Nel dibattito pubblico sull’immigrazione si tende spesso a presentare la clandestinità come il risultato di comportamenti individuali: persone che entrano illegalmente, reti criminali che organizzano il traffico di migranti, controlli insufficienti alle frontiere. Questa narrazione contiene certamente elementi di verità, ma rischia di nascondere un problema più profondo e strutturale. In molti casi, infatti, non è soltanto l’assenza di regole a produrre l’immigrazione clandestina. Paradossalmente, sono proprio alcune norme giuridiche a favorirla.
Il sistema migratorio italiano continua ancora oggi a poggiare sulla struttura normativa del decreto legislativo 25 luglio 1998, numero 286, cioè il Testo Unico sull’Immigrazione, nato dalla cosiddetta legge Turco-Napolitano. Si tratta di una riforma pensata in un contesto storico completamente diverso: la fine degli anni Novanta, quando l’Italia stava passando da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione e il fenomeno migratorio era ancora numericamente e politicamente limitato rispetto a quello attuale.
Oggi siamo nel 2026. Sono passati quasi trent’anni. Nel frattempo il mondo è cambiato radicalmente: la globalizzazione dei mercati del lavoro, l’espansione delle reti migratorie, le crisi geopolitiche nel Mediterraneo e in Africa, l’integrazione europea delle politiche migratorie. Nonostante ciò, l’architettura di fondo del sistema italiano resta quella disegnata nel 1998, modificata nel tempo da interventi parziali e spesso emergenziali, ma mai realmente ripensata.
Questo dato cronologico non è un dettaglio. Significa che l’Italia governa nel 2026 uno dei fenomeni più complessi della contemporaneità con un impianto normativo concepito in un’epoca completamente diversa.
Il cuore del sistema è il meccanismo degli ingressi per lavoro attraverso i cosiddetti decreti flussi. In teoria il modello è semplice: il datore di lavoro italiano individua un lavoratore residente all’estero, presenta una richiesta allo Stato e, una volta ottenuta l’autorizzazione, il lavoratore può entrare regolarmente nel territorio nazionale.
Il problema è che questo modello presuppone una situazione difficilmente realizzabile nella realtà economica contemporanea. Un imprenditore dovrebbe assumere una persona che vive in un altro continente, che non ha mai incontrato e che non può nemmeno venire in Italia per cercare lavoro o sostenere un colloquio.
Il risultato è un sistema che sulla carta prevede ingressi regolari ma che nella pratica non riesce a intercettare la domanda reale di lavoro. In molti settori – agricoltura, edilizia, logistica, assistenza familiare – il fabbisogno di manodopera emerge in tempi rapidi e imprevedibili, mentre le procedure dei decreti flussi restano lente, burocratiche e rigidamente contingentate.
In questa distanza tra norma e realtà si inserisce il fenomeno dell’irregolarità.
Molti lavoratori stranieri finiscono per entrare nel territorio europeo attraverso canali informali o irregolari, spesso dopo aver pagato somme ingenti alle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico migratorio. Una volta arrivati, cercano lavoro nei settori dove la domanda di manodopera è più alta e dove i controlli sono più difficili.
Qui emerge la seconda conseguenza del sistema: la vulnerabilità giuridica del lavoratore irregolare diventa uno strumento di pressione economica. Chi non ha un permesso di soggiorno o teme di perderlo difficilmente denuncia condizioni di sfruttamento. Accetta salari più bassi, orari più lunghi, condizioni di lavoro che un lavoratore regolare rifiuterebbe.
In questo contesto si sviluppa quello che molti osservatori definiscono “schiavismo 2.0”: una forma moderna di sfruttamento lavorativo che non si basa più sulla proprietà legale delle persone, ma sulla loro fragilità amministrativa. Il lavoratore non è formalmente schiavo, ma si trova in una condizione di dipendenza economica e giuridica che riduce drasticamente la sua capacità di difendere i propri diritti.
Il punto più critico è che questo sistema non nasce soltanto da attività illegali. È spesso il risultato indiretto di una struttura normativa che rende estremamente difficile l’ingresso regolare nel mercato del lavoro europeo. Quando le vie legali sono troppo limitate o troppo lente, le vie illegali diventano inevitabilmente più attraenti.
Si crea così un circolo vizioso: le norme restrittive producono irregolarità, l’irregolarità alimenta lo sfruttamento, e lo sfruttamento contribuisce ad abbassare il costo del lavoro in alcuni settori economici.
Affrontare seriamente questo problema richiede quindi di guardare oltre la semplice contrapposizione tra immigrazione legale e immigrazione clandestina. La questione centrale riguarda il modo in cui le politiche migratorie vengono progettate e applicate.
È proprio in questo punto che entra in gioco il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Se una persona entra in un Paese e riesce a inserirsi nel tessuto sociale – imparando la lingua, lavorando regolarmente e rispettando le regole – il percorso di integrazione deve essere riconosciuto e stabilizzato. Se invece questo percorso non si realizza, il sistema deve prevedere strumenti chiari per il ritorno nel Paese di origine.
L’obiettivo non è semplicemente limitare l’immigrazione, ma eliminare quella vasta area grigia di irregolarità che alimenta sfruttamento, economia sommersa e tensioni sociali.
Finché questa area grigia continuerà a esistere, il rischio sarà sempre lo stesso: che dietro il linguaggio burocratico delle politiche migratorie si nasconda una realtà molto più dura, fatta di lavoro precario, diritti ridotti e nuove forme di dipendenza economica.
In altre parole, un sistema che pretende di governare l’immigrazione ma che, nei fatti, finisce per produrre proprio ciò che dice di voler combattere: clandestinità e schiavismo 2.0.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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