico fondato su accertamenti individuali, progressivi e verificabili.

Il caso svedese, richiamato nell’articolo, è interessante perché evidenzia le difficoltà di un sistema che ha puntato molto sull’accoglienza, ma che oggi si confronta con problemi legati alla tenuta dell’integrazione. Tuttavia, la risposta non può essere una generalizzazione del rimpatrio, bensì una maggiore strutturazione dei criteri di permanenza.

In questa prospettiva, il paradigma Integrazione o ReImmigrazione consente di superare la contrapposizione tra accoglienza e allontanamento. La permanenza sul territorio è legittima quando vi è integrazione effettiva; in caso contrario, il sistema deve prevedere conseguenze coerenti, ma sempre sulla base di una valutazione individuale.

Il dato che emerge è chiaro: il dibattito sulla “remigrazione” rischia di muoversi su categorie improprie. La vera questione, invece, è costruire un modello giuridico che renda prevedibile e trasparente il rapporto tra integrazione e permanenza, evitando sia automatismi sia ambiguità.

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