Trump dice che l’immigrazione sta uccidendo l’Europa: i dieci pilastri di “Integrazione o ReImmigrazione” per evitare il fallimento

Donald Trump ha affermato che l’immigrazione e le politiche energetiche starebbero «uccidendo l’Europa», invitando il continente a fermare immediatamente l’immigrazione illegale. La dichiarazione, pronunciata il 3 agosto 2026 nello Studio Ovale, utilizza un linguaggio volutamente drastico, ma intercetta una questione che i governi europei non possono più eludere: il modello seguito negli ultimi anni non è riuscito né a controllare pienamente gli ingressi, né a integrare efficacemente chi è rimasto, né a eseguire le decisioni di rimpatrio.

Dire che l’immigrazione, in quanto tale, stia uccidendo l’Europa è però una semplificazione. Il problema non è la presenza dello straniero, ma l’assenza di un sistema giuridico capace di distinguere tra chi costruisce un percorso effettivo di integrazione e chi, invece, rifiuta o fallisce quel percorso. La risposta non può essere né l’apertura indiscriminata delle frontiere né una remigrazione collettiva fondata sull’identità, sull’origine o sull’appartenenza etnica. Occorre un paradigma diverso, individuale e verificabile: “Integrazione o ReImmigrazione”.

Il primo pilastro è la permanenza condizionata. Il soggiorno e la stabilizzazione non possono essere considerati risultati automaticamente acquisiti per il solo trascorrere del tempo. La permanenza deve dipendere dal rispetto di condizioni giuridiche precise e lo Stato deve essere capace di dare effettiva esecuzione alle proprie decisioni.

Il secondo pilastro consiste nella misurazione dell’integrazione attraverso tre indicatori fondamentali: lavoro, conoscenza della lingua e rispetto delle regole. L’integrazione non è una sensazione, una dichiarazione politica o un giudizio ideologico. È un percorso che può essere valutato sulla base di comportamenti e risultati individuali.

Il terzo pilastro riconosce il migrante come soggetto giuridico, non come semplice oggetto delle politiche pubbliche. L’economicismo migratorio lo considera soltanto manodopera da importare; la remigrazione identitaria lo riduce a componente di una categoria collettiva da allontanare. Entrambe le impostazioni negano la persona. Il paradigma, invece, attribuisce allo straniero diritti, responsabilità e capacità di determinare attraverso la propria condotta l’esito della permanenza.

Il quarto pilastro è l’Accordo di integrazione. Uno strumento già presente nell’ordinamento italiano, ma rimasto marginale e scarsamente utilizzato, dovrebbe diventare il mezzo ordinario attraverso cui verificare periodicamente il percorso individuale. Il consolidamento del soggiorno non dovrebbe dipendere soltanto dagli anni trascorsi nel territorio, ma dall’effettivo adempimento degli impegni assunti.

Il quinto pilastro è la protezione complementare, distinta dalla protezione internazionale, che comprende lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria. Proprio perché esterna alla Convenzione di Ginevra e collegata alla tutela dei diritti fondamentali della persona nel caso concreto, la protezione complementare può diventare il laboratorio nel quale valutare il radicamento sociale, lavorativo, familiare e personale dello straniero.

Il sesto pilastro è il riconoscimento costituzionale del dovere di integrazione. La Costituzione tutela i diritti inviolabili dell’uomo, ma richiede anche l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà. A chi viene riconosciuta la possibilità di costruire il proprio futuro in Italia deve essere richiesto di apprendere la lingua, rispettare l’ordinamento e contribuire, secondo le proprie possibilità, alla comunità nazionale. L’integrazione deve cessare di essere una facoltà e diventare un dovere giuridico.

Il settimo pilastro è la ReImmigrazione quale conseguenza ordinaria del mancato raggiungimento dei parametri richiesti. Non si tratta di un’espulsione collettiva né di una punizione ideologica. È l’esito giuridico individuale di un percorso che non ha prodotto integrazione. La formula è netta: chi si integra rimane; chi rifiuta o fallisce l’integrazione entra nel percorso di ReImmigrazione.

L’ottavo pilastro riguarda i Centri di permanenza per i rimpatri. I CPR non devono essere strutture isolate nelle quali trattenere temporaneamente persone in attesa di decisioni spesso ineseguite. Devono essere inseriti in un sistema organico di identificazione, verifica della posizione giuridica, valutazione dell’integrazione e preparazione effettiva del ritorno, sempre nel rispetto delle garanzie fondamentali.

Il nono pilastro è l’istituzione di una Polizia dell’Immigrazione specializzata. L’attuale frammentazione delle competenze impedisce una gestione coerente del fenomeno. Occorre un corpo dotato di preparazione giuridica, amministrativa e operativa specifica, capace di seguire l’intero percorso: dall’ingresso al soggiorno, dalla verifica dell’integrazione fino all’eventuale rientro.

Il decimo pilastro è la creazione di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione. Oggi ingressi, lavoro, accoglienza, sicurezza, soggiorno e rimpatri sono distribuiti tra amministrazioni diverse, spesso incapaci di coordinarsi. Un’unica autorità politica dovrebbe governare l’intero ciclo migratorio, superando la contrapposizione tra il Ministero dell’interno, concentrato prevalentemente sul controllo, e le politiche sociali, spesso prive degli strumenti necessari per incidere sulla permanenza.

Trump individua il fallimento, ma offre una risposta troppo generica. L’Europa non può essere salvata accusando indistintamente l’immigrazione, così come non può essere governata continuando a considerare ogni ingresso come irreversibile. Deve tornare a distinguere, valutare e decidere.

“Integrazione o ReImmigrazione” non propone una guerra contro gli immigrati. Propone il ritorno dello Stato, della responsabilità individuale e della certezza delle decisioni. È una terza via tra frontiere aperte e allontanamenti collettivi: una politica nella quale la permanenza non dipende dall’origine della persona, ma dal percorso che essa costruisce nella comunità che l’ha accolta.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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