Leggendo l’articolo https://www.ilgiornale.it/news/politica/vittoria-no-render-pi-facile-lazione-dei-giudici-pro-2643887.html emerge un’impostazione che tende a leggere l’intervento della giurisdizione in materia di immigrazione in chiave prevalentemente politica, come se l’attività dei giudici fosse orientata da una posizione “pro migranti”.
Si tratta di una rappresentazione che rischia di semplificare eccessivamente il ruolo della giurisdizione.
Il giudice non opera sulla base di un orientamento politico, ma applica norme e principi, spesso di rango costituzionale e sovranazionale, che impongono una valutazione individuale delle situazioni. In materia di immigrazione, questo significa, ad esempio, verificare il rispetto dei diritti fondamentali, il divieto di refoulement, la tutela della vita privata e familiare.
Ridurre tutto questo a una contrapposizione tra “giudici pro migranti” e politiche restrittive significa spostare il discorso fuori dal diritto.
Ma anche qui emerge il limite più profondo del dibattito.
Si discute del ruolo dei giudici, si critica l’effetto delle decisioni, ma non si affronta la questione centrale: quale sia il criterio giuridico che i giudici dovrebbero applicare per distinguere tra chi può restare e chi deve essere allontanato.
E, ancora una volta, manca completamente ogni riferimento all’integrazione.
In realtà, molte decisioni giurisprudenziali si muovono già – almeno implicitamente – in questa direzione, valorizzando elementi come il radicamento sociale, lavorativo e familiare. Ma questo avviene in modo frammentario, senza un quadro normativo esplicito e coerente.
Il risultato è un sistema in cui il giudice è chiamato a colmare lacune normative, con inevitabili tensioni tra potere giudiziario e potere politico.
Il punto, invece, è proprio questo: definire a livello normativo un criterio chiaro, fondato sull’integrazione, che consenta di orientare in modo coerente sia l’azione amministrativa sia quella giurisdizionale.
Senza questo passaggio, il rischio è quello di continuare a interpretare le decisioni dei giudici come scelte politiche, quando, in realtà, sono spesso il riflesso di un vuoto normativo.
In questa prospettiva, il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” offre una chiave di lettura diversa. Non si tratta di contrapporre giudici e politica, ma di costruire un criterio giuridico condiviso, che riduca l’area dell’incertezza e renda il sistema più prevedibile.
Senza questo passaggio, il conflitto tra narrazione politica e decisione giuridica è destinato a riprodursi. Perché, in assenza di regole chiare, sarà sempre il giudice a dover decidere caso per caso. E questo, inevitabilmente, espone il sistema a critiche che, spesso, colpiscono l’effetto senza coglierne la causa.

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