I numeri del Viminale dimostrano perché serve il dovere costituzionale di integrazione

Le statistiche pubblicate dal Ministero dell’Interno consentono di osservare con precisione l’evoluzione dei fenomeni migratori che interessano il territorio nazionale. Gli sbarchi, i rimpatri, le presenze nel sistema di accoglienza e la composizione dei flussi rappresentano dati indispensabili per comprendere la dimensione quantitativa dell’immigrazione contemporanea.

Tuttavia, proprio l’analisi di questi numeri mette in evidenza una questione che il dibattito pubblico continua a sottovalutare: l’ordinamento italiano disciplina l’ingresso, il soggiorno, l’accoglienza e l’allontanamento degli stranieri, ma non riconosce ancora in modo esplicito l’integrazione come un dovere costituzionale.

Questa assenza produce conseguenze rilevanti.

Lo Stato misura quante persone arrivano, quante rimangono e quante vengono rimpatriate. Non dispone però di un principio costituzionale che definisca con chiarezza quale debba essere il comportamento richiesto a chi intende vivere stabilmente all’interno della comunità nazionale.

L’integrazione viene generalmente descritta come un obiettivo politico, una finalità amministrativa o una scelta individuale. Raramente viene considerata per ciò che dovrebbe essere: un elemento essenziale del rapporto tra la persona straniera e la Repubblica.

I dati del Viminale mostrano che il fenomeno migratorio non può essere affrontato esclusivamente attraverso il controllo delle frontiere. Anche nei periodi in cui gli sbarchi diminuiscono e i rimpatri aumentano, permane la presenza di centinaia di migliaia di persone che vivono stabilmente nel territorio nazionale e che costruiscono qui il proprio futuro.

È proprio rispetto a queste persone che emerge la necessità di un nuovo fondamento costituzionale.

Ogni ordinamento democratico si fonda infatti su un equilibrio tra diritti e doveri. La Costituzione italiana riconosce una vasta gamma di diritti fondamentali, ma al tempo stesso richiama costantemente il principio della solidarietà e l’esistenza di doveri inderogabili nei confronti della comunità.

Se la permanenza dello straniero è destinata a trasformarsi in un progetto di vita stabile, appare ragionevole affermare che l’integrazione debba essere considerata non soltanto una possibilità, ma anche una responsabilità.

Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione propone proprio questo passaggio culturale e giuridico.

L’integrazione non deve essere concepita come una generica aspirazione. Deve diventare un dovere costituzionalmente riconosciuto, fondato su criteri verificabili e misurabili.

Lavoro, conoscenza della lingua italiana e rispetto delle regole rappresentano gli indicatori attraverso i quali tale dovere può trovare concreta attuazione. Non si tratta di imporre modelli culturali uniformi né di pretendere l’abbandono delle identità personali. Si tratta piuttosto di richiedere una partecipazione effettiva alla vita della comunità nazionale e l’adesione ai principi fondamentali dell’ordinamento repubblicano.

L’introduzione di un dovere costituzionale di integrazione produrrebbe effetti significativi sull’intero sistema migratorio.

Offrirebbe un fondamento più solido alle politiche di integrazione, consentirebbe una maggiore coerenza tra diritti e responsabilità, rafforzerebbe gli strumenti di valutazione della permanenza sul territorio e fornirebbe un criterio generale per interpretare le norme in materia di immigrazione.

Soprattutto, permetterebbe di superare la contrapposizione tra una visione esclusivamente securitaria e una visione esclusivamente assistenziale dell’immigrazione.

Il punto centrale non sarebbe più soltanto l’ingresso o l’espulsione della persona straniera, ma il suo rapporto con la comunità nazionale e il contributo fornito alla vita collettiva.

Le statistiche del Viminale continueranno a essere indispensabili per comprendere la dimensione del fenomeno migratorio. Ma i numeri, da soli, non possono indicare quale debba essere il modello di convivenza che una società intende costruire.

Questa è una scelta politica, giuridica e costituzionale.

Ed è proprio l’analisi dei dati ufficiali che oggi dimostra la necessità di compiere un passo ulteriore: riconoscere l’integrazione non soltanto come un obiettivo delle politiche pubbliche, ma come un dovere costituzionale collegato alla permanenza stabile nel territorio della Repubblica.

Avv. Fabio Loscerbo

Lobbista presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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