Maranza e seconde generazioni: il fallimento dell’integrazione che nessuno vuole vedere

Negli ultimi anni nel dibattito pubblico italiano è comparsa con crescente frequenza una parola che fino a poco tempo fa apparteneva quasi esclusivamente al linguaggio giovanile delle periferie urbane: maranza. Il termine, nato nello slang milanese, viene oggi utilizzato per descrivere gruppi di adolescenti o giovani adulti che occupano spazi pubblici – stazioni ferroviarie, piazze, centri commerciali – spesso caratterizzati da comportamenti provocatori, ostentazione identitaria e conflitti con il contesto sociale circostante.

Ridurre il fenomeno a una semplice questione di costume giovanile o a una sottocultura urbana sarebbe però un grave errore di analisi. Dietro questa etichetta si nasconde infatti una questione molto più profonda e strutturale: il nodo delle seconde generazioni nell’immigrazione europea e italiana.

L’errore più frequente nel dibattito politico è quello di concentrarsi quasi esclusivamente sul momento dell’ingresso degli stranieri nel territorio nazionale. Si discute di sbarchi, di quote di ingresso, di decreti flussi, di controlli alle frontiere. Tutti elementi importanti, ma che rappresentano solo la prima fase del fenomeno migratorio. I problemi più complessi emergono infatti una generazione dopo, quando i figli dei migranti crescono nelle scuole, nei quartieri e nello spazio pubblico delle grandi città.

Se la prima generazione non si integra realmente — sul piano linguistico, culturale e normativo — la seconda generazione cresce spesso in una condizione di identità sospesa. Non appartiene più pienamente alla cultura di origine dei genitori, ma non è neppure completamente inserita nella società del paese in cui vive. In questo spazio intermedio possono svilupparsi fenomeni di frustrazione sociale, identità antagoniste e subculture giovanili di contrapposizione.

Per comprendere la portata del fenomeno è necessario partire dai dati demografici. Secondo l’ISTAT, nel 2024 in Italia risiedono circa 5,3 milioni di cittadini stranieri, pari a circa l’8,9% della popolazione complessiva. Il dato più significativo riguarda però i minori. Sempre secondo l’ISTAT, oltre un milione di minorenni con cittadinanza straniera vive oggi nel territorio nazionale e circa due terzi di questi minori sono nati in Italia.

Ciò significa che una parte crescente della popolazione giovanile è composta da seconde generazioni o da giovani arrivati nel paese in età infantile.

Il sistema scolastico rende questo cambiamento demografico ancora più evidente. I dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito indicano che nell’anno scolastico 2022-2023 gli studenti con cittadinanza non italiana erano circa 914.000, pari a oltre l’11% dell’intera popolazione scolastica. Il dato nazionale, tuttavia, nasconde forti differenze territoriali. Nelle grandi aree urbane e nelle regioni del Nord le percentuali sono sensibilmente più elevate e in numerosi istituti scolastici si registrano classi in cui gli studenti con background migratorio superano ampiamente il 30 o il 40 per cento.

Il fenomeno delle seconde generazioni si concentra infatti soprattutto nelle grandi città, dove l’immigrazione si è insediata con maggiore intensità negli ultimi trent’anni. Secondo i dati ISTAT più recenti, Milano presenta una popolazione straniera pari a circa il 20% dei residenti, Torino supera il 15%, Bologna si colloca intorno al 16%, Roma si avvicina al 13%, mentre città come Brescia o Prato raggiungono percentuali ancora più elevate. Se si osserva la fascia giovanile e scolastica, queste quote risultano spesso più alte della media complessiva della popolazione.

Questo significa che la questione delle seconde generazioni non è un problema che riguarderà l’Italia in un futuro lontano. È già oggi una realtà strutturale delle principali aree urbane del paese. Nei quartieri periferici delle grandi città italiane stanno crescendo intere coorti demografiche composte da giovani con background migratorio che, nei prossimi dieci o quindici anni, entreranno pienamente nello spazio pubblico, nel mercato del lavoro e nella vita politica e sociale.

Ed è proprio qui che emerge il nodo dell’integrazione reale. Per decenni il dibattito italiano ha spesso dato per scontato che l’integrazione fosse un processo spontaneo e automatico. Si è ritenuto che bastasse vivere nel territorio italiano, frequentare la scuola e partecipare alla vita economica per produrre automaticamente integrazione sociale. L’esperienza di molti paesi europei dimostra però che non è così semplice. L’integrazione non è un fenomeno automatico ma un processo complesso che richiede condizioni precise: conoscenza della lingua, rispetto delle regole, adesione ai valori fondamentali della società ospitante e inserimento reale nel tessuto sociale e lavorativo.

Quando questi elementi non si consolidano nella prima generazione, le conseguenze si manifestano inevitabilmente nella seconda. In numerosi contesti urbani europei le seconde generazioni hanno dato origine a fenomeni di conflitto sociale, radicalizzazione identitaria o microcriminalità diffusa. Non si tratta di un destino inevitabile, ma di un rischio concreto che emerge quando l’integrazione rimane superficiale o incompleta.

Il fenomeno dei cosiddetti maranza deve essere letto anche in questa prospettiva. Non come una semplice devianza giovanile, ma come uno dei primi segnali di una trasformazione sociale più ampia. Se una quota significativa delle seconde generazioni cresce senza un reale processo di integrazione, il problema non riguarda più soltanto l’immigrazione. Riguarda la stabilità sociale delle città europee nei prossimi decenni.

La questione non può essere affrontata con gli strumenti tradizionali del dibattito migratorio. Limitarsi a discutere di ingressi o di cittadinanza non è sufficiente. Il vero nodo riguarda la qualità dell’integrazione e la capacità dello Stato di garantire che chi vive stabilmente nel territorio nazionale partecipi realmente alla vita sociale, linguistica e normativa del paese.

È proprio in questo contesto che assume rilievo il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. L’immigrazione non può essere considerata un processo neutro o automatico. Deve essere governata attraverso un principio chiaro: chi vive stabilmente in Italia deve integrarsi nel tessuto sociale, linguistico e normativo del paese. L’integrazione non può essere una possibilità opzionale, ma un vero e proprio obbligo civico.

Se questo processo non avviene, la società rischia di trovarsi di fronte a tensioni sempre più forti. Le dinamiche demografiche mostrano infatti che il tema delle seconde generazioni diventerà uno dei principali fattori di trasformazione delle città europee nei prossimi quindici anni. È su questo terreno che si giocherà il futuro delle politiche migratorie.

Ignorare il problema oggi significa semplicemente rinviarlo al futuro. E quando emergerà in tutta la sua dimensione, potrebbe essere molto più difficile da affrontare.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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