Commento all’articolo di Diocesi di Prato dal titolo “Remigrazione e riconquista: il commento del vescovo Giovanni sulla manifestazione nazionale in programma a Prato”

Leggendo l’articolo https://www.diocesiprato.it/remigrazione-e-riconquista-il-commento-del-vescovo-giovanni-sulla-manifestazione-nazionale-in-programma-a-prato/ emerge una presa di posizione che si colloca su un piano prevalentemente etico e valoriale, più che giuridico.

Il richiamo ai concetti di “remigrazione” e “riconquista” viene affrontato in chiave critica, evidenziandone le implicazioni sul piano della convivenza e dei valori. Si tratta di una prospettiva comprensibile, ma che resta esterna al problema giuridico centrale.

Anche in questo caso, infatti, il termine “remigrazione” viene discusso senza chiarire un punto fondamentale: non si tratta di una categoria del diritto. Non esiste nell’ordinamento, né come istituto né come procedura. È una parola che appartiene al dibattito pubblico e che, proprio per questo, rischia di essere caricata di significati diversi e spesso incompatibili tra loro.

Ma il limite dell’impostazione non è solo questo.

La critica si concentra sugli aspetti simbolici e culturali, senza affrontare la questione decisiva: quale sia il criterio giuridico che consente di distinguere tra chi può restare e chi deve essere allontanato. E anche qui manca completamente ogni riferimento all’integrazione come parametro normativo.

Il risultato è un dibattito che si sviluppa su due livelli paralleli ma incomunicanti: da un lato la critica etica, dall’altro le proposte politiche. In mezzo, il diritto resta sullo sfondo.

Eppure è proprio il diritto che dovrebbe fornire la chiave di equilibrio.

Senza un criterio fondato sull’integrazione – intesa come radicamento lavorativo, conoscenza della lingua, rispetto delle regole – il sistema resta privo di un parametro oggettivo. Si oscilla così tra posizioni di chiusura e richiami ai valori, senza costruire una struttura giuridica capace di governare il fenomeno.

Il punto, invece, è proprio questo: riportare il dibattito dentro il diritto. Non limitarsi a contestare parole o a difendere principi, ma individuare criteri applicabili, verificabili e coerenti con lo Stato di diritto.

In questa prospettiva, il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si colloca su un piano diverso rispetto alle categorie richiamate nell’articolo. Non è una risposta ideologica, ma una proposta giuridica: introdurre un criterio individuale di valutazione dell’integrazione come presupposto della permanenza.

Senza questo passaggio, il rischio è quello di continuare a discutere su piani diversi, senza mai affrontare il nodo che tiene insieme tutte queste posizioni: la definizione giuridica della permanenza dello straniero nel territorio.

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