The homicide that occurred in Bologna should not be read merely as a tragic criminal event. It will be investigated and judged as such. Its deeper significance lies elsewhere. The case exposes a structural failure at the heart of the European Union: the creation of free movement without a common system of integration for people.
This is Europe’s unresolved contradiction, and Bologna has made it impossible to ignore.
The Bologna case as a revealing episode
According to public reporting, the suspect in the Bologna homicide is a citizen of the European Union who had been living in a condition of severe social marginality, without stable housing, work, or social integration, and who was consistently present around the railway station area. This was not a case of illegal presence. On the contrary, it was a situation of formal legality combined with total social non-integration.
That distinction is crucial. The problem revealed by the Bologna case is not illegality, but the long-term tolerance of complete non-integration. The event does not explain Europe’s failure. It reveals it.
Legal status as a political alibi
Over time, European discourse has blurred the line between legal status and integration. EU citizenship has increasingly functioned as a shield against any substantive assessment of social behavior, responsibility, or participation in the host society.
The result is a dangerous paradox: individuals who are legally entitled to remain, yet entirely disconnected from the social fabric in which they live. Marginality becomes permanent, normalized, and institutionally ignored—until it produces irreversible consequences.
Why the U.S. analogy does not apply
An American reader might instinctively draw a comparison with internal mobility in the United States, such as a Californian relocating to Texas. But that analogy does not hold.
The United States is a fully federal state. California and Texas are not sovereign entities. They share a unified political identity, a federal welfare system, and centralized enforcement mechanisms. Freedom of movement within the U.S. rests on an integration that already exists at the federal level.
The European Union is fundamentally different. Its member states have retained sovereignty over public order, welfare, security, and territory. Mobility was built before integration, not after.
Mobility without common integration
This is the core of Europe’s failure. The European Union created a uniform right to move, but never built a common system of social integration. There is no European welfare state, no shared housing policy, no unified framework for managing social marginality.
When integration collapses, no European authority intervenes. Responsibility falls entirely on the host state and, ultimately, on local communities. Railway stations, city centers, and peripheral urban areas become the places where this failure materializes.
The European taboo of mandatory integration
Europe has embraced a political taboo: the idea that integration is optional and that EU citizenship exempts individuals from any substantive obligation to integrate. This belief is ideological, not legal.
EU law never established unconditional free movement. It has always presupposed self-sufficiency, respect for public order, and responsible behavior. What has been missing is not the legal basis, but the political will to enforce it.
Protecting formal status while ignoring social reality is not inclusion. It is abdication.
Integration or ReImmigrazione as a response to systemic failure
It is in this context that the paradigm of Integration or ReImmigrazione becomes relevant. ReImmigrazione is not a criminal sanction, nor a disguised form of deportation. It is an administrative response to the recognition of a structural failure of integration, applied with legal safeguards and due process.
Integration must remain the primary objective. But when integration fails persistently and structurally, return to the country of origin must once again become a legitimate option, even for EU citizens. Not as punishment, but as a way to prevent permanent non-integration from becoming an accepted social condition.
Bologna as a European turning point
The Bologna case is not an isolated Italian incident. It is a European turning point. It demonstrates that the distinction between EU citizens and non-EU migrants is no longer sufficient to govern social reality.
If integration is the foundation of coexistence, it must apply to everyone. If it does not apply to EU citizens, the paradigm remains incomplete. And integration without obligations is not integration at all—it is merely postponement.
Europe now faces a choice it can no longer avoid. Either it builds a genuine common framework for integrating people, or it must accept that member states retain the right to intervene when integration fails. Integration or ReImmigrazione is not an ideological provocation. It is the logical consequence of a system that no longer works.
Avv. Fabio Loscerbo
Lawyer – EU Transparency Register Lobbyist
EU Transparency Register No. 280782895721-36

- DDL Sicurezza 1869, protezione complementare e integrazione: il nuovo paradigma italiano

- Se le seconde generazioni aggrediscono gli insegnanti
L’episodio avvenuto a Parma, dove alcuni giovani hanno aggredito degli insegnanti nei pressi dell’ITIS “Leonardo da Vinci”, rappresenta molto più di un semplice fatto di cronaca. È un episodio che riapre una domanda sempre più difficile da ignorare: cosa accade quando l’integrazione rimane soltanto formale e non riesce a trasformarsi in reale appartenenza alla comunità nazionale?
Fonti della notizia:
https://www.rainews.it/articoli/2026/05/docenti-picchiati-in-un-parco-a-parma-la-vicinanza-di-valditara-i-prof-non-sporgeranno-denuncia-4f5b31b4-e3ea-4986-81c5-4148f21a0a46.html
https://parma.repubblica.it/cronaca/2026/05/23/news/professori_picchiati_parma_studenti-424980112/
https://www.ilrestodelcarlino.it/parma/cronaca/professori-aggrediti-parco-ducale-0f7c9c12
Secondo le ricostruzioni giornalistiche, l’aggressione sarebbe maturata nel contesto di tensioni tra studenti e docenti, con episodi di violenza fisica e intimidazione che hanno inevitabilmente scosso l’opinione pubblica. Ma ciò che rende il caso particolarmente significativo è un altro elemento: il fatto che si tratti di giovani cresciuti dentro il sistema italiano, spesso appartenenti alle cosiddette “seconde generazioni”.
Ed è proprio qui che emerge il nodo politico e culturale della questione.
Per anni una parte dell’Europa ha dato quasi per scontato che la semplice crescita all’interno della società occidentale producesse automaticamente integrazione. Si è ritenuto che frequentare la scuola pubblica, vivere nei quartieri europei o ottenere documenti amministrativi fosse sufficiente per creare adesione ai valori della comunità nazionale.
Ma episodi come quello di Parma mostrano che l’integrazione non è un processo automatico.
Quando insegnanti — cioè una delle figure simbolicamente più importanti dello Stato e della trasmissione culturale — diventano bersaglio di aggressioni, il problema non può più essere letto soltanto come una questione individuale o disciplinare. Si apre inevitabilmente una riflessione più ampia sul rapporto tra educazione, integrazione, autorità e identità culturale.
Naturalmente sarebbe scorretto trasformare un episodio di cronaca nella prova che “tutta l’immigrazione fallisce” oppure che ogni seconda generazione sia incompatibile con l’Europa. Una generalizzazione del genere non avrebbe alcun fondamento serio.
Tuttavia sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il significato simbolico di questi episodi.
Perché il vero interrogativo non riguarda soltanto la sicurezza urbana o la disciplina scolastica. La domanda più profonda è un’altra: l’Europa possiede ancora la capacità culturale di integrare realmente chi arriva o chi nasce dentro sistemi migratori ormai consolidati?
Ed è proprio qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” prova a inserirsi come possibile terza via tra due modelli oggi entrambi in difficoltà.
Da una parte vi è il multiculturalismo passivo, che tende a considerare l’integrazione come un processo inevitabile e spontaneo. Dall’altra stanno crescendo visioni rigidamente identitarie che ritengono l’integrazione sostanzialmente impossibile.
Il paradigma prova invece a introdurre un criterio diverso: la permanenza stabile e piena nella comunità nazionale dovrebbe essere strettamente collegata alla capacità concreta di integrazione.
Non soltanto lavoro o presenza amministrativa, ma rispetto delle regole, riconoscimento dell’autorità delle istituzioni, adesione minima ai principi fondamentali dello Stato e reale partecipazione alla vita della comunità nazionale.
In questa prospettiva, episodi come quello di Parma non vengono interpretati come prova dell’impossibilità assoluta dell’integrazione, ma come segnale del fallimento di determinati processi di integrazione sostanziale.
Ed è probabilmente proprio questo il grande tema che accompagnerà l’Europa nei prossimi anni. Perché una società aperta può continuare a esistere soltanto se conserva la capacità di trasmettere sé stessa alle nuove generazioni, indipendentemente dalla loro origine.
Quando questa trasmissione culturale si interrompe, il rischio non è soltanto il conflitto sociale. È la progressiva crisi della stessa idea di comunità nazionale.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista — Registro per la Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
- Milton Friedman aveva previsto il dilemma dell’Europa
La celebre affermazione di Milton Friedman continua ancora oggi a suscitare un dibattito enorme:
“You cannot simultaneously have a welfare state and free immigration.”
Per molto tempo questa frase è stata liquidata come una provocazione ideologica. Oggi, invece, appare sempre più come una delle questioni centrali dell’Europa contemporanea.
Friedman non era contrario all’immigrazione in quanto tale. Da economista liberale, vedeva positivamente la mobilità del lavoro e la circolazione delle persone. Tuttavia aveva compreso una tensione strutturale che molti governi europei hanno a lungo sottovalutato: un sistema di welfare molto esteso richiede coesione sociale, equilibrio economico e forte partecipazione contributiva. Se l’immigrazione diventa troppo ampia, troppo rapida o priva di reali meccanismi di integrazione, quel sistema rischia progressivamente di entrare in crisi.
Ed è esattamente ciò che oggi si intravede in molte società europee.
L’Europa del dopoguerra aveva costruito il proprio modello sociale dentro società relativamente omogenee, caratterizzate da crescita demografica, fiducia reciproca e forte identità collettiva. Quel modello presupponeva implicitamente che chi entrava nel sistema sarebbe diventato parte integrante della comunità nazionale, condividendone lingua, regole, valori e responsabilità.
Ma negli ultimi decenni il quadro è cambiato radicalmente. La crisi demografica ha colpito gran parte dell’Europa occidentale. In Paesi come Italia, Spagna o Germania il tasso di natalità è ormai stabilmente sotto il livello di sostituzione generazionale. Parallelamente, molti governi hanno iniziato a considerare l’immigrazione come uno strumento necessario per sostenere il mercato del lavoro e compensare l’invecchiamento della popolazione.
Tuttavia, proprio qui emerge il dilemma previsto da Friedman.
Il problema non è semplicemente il numero degli immigrati. Il vero nodo è la capacità di integrazione delle società ospitanti. Se l’integrazione rimane soltanto amministrativa o burocratica, senza trasformarsi in reale adesione alla comunità nazionale, il rischio è quello della frammentazione sociale e della progressiva perdita di coesione culturale.
Ed è qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” prova a inserirsi come possibile risposta ai due estremi che oggi dominano il dibattito europeo.
Da una parte vi è il multiculturalismo passivo, che tende a immaginare che qualunque flusso migratorio possa automaticamente integrarsi nel tempo. Dall’altra stanno emergendo visioni rigidamente identitarie che considerano l’immigrazione quasi esclusivamente come una minaccia alla continuità europea.
Entrambe queste impostazioni appaiono però insufficienti.
La prima sottovaluta la capacità limitata di assorbimento delle società europee. La seconda ignora che l’Europa, colpita dall’inverno demografico, continuerà comunque a confrontarsi con fenomeni migratori nei prossimi decenni.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” tenta invece di costruire una terza via. Non una società senza immigrazione, ma un’immigrazione governata, selettiva e subordinata alla capacità concreta di integrazione.
In questa prospettiva, la permanenza stabile nello Stato non dovrebbe dipendere soltanto dalla presenza fisica sul territorio o dal semplice possesso di un documento amministrativo. Dovrebbe invece essere collegata a elementi sostanziali: conoscenza della lingua, rispetto delle regole, inserimento lavorativo, adesione minima ai principi fondamentali della società ospitante e reale partecipazione alla comunità nazionale.
L’integrazione smette così di essere uno slogan astratto e diventa il vero criterio di sostenibilità del sistema.
Ed è probabilmente qui che il pensiero di Friedman acquista oggi una nuova attualità. Perché il problema non è l’immigrazione in sé, ma la capacità dello Stato di trasformare l’immigrazione in integrazione reale, stabile e contributiva.
Senza questa capacità, il rischio è che la crisi demografica europea non venga realmente risolta, ma semplicemente sostituita con una crescente crisi di coesione sociale e identità culturale.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista — Registro per la Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
- El nuevo modelo italiano de inmigración: integración, protección complementaria y derecho de permanencia

- Protezione complementare e integrazione: perché “Integrazione o ReImmigrazione” non è remigrazione

- La crisi demografica cambierà l’anima dell’Europa?”
Per molto tempo l’Europa ha affrontato la crisi demografica quasi esclusivamente come una questione economica. Meno nascite significavano meno lavoratori, meno contribuenti, più difficoltà nel sostenere pensioni e welfare. Ma oggi sta emergendo con sempre maggiore evidenza che il problema è molto più profondo. La demografia non riguarda soltanto i numeri. Riguarda l’identità stessa delle società europee.
In molti Paesi occidentali il tasso di natalità è ormai stabilmente sotto il livello di sostituzione generazionale da decenni. In alcune realtà, come Italia, Spagna o Polonia, studiosi ed economisti come Paul Collier, David Goodhart e Pierre Manent hanno evidenziato come il declino demografico europeo rischi di produrre trasformazioni strutturali ormai difficilmente reversibili attraverso le sole politiche familiari.
Questo significa che l’Europa si trova davanti a un bivio storico.
Da una parte vi è l’idea di compensare il declino demografico attraverso un’immigrazione ampia e continua. È la strada che molti governi europei hanno seguito negli ultimi decenni, spesso nella convinzione che i flussi migratori potessero sostituire progressivamente il calo delle nascite. Tuttavia questa impostazione tende spesso a sottovalutare il problema della capacità di integrazione delle società ospitanti. Quando le trasformazioni demografiche diventano troppo rapide e l’integrazione rimane soltanto formale o burocratica, il rischio è quello della frammentazione culturale e della progressiva perdita di coesione nazionale.
Dall’altra parte stanno emergendo visioni opposte che considerano l’immigrazione quasi esclusivamente come una minaccia identitaria o demografica. In queste impostazioni il tema centrale diventa la difesa della continuità storica e culturale dei popoli europei, talvolta attraverso approcci rigidamente identitari o puramente securitari.
Entrambe queste visioni mostrano però limiti evidenti.
La prima rischia di trasformare l’integrazione in una semplice illusione amministrativa, incapace di affrontare le tensioni sociali e culturali generate da cambiamenti troppo rapidi. La seconda rischia invece di ignorare che le società europee, segnate dall’inverno demografico, avranno comunque bisogno di governare fenomeni migratori nei prossimi decenni.
Ed è proprio in questo spazio che potrebbe collocarsi il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Il paradigma prova infatti a superare sia il multiculturalismo passivo sia le impostazioni esclusivamente identitarie, proponendo una terza via: un’immigrazione governata, selettiva e subordinata alla capacità concreta di integrazione.
In questa prospettiva il punto centrale non è soltanto l’ingresso nello Stato, ma la permanenza nel tempo. La permanenza stabile dovrebbe essere collegata a elementi sostanziali come conoscenza della lingua, inserimento lavorativo, rispetto delle regole, adesione ai principi fondamentali della società ospitante e reale partecipazione alla comunità nazionale.
L’integrazione smette così di essere uno slogan astratto e diventa il vero criterio di legittimazione della permanenza.
Il paradigma non esclude quindi l’immigrazione in assoluto, né immagina una chiusura totale delle società europee. Al contrario, riconosce che il fenomeno migratorio continuerà a esistere anche nel futuro. Ma sostiene che l’immigrazione possa essere sostenibile soltanto se compatibile con la capacità dello Stato di integrare realmente chi arriva senza dissolvere la propria continuità culturale e istituzionale.
In questa chiave, la ReImmigrazione non viene concepita come un obiettivo ideologico generalizzato, ma come la conseguenza del fallimento dell’integrazione. Dove l’integrazione riesce, la permanenza si consolida. Dove invece si sviluppano dinamiche strutturali di rifiuto delle regole, separazione culturale o mancata adesione minima alla comunità nazionale, lo Stato dovrebbe avere il diritto di interrompere quel percorso di permanenza.
Il paradigma prova dunque a costruire un equilibrio tra esigenze apparentemente inconciliabili: continuità culturale delle società europee, sostenibilità demografica e gestione realistica dei fenomeni migratori.
Ed è probabilmente proprio questo il grande tema politico che accompagnerà l’Europa nei prossimi decenni. Perché il futuro del continente non dipenderà soltanto dal numero degli abitanti, ma dalla capacità di mantenere un equilibrio tra apertura, integrazione e continuità storica delle proprie comunità nazionali.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista — Registro per la Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
- Ordinanza della Suprema Corte di Cassazione numero 13955 del 13 maggio 2026: la protezione complementare come strumento di valutazione dell’integrazione
L’ordinanza numero 13955 del 13 maggio 2026 della Corte Suprema di Cassazione costituisce una decisione di particolare interesse nel panorama del diritto dell’immigrazione contemporaneo, poiché affronta direttamente il rapporto tra protezione complementare, integrazione dello straniero e limiti all’esecuzione dei provvedimenti di espulsione.
La vicenda trae origine dal procedimento relativo alla convalida dell’accompagnamento immediato alla frontiera disposto nei confronti di un cittadino straniero che aveva manifestato la volontà di formalizzare una domanda di protezione complementare mediante comunicazione PEC inviata alla Questura competente.
Il Giudice di Pace di Milano aveva ritenuto irrilevante tale circostanza, sostenendo che la protezione complementare non costituisse un istituto previsto dalla normativa vigente e che la relativa richiesta non producesse alcun effetto ostativo rispetto al rimpatrio. La posizione dello straniero veniva così valutata esclusivamente sotto il profilo della irregolarità amministrativa.
La Suprema Corte censura però questa impostazione e sviluppa una ricostruzione molto più articolata del sistema di tutela previsto dall’ordinamento italiano ed europeo.
La Cassazione chiarisce infatti che la protezione complementare, pur distinta dalla protezione internazionale in senso stretto, rientra comunque nell’ambito delle tutele riconducibili ai diritti fondamentali della persona e trova il proprio fondamento nell’articolo 10 della Costituzione, nell’articolo 19 del d.lgs. 286/1998 e nella normativa europea in materia di rimpatri.
La Corte richiama inoltre la Direttiva 2008/115/CE, evidenziando che gli Stati membri possono rilasciare autorizzazioni al soggiorno per motivi umanitari o di altra natura e che, in tali ipotesi, il rimpatrio deve essere sospeso o revocato.
Il passaggio più significativo della decisione riguarda però il ruolo attribuito alla valutazione concreta della situazione personale dello straniero.
La Suprema Corte afferma infatti che il giudice, anche nel procedimento di convalida dell’accompagnamento alla frontiera, è tenuto a verificare l’esistenza di elementi potenzialmente ostativi all’espulsione, compresi quelli derivanti dalla domanda di protezione complementare, dalla vita privata e familiare, dall’inserimento lavorativo e dal percorso di integrazione sviluppato sul territorio nazionale.
Si tratta di un’affermazione di grande rilievo sistemico.
La Cassazione supera infatti una visione puramente burocratica dell’immigrazione, fondata esclusivamente sulla presenza o meno di un titolo di soggiorno formalmente valido, e introduce una prospettiva nella quale assume rilevanza la concreta condizione umana, sociale e relazionale dello straniero.
In questo contesto, la protezione complementare emerge progressivamente come uno strumento attraverso cui l’ordinamento valuta il livello di integrazione raggiunto dalla persona e la compatibilità del rimpatrio con i diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione e dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
È proprio questo il profilo che rende la decisione particolarmente significativa rispetto al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
La sentenza non sostiene una concezione di permanenza automatica dello straniero sul territorio nazionale, né una visione indiscriminata dell’accoglienza. Allo stesso tempo, però, respinge anche l’idea di una espulsione meccanica fondata esclusivamente sulla mera irregolarità amministrativa.
La Suprema Corte individua invece la necessità di una valutazione concreta del percorso individuale dello straniero: lavoro, relazioni familiari, inserimento sociale, tutela della vita privata e livello di integrazione effettivamente raggiunto.
In questa prospettiva, la protezione complementare assume una funzione nuova e centrale.
Non più semplice categoria residuale, ma strumento giuridico di valutazione dell’integrazione.
Il diritto a permanere sul territorio nazionale non viene infatti collegato a una astratta pretesa di permanenza, ma alla verifica concreta dell’esistenza di elementi meritevoli di tutela costituzionale e convenzionale.
È una impostazione che tende progressivamente a trasformare il concetto di integrazione da categoria politica o sociologica a parametro giuridicamente rilevante nella gestione del fenomeno migratorio.
La stessa critica rivolta dalla Cassazione al decreto del Giudice di Pace appare significativa. La Suprema Corte evidenzia infatti che erano stati ignorati elementi quali la documentazione lavorativa prodotta, la situazione familiare del ricorrente e il procedimento amministrativo relativo alla formalizzazione della domanda di protezione complementare.
Il principio che emerge dalla decisione è dunque chiaro: il rimpatrio non può essere il risultato di un automatismo amministrativo sganciato dalla concreta situazione personale e sociale dello straniero.
L’ordinanza numero 13955 del 2026 conferma così che la protezione complementare sta progressivamente assumendo un ruolo centrale nella costruzione di un nuovo equilibrio tra controllo dell’immigrazione, tutela dei diritti fondamentali e valutazione dell’integrazione sostanziale della persona.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: 0009-0004-7030-0428
- I dati ISTAT mostrano una trasformazione strutturale dell’Italia
I dati ufficiali pubblicati da ISTAT nella sezione “Popolazione e società” del portale “Noi Italia” mostrano con estrema chiarezza che l’Italia sta attraversando una trasformazione demografica strutturale destinata a incidere profondamente sul futuro sociale, culturale ed economico del Paese.
Fonte ISTAT: “Noi Italia – Popolazione e società”
Link esteso: https://noi-italia.istat.it/pagina.php?L=0&categoria=4&dove=ITA
Secondo i dati più recenti, la popolazione residente in Italia è scesa sotto i 59 milioni di abitanti, confermando un trend di progressiva diminuzione che prosegue ormai da anni. La causa principale è rappresentata dal crollo della natalità. Le nascite annuali sono ormai inferiori alle 400.000 unità, mentre il tasso di fecondità nazionale si mantiene stabilmente attorno a 1,2 figli per donna, uno dei valori più bassi dell’intera Europa e largamente inferiore alla soglia di sostituzione generazionale.
Parallelamente cresce l’età media della popolazione italiana, che ha ormai superato i 46 anni, mentre l’indice di vecchiaia continua ad aumentare in modo significativo. L’Italia è oggi uno dei Paesi più anziani del continente europeo.
In questo contesto, la presenza straniera assume inevitabilmente un peso strutturale. I residenti stranieri in Italia superano ormai i 5,3 milioni di persone e rappresentano quasi il 9% della popolazione complessiva nazionale. In molte aree del Nord Italia le percentuali risultano sensibilmente più elevate, soprattutto nelle grandi aree urbane e nei territori caratterizzati da forte presenza industriale e logistica.
Ma il dato forse più significativo riguarda la composizione delle nuove generazioni. Gli studenti con cittadinanza non italiana hanno ormai superato il milione e in numerose realtà scolastiche italiane le seconde generazioni costituiscono una componente stabile della popolazione studentesca. In alcune province del Nord gli alunni con background migratorio superano stabilmente il 20% degli iscritti.
Si tratta di numeri che mostrano come il fenomeno migratorio non possa più essere interpretato come una dinamica temporanea o emergenziale. L’Italia sta vivendo una trasformazione strutturale della propria composizione demografica.
Tuttavia, il vero nodo non riguarda soltanto la dimensione quantitativa del fenomeno.
Ed è proprio qui che emerge il tema dell’integrazione sostanziale e si innesta il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Per molti anni il dibattito europeo ha dato quasi per scontato che la semplice permanenza sul territorio nazionale producesse automaticamente integrazione sociale, culturale e civica. Ma i dati demografici, da soli, non possono dimostrare l’esistenza di una reale integrazione.
L’aumento della popolazione straniera, la crescita delle seconde generazioni e la trasformazione delle grandi aree urbane rappresentano dati oggettivi. Ciò che invece resta aperto è il tema della qualità dell’integrazione.
Una trasformazione demografica può infatti produrre coesione oppure frammentazione sociale. Può favorire integrazione reale oppure alimentare marginalizzazione, conflitti identitari e polarizzazione culturale.
Ed è questo uno dei grandi temi che oggi attraversano l’intera Europa.
In molte realtà urbane europee si registra infatti una crescente distanza tra integrazione formale e integrazione sostanziale. La presenza stabile sul territorio nazionale non coincide automaticamente con adesione ai principi fondamentali dell’ordinamento, partecipazione alla vita sociale, conoscenza della lingua o condivisione di un nucleo minimo di valori civici comuni.
Per questo motivo il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone una riflessione diversa rispetto al tradizionale approccio multiculturalista. La permanenza stabile non può essere considerata un automatismo amministrativo scollegato dall’effettiva integrazione nella società ospitante.
Il punto centrale non è negare l’esistenza della trasformazione demografica in corso. I dati ISTAT dimostrano chiaramente che tale trasformazione è già realtà. Il vero problema è comprendere quale modello di integrazione l’Italia e l’Europa intendano costruire nei prossimi decenni e quali conseguenze debbano derivare dal fallimento dei processi integrativi.
Perché i numeri, da soli, non costruiscono una società coesa. Possono descrivere un cambiamento. Ma la capacità di governarlo dipende dalla politica, dalle istituzioni e dalla chiarezza del modello culturale che uno Stato decide di adottare.
Ed è proprio su questo terreno che si giocherà una parte decisiva del futuro europeo.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea — ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
- Quando il fallimento dell’integrazione alimenta la polarizzazione digitale
L’articolo “L’algoritmo della farfalla”, pubblicato da Melting Pot Europa il 26 maggio 2026, ha sostenuto che la crescente polarizzazione del dibattito sull’immigrazione sarebbe alimentata soprattutto dagli algoritmi delle piattaforme digitali, capaci di amplificare contenuti emotivi, conflittuali e identitari.
Articolo citato: “L’algoritmo della farfalla” — Melting Pot Europa
Link esteso: https://www.meltingpot.org/2026/05/lalgoritmo-della-farfalla/
Secondo questa impostazione, i social network favorirebbero la radicalizzazione del confronto pubblico, premiando messaggi sempre più divisivi e trasformando il tema migratorio in uno strumento permanente di mobilitazione politica e culturale.
Questa lettura, tuttavia, rischia di essere parziale.
Gli algoritmi possono certamente amplificare fenomeni già esistenti, ma difficilmente possono creare dal nulla una crisi sociale e culturale di dimensioni europee. La crescente tensione sul tema migratorio nasce anche da dinamiche reali che molte istituzioni hanno preferito ignorare per anni: difficoltà di integrazione, segregazione urbana, conflitti culturali, aumento della percezione di insicurezza, crisi identitarie e progressiva sfiducia verso il multiculturalismo amministrativo.
In molte periferie europee il problema non è nato sui social network. I social, semmai, hanno reso visibile un disagio che era già presente nella realtà quotidiana.
Ed è proprio qui che si innesta il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Per lungo tempo l’Europa ha spesso trattato l’integrazione come un processo automatico, quasi fisiologico. Si è ritenuto che la semplice permanenza sul territorio nazionale fosse sufficiente a produrre integrazione sociale, culturale e civica. Ma gli eventi degli ultimi anni stanno mostrando che la presenza stabile non coincide necessariamente con l’integrazione sostanziale.
Quando lo Stato non riesce a costruire un modello chiaro di integrazione, il dibattito inevitabilmente si radicalizza. E quando le istituzioni evitano di affrontare apertamente il tema del fallimento di alcuni percorsi integrativi, lo spazio viene occupato dalle narrazioni più estreme e conflittuali presenti nel mondo digitale.
Il punto centrale, quindi, non è demonizzare gli algoritmi. Il vero nodo è comprendere perché una parte crescente della popolazione europea percepisca oggi il multiculturalismo come un modello in crisi.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” tenta di affrontare questo problema partendo da un presupposto diverso: la permanenza stabile deve essere collegata a un’effettiva integrazione nella società ospitante. Non basta trovarsi fisicamente sul territorio nazionale. Occorre partecipare alla vita sociale, rispettare le regole fondamentali dell’ordinamento, condividere un nucleo minimo di valori civici e costruire un reale percorso di inserimento.
Quando questo processo fallisce, il problema non può essere semplicemente nascosto o delegato alla gestione algoritmica del consenso online. Ignorare il fallimento dell’integrazione produce infatti un effetto paradossale: alimenta ulteriormente la polarizzazione digitale e rafforza le narrazioni radicali che si vorrebbero contrastare.
Per questo motivo il futuro del dibattito europeo sull’immigrazione non dipenderà soltanto dalla regolazione delle piattaforme digitali o dagli algoritmi dei social network. Dipenderà soprattutto dalla capacità delle istituzioni di affrontare in modo realistico il tema dell’integrazione sostanziale e delle conseguenze derivanti dal suo fallimento.
Finché questo nodo resterà irrisolto, la polarizzazione continuerà a crescere, sia nello spazio digitale sia nella società reale.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea — ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
- Piantedosi annuncia nuovi CPR: il tema dei rimpatri torna centrale
Il Governo ha annunciato la realizzazione di nuovi CPR sul territorio nazionale, tra cui una struttura anche in Calabria. La notizia, confermata dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi durante il question time alla Camera, rappresenta un passaggio politico rilevante perché segna il ritorno del tema dei rimpatri al centro del dibattito pubblico italiano.
Per anni il sistema migratorio italiano si è caratterizzato per una forte sproporzione tra ingressi irregolari, dinieghi delle domande di protezione e reale capacità dello Stato di eseguire i rimpatri. In questo contesto, i CPR sono rimasti spesso strutture insufficienti, numericamente limitate e incapaci di incidere realmente sulla gestione dell’immigrazione irregolare.
Le dichiarazioni del Ministro sembrano invece indicare un cambio di approccio. Il Governo non parla più dei CPR come misura temporanea o emergenziale, ma come elemento strutturale della politica migratoria nazionale. La linea politica appare chiara: senza una concreta possibilità di eseguire i rimpatri, qualsiasi sistema di controllo dell’immigrazione rischia di perdere credibilità.
Ed è proprio su questo punto che il tema dei CPR si collega direttamente al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Nel dibattito pubblico italiano, il rimpatrio viene spesso rappresentato esclusivamente come misura repressiva o punitiva. In realtà, all’interno del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, il rimpatrio assume una funzione completamente diversa: esso rappresenta la conseguenza naturale del mancato percorso di integrazione.
Il punto centrale non è “punire” lo straniero, ma verificare se il percorso migratorio abbia prodotto una reale integrazione nella società ospitante. Se l’integrazione costituisce il presupposto della permanenza stabile, allora il suo fallimento non può che comportare il venir meno delle ragioni che giustificano tale permanenza.
In questa prospettiva, il CPR non viene concepito come luogo simbolico di repressione, ma come strumento operativo finale di un sistema migratorio che distingue tra integrazione riuscita e integrazione fallita.
L’integrazione, infatti, non può essere ridotta a una presenza materiale sul territorio nazionale. Richiede lavoro, conoscenza della lingua, rispetto delle regole, assenza di pericolosità sociale e adesione ai principi fondamentali della comunità ospitante. Quando questi elementi mancano stabilmente, lo Stato si trova inevitabilmente davanti a un fallimento del processo integrativo.
Ed è proprio qui che interviene il concetto di ReImmigrazione: non come espulsione indiscriminata, ma come ritorno nel Paese di origine conseguente all’assenza di integrazione sostanziale.
Per questo motivo i CPR acquistano senso soltanto se inseriti all’interno di una strategia migratoria coerente. Se il sistema premia esclusivamente l’ingresso e la permanenza, senza mai affrontare il tema dell’effettiva integrazione, allora il rimpatrio appare inevitabilmente come misura arbitraria o meramente securitaria. Se invece il soggiorno viene collegato a un percorso reale di integrazione, il rimpatrio diventa la conseguenza fisiologica del mancato raggiungimento di tale obiettivo.
Il problema che l’Europa sta affrontando oggi nasce anche dall’aver spesso confuso l’integrazione con la semplice regolarizzazione amministrativa. In molte realtà europee si è ritenuto che il trascorrere del tempo fosse sufficiente a produrre integrazione sociale. Ma gli eventi degli ultimi anni stanno mostrando che la permanenza sul territorio non coincide automaticamente con l’integrazione culturale, civica e sociale.
In questo scenario, il rafforzamento dei CPR rappresenta il tentativo dello Stato di recuperare capacità operativa sul terreno dei rimpatri. Naturalmente il tema resta giuridicamente delicato e continuerà a sollevare questioni relative alle garanzie individuali, alla durata del trattenimento e alla tutela dei diritti fondamentali.
L’auspicio è che il Governo sviluppi il tema dei CPR non in una prospettiva meramente emergenziale o repressiva, ma all’interno di una più ampia strategia fondata sul principio “Integrazione o ReImmigrazione”. Solo in questo modo il rimpatrio può cessare di essere percepito come una misura punitiva e diventare invece la naturale conseguenza del fallimento del percorso di integrazione.
La vera sfida, infatti, non sarà soltanto costruire nuovi CPR. La vera sfida sarà definire con chiarezza che cosa significhi integrazione sostanziale e avere la capacità politica di trarre le conseguenze quando quel percorso non si realizza.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea — ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
- Le nouveau modèle italien d’immigration : intégration, protection complémentaire et droit au séjour

- L’Europa ha ancora il coraggio di difendere la propria identità?
Per decenni l’Europa ha costruito gran parte del proprio dibattito politico attorno all’economia, ai mercati, ai diritti individuali e alla globalizzazione. Molto meno si è discusso di un altro tema fondamentale: la sopravvivenza culturale della civiltà europea.
Eppure nessuna civiltà sopravvive soltanto attraverso il PIL, le istituzioni o la moneta. Una civiltà vive perché riesce a trasmettere sé stessa. Lingua, memoria storica, tradizioni, valori, simboli, regole di convivenza e identità collettiva passano di generazione in generazione come un fragile testimone culturale.
Il problema che oggi attraversa l’Europa nasce anche da qui.
Per anni si è pensato che l’integrazione fosse automatica. Come se bastasse vivere fisicamente nello stesso territorio per condividere automaticamente una stessa cultura civile e sociale. Ma la realtà sta dimostrando che non funziona così.
In molte aree europee stanno emergendo comunità parallele, frammentazione culturale, crisi dell’assimilazione linguistica e crescente difficoltà dello Stato nel trasmettere valori comuni alle nuove generazioni. E tutto questo si intreccia inevitabilmente con il tema dell’immigrazione di massa e della debolezza dei processi di integrazione reale.
Il punto non è l’origine etnica delle persone. Il punto è capire se una civiltà abbia ancora la forza di chiedere integrazione culturale, adesione alle proprie regole fondamentali e partecipazione reale alla comunità nazionale.
Per troppo tempo l’Europa ha avuto quasi paura di difendere la propria identità culturale, temendo che ogni discorso su identità, assimilazione o continuità storica potesse essere automaticamente interpretato come discriminazione. Ma una società che rinuncia completamente a trasmettere sé stessa rischia lentamente di dissolversi.
Ed è proprio qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” entra nel dibattito contemporaneo. L’integrazione non può essere soltanto amministrativa o burocratica. Deve diventare reale, concreta e verificabile. Deve significare conoscenza della lingua, rispetto delle regole, adesione ai valori fondamentali dello Stato ospitante e volontà autentica di partecipare alla vita della comunità nazionale.
Quando questo processo fallisce in modo strutturale, il problema non scompare semplicemente ignorandolo. E la questione diventa inevitabilmente politica, culturale e persino civile.
La vera domanda che oggi attraversa l’Europa è forse questa: il continente ha ancora il coraggio di difendere la propria identità culturale e trasmetterla alle future generazioni?
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
- Marco Rubio e il ritorno dell’immigrazione governata
Le recenti dichiarazioni del Segretario di Stato americano Marco Rubio meritano attenzione ben oltre il semplice dibattito politico statunitense. Quando Rubio afferma che gli Stati Uniti stanno “modernizzando il proprio sistema di immigrazione per il XXI secolo” affinché sia “positivo sia per l’America che per le persone che arrivano”, emerge chiaramente un cambio di approccio che sta attraversando ormai gran parte dell’Occidente.
Fonte della dichiarazione: https://www.youtube.com/watch?v=mJ-bzxQ-5mU
Ulteriore riferimento: https://www.youtube.com/watch?v=jyoZE7d2Rbg
Per anni il tema dell’immigrazione è stato affrontato attraverso categorie ideologiche rigide. Da una parte l’idea dell’accoglienza come valore quasi assoluto; dall’altra una risposta esclusivamente securitaria spesso incapace di costruire una strategia di lungo periodo. Oggi, invece, sta emergendo una terza linea: quella dell’immigrazione governata.
La parola chiave utilizzata da Rubio è probabilmente proprio “modernizzazione”. Non si tratta soltanto di rendere più rapide le procedure amministrative o di aumentare i controlli alle frontiere. La modernizzazione implica una ridefinizione del rapporto tra immigrazione, interesse nazionale e integrazione sociale.
Gli Stati Uniti sembrano voler superare il vecchio modello basato su una gestione spesso emergenziale dei flussi migratori. Rubio parla infatti di un sistema che deve essere “vantaggioso”. È un concetto estremamente rilevante. Significa che l’immigrazione non viene più considerata come un fenomeno da subire passivamente, ma come un processo che deve produrre equilibrio, sostenibilità e coesione sociale.
In questa prospettiva il problema non è semplicemente quanti immigrati entrano, ma se il sistema sia realmente in grado di integrarli. È una differenza enorme. Per decenni gran parte dell’Europa ha confuso l’integrazione con la sola regolarizzazione amministrativa o con l’accesso ai servizi sociali. Ma una società non si tiene insieme soltanto attraverso documenti, procedure o sussidi economici.
L’integrazione reale richiede molto di più: conoscenza della lingua, inserimento lavorativo, rispetto delle regole, adesione ai principi fondamentali dello Stato ospitante e capacità di convivere dentro un quadro culturale comune. Quando questi elementi vengono meno, il rischio è quello della frammentazione sociale e della nascita di comunità parallele sempre più distanti dal tessuto nazionale.
La dichiarazione di Rubio appare quindi significativa perché segna il ritorno di un concetto che per molto tempo è stato quasi rimosso dal dibattito occidentale: l’immigrazione deve essere governata, non semplicemente gestita.
Ed è proprio qui che il dibattito americano si interseca con il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Il punto centrale non è infatti essere favorevoli o contrari all’immigrazione in senso assoluto. Il punto è comprendere che ogni sistema migratorio ha bisogno di regole, limiti e criteri di sostenibilità. Una società aperta può esistere soltanto se conserva la capacità di trasmettere sé stessa a chi arriva.
Per anni molti governi occidentali hanno evitato di affrontare questo tema per timore di essere accusati di chiusura o discriminazione. Oggi, però, la realtà sta imponendo una riflessione più concreta. Procedure lente, difficoltà nei rimpatri, crisi della sicurezza urbana, tensioni sociali e perdita di fiducia nelle istituzioni hanno progressivamente incrinato il vecchio modello multiculturalista.
Rubio sembra prendere atto di questo cambiamento storico. E probabilmente non sarà l’unico. Nei prossimi anni il tema centrale non sarà più soltanto l’accoglienza, ma la capacità degli Stati di costruire un equilibrio tra apertura, integrazione e tutela della propria identità culturale e istituzionale.
Perché una civiltà può certamente integrare nuovi individui. Ma può farlo soltanto se mantiene abbastanza forza da continuare a trasmettere la propria lingua, le proprie regole, la propria storia e il proprio modello sociale.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista — Registro per la Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
- Ordinanza della Suprema Corte di Cassazione numero 13955 del 13 maggio 2026: la protezione complementare al centro del nuovo equilibrio tra integrazione e rimpatrio
L’ordinanza numero 13955 del 13 maggio 2026 della Corte Suprema di Cassazione si inserisce tra le decisioni più rilevanti degli ultimi anni in materia di diritto dell’immigrazione, poiché affronta direttamente il rapporto tra protezione complementare, integrazione dello straniero e limiti all’esecuzione dei provvedimenti di espulsione.
La vicenda trae origine dal procedimento relativo alla convalida dell’accompagnamento immediato alla frontiera disposto nei confronti di un cittadino straniero che aveva previamente manifestato la volontà di formalizzare una domanda di protezione complementare mediante comunicazione PEC inviata alla Questura competente.
Il Giudice di Pace di Milano aveva tuttavia ritenuto che la protezione complementare non costituisse un istituto previsto dalla normativa vigente e che la sua proposizione non determinasse alcun effetto sospensivo rispetto al rimpatrio. La posizione dello straniero veniva così valutata esclusivamente sotto il profilo della irregolarità amministrativa.
La Suprema Corte censura però questa impostazione e sviluppa una ricostruzione molto più ampia del sistema di tutela previsto dall’ordinamento italiano ed europeo.
La Cassazione ricorda innanzitutto che la protezione complementare, pur distinguendosi dalla protezione internazionale in senso stretto, trova il proprio fondamento nell’articolo 10 della Costituzione, nell’articolo 19 del d.lgs. 286/1998 e nella normativa europea in materia di rimpatri.
Richiamando la Direttiva 2008/115/CE, la Corte evidenzia che gli Stati membri possono rilasciare autorizzazioni al soggiorno per motivi umanitari o di altra natura e che, in tali ipotesi, il rimpatrio deve essere sospeso o revocato.
La decisione assume però una portata ancora più significativa laddove afferma che il giudice, anche nell’ambito del procedimento di convalida dell’accompagnamento alla frontiera, è tenuto a verificare la presenza di elementi potenzialmente ostativi all’espulsione, compresi quelli legati alla protezione complementare, alla vita privata e familiare e al percorso di integrazione sviluppato sul territorio nazionale.
Si tratta di un passaggio di grande rilievo perché conferma che il sistema dell’immigrazione non può più essere interpretato attraverso una logica puramente automatica o burocratica.
La Suprema Corte afferma infatti, sia pure indirettamente, che il soggiorno dello straniero non può essere valutato soltanto sulla base della esistenza o meno di un titolo formalmente valido, ma richiede una verifica concreta della situazione personale, sociale e familiare dell’interessato.
In questo senso, la protezione complementare emerge come uno degli strumenti principali attraverso cui l’ordinamento tenta di costruire un nuovo equilibrio tra integrazione e rimpatrio.
Ed è proprio questo l’aspetto che rende l’ordinanza particolarmente significativa rispetto al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
La decisione non sostiene una concezione di accoglienza indiscriminata né una permanenza automatica dello straniero sul territorio nazionale. Allo stesso tempo, però, respinge anche l’idea che il rimpatrio possa costituire una conseguenza meccanica della mera irregolarità amministrativa.
La Cassazione individua invece una terza via: la necessità di verificare concretamente il grado di integrazione raggiunto dal soggetto, i legami sviluppati nel territorio nazionale, l’inserimento lavorativo, la tutela della vita privata e familiare e la eventuale sproporzione dell’allontanamento rispetto ai diritti fondamentali coinvolti.
In questa prospettiva, la protezione complementare assume una funzione centrale.
Non più semplice categoria residuale o misura eccezionale, ma strumento giuridico attraverso cui il sistema valuta se il rimpatrio sia compatibile con il livello di integrazione concretamente sviluppato dallo straniero.
La stessa critica rivolta dalla Suprema Corte al provvedimento del Giudice di Pace appare significativa. La Cassazione evidenzia infatti che erano stati ignorati elementi quali la documentazione lavorativa prodotta, la situazione familiare del ricorrente e il procedimento amministrativo relativo alla protezione complementare.
Il principio che emerge dalla decisione è chiaro: il controllo dell’immigrazione non può essere separato dalla tutela dei diritti fondamentali e dalla valutazione concreta del percorso di integrazione della persona.
È proprio su questo terreno che il concetto di integrazione assume oggi una rilevanza sempre più giuridica e sempre meno esclusivamente politica o sociologica.
L’ordinanza numero 13955 del 2026 conferma così che la protezione complementare sta progressivamente diventando uno degli strumenti centrali attraverso cui l’ordinamento italiano cerca di definire il nuovo equilibrio tra sovranità dello Stato, gestione dei flussi migratori e tutela della dignità della persona.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: 0009-0004-7030-0428
- La Francia verso la sospensione dell’immigrazione legale?
Gérald Darmanin è una delle figure politiche più influenti della Francia contemporanea. Esponente centrale dell’area macroniana, già Ministro dell’Interno e oggi Guardasigilli del governo francese, Darmanin è stato per anni uno dei principali responsabili delle politiche di sicurezza, immigrazione e ordine pubblico della Francia.
Le sue recenti dichiarazioni rappresentano probabilmente uno dei segnali politici più significativi degli ultimi anni nel dibattito europeo sull’immigrazione.
Il ministro francese ha infatti proposto una sospensione temporanea dell’immigrazione legale, sostenendo che la Francia sarebbe arrivata “al limite delle proprie capacità di integrazione e assimilazione”. Una presa di posizione che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata considerata quasi impensabile all’interno delle principali élite istituzionali europee.
La questione è particolarmente rilevante proprio perché non proviene da movimenti marginali o anti-sistema, ma da uno dei principali esponenti dello Stato francese. E questo dimostra quanto il dibattito europeo stia cambiando rapidamente.
Per decenni il modello dominante si è fondato su un’idea relativamente semplice: l’immigrazione sarebbe stata compensata nel tempo dall’integrazione spontanea delle nuove generazioni. Scuola, cittadinanza, welfare e accesso ai servizi pubblici avrebbero progressivamente creato coesione sociale.
Ma gli eventi degli ultimi anni hanno progressivamente incrinato questa convinzione.
Le tensioni nelle banlieue francesi, la crescita della frammentazione culturale, le difficoltà legate alle seconde generazioni e l’aumento del conflitto identitario hanno alimentato una riflessione molto più critica sul multiculturalismo amministrativo.
Ed è significativo che Darmanin abbia rimesso al centro il concetto di “assimilazione”, termine che per lungo tempo era stato quasi espulso dal linguaggio politico europeo perché ritenuto incompatibile con la società multiculturale.
In realtà, il ritorno di questo concetto segnala una presa d’atto molto precisa: nessuna società può mantenere coesione sociale senza un nucleo comune di valori, lingua, regole e identità civica condivisa.
Ed è qui che il caso francese assume una rilevanza centrale anche rispetto al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
L’idea di fondo è che l’integrazione non possa essere considerata automatica, irreversibile o puramente burocratica. Non basta la presenza fisica sul territorio nazionale, né il semplice possesso della cittadinanza. Serve una reale adesione culturale e sociale alla comunità ospitante.
La posizione espressa da Darmanin mostra inoltre un altro elemento fondamentale: una parte crescente delle classi dirigenti europee inizia a comprendere che il problema migratorio non riguarda soltanto i numeri, ma la sostenibilità complessiva del modello sociale europeo.
In altre parole, la questione non è più soltanto “quanti immigrati accogliere”, ma se l’Europa sia ancora in grado di garantire integrazione reale, sicurezza, coesione e continuità culturale in presenza di trasformazioni demografiche sempre più profonde.
Per anni chi poneva questi temi veniva accusato di allarmismo o xenofobia. Oggi, però, il fatto che tali riflessioni emergano apertamente anche ai vertici dello Stato francese dimostra che il dibattito sta entrando in una fase completamente nuova.
E forse la vera novità politica non è tanto la proposta di sospendere l’immigrazione legale, quanto il fatto che una delle principali nazioni europee stia iniziando a mettere in discussione il paradigma multiculturalista che ha dominato gli ultimi decenni.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
- Il dibattito a PiazzaPulita riapre la questione delle seconde generazioni
Nel corso della puntata di PiazzaPulita andata in onda su LA7 il 22 maggio 2026, il confronto tra Francesco Borgonovo, Randa Ghazy e Alessandro Zan ha riportato al centro del dibattito pubblico italiano il tema delle seconde generazioni e del modello di integrazione adottato negli ultimi decenni.
Lo scontro, sviluppatosi attorno ai fatti di Modena e più in generale alla questione dell’immigrazione, ha mostrato due visioni radicalmente diverse della società multiculturale.
Da una parte vi è chi continua a interpretare ogni critica al modello migratorio come espressione di razzismo o xenofobia. Dall’altra cresce invece una parte dell’opinione pubblica che ritiene insufficiente il paradigma dell’accoglienza formale e del multiculturalismo amministrativo costruito negli ultimi decenni.
Ed è proprio questo il nodo centrale emerso dal dibattito.
Per anni si è sostenuto che nascere in Italia, frequentare scuole italiane o ottenere la cittadinanza fossero elementi sufficienti a garantire automaticamente integrazione sociale, adesione ai valori democratici e appartenenza culturale alla comunità nazionale.
Ma i recenti episodi di cronaca e le tensioni che stanno emergendo in molte realtà urbane europee stanno mettendo in discussione proprio questa convinzione.
La questione delle seconde generazioni non può più essere affrontata esclusivamente sul piano burocratico o simbolico. Il vero tema è se esista una reale integrazione sostanziale.
Ciò significa interrogarsi su elementi concreti: lingua, rispetto delle regole, adesione ai valori fondamentali della società ospitante, integrazione scolastica, lavorativa e culturale.
Il punto centrale è che cittadinanza e integrazione non coincidono necessariamente.
Ed è probabilmente questo l’aspetto più delicato che il confronto televisivo ha fatto emergere. Perché il caso Modena assume un significato politico ancora più forte essendo avvenuto in Emilia-Romagna, una regione storicamente considerata uno dei simboli dell’accoglienza progressista e del multiculturalismo amministrativo.
Se tensioni sociali di questo tipo emergono anche in territori che per anni hanno rappresentato il modello dell’inclusione, allora significa che il problema non può più essere liquidato semplicemente evocando il razzismo.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si inserisce esattamente in questo spazio di riflessione. L’idea di fondo è che l’integrazione non possa essere considerata automatica, irreversibile o puramente formale. Deve invece essere sostanziale, concreta e verificabile nel tempo.
Perché una società multiculturale può reggere soltanto se esiste una reale coesione sociale. In caso contrario, il rischio è quello della frammentazione permanente, della crescita delle tensioni identitarie e della progressiva perdita di fiducia nel modello di integrazione stesso.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
- Se l’IA sostituisce il lavoro umano, ha ancora senso l’immigrazione di massa?
Chris Olah è considerato una delle figure più influenti nel campo dell’intelligenza artificiale contemporanea. Ricercatore ed esperto di machine learning, è noto a livello internazionale per i suoi studi sull’interpretabilità delle reti neurali e sui meccanismi interni dei modelli di IA avanzata. Dopo aver lavorato in Google, ha contribuito alla fondazione di Anthropic, una delle principali aziende mondiali impegnate nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale generativa.
Recentemente ha dichiarato:
“Esiste una reale possibilità che l’IA sostituisca il lavoro umano su larga scala. Sostenere chi sarà sostituito sarà un imperativo morale di proporzioni storiche”.
Non si tratta quindi della provocazione di un commentatore qualsiasi, ma di una riflessione che arriva direttamente da uno dei protagonisti della rivoluzione tecnologica attualmente in corso.
Ed è proprio questa affermazione ad aprire una contraddizione sempre più evidente nel dibattito europeo sull’immigrazione.
Per anni l’immigrazione di massa è stata giustificata quasi esclusivamente attraverso un argomento economico: l’Europa avrebbe bisogno di nuova forza lavoro per sostenere il welfare, compensare il calo demografico e mantenere competitivo il sistema produttivo. Questo schema nasceva però in un’economia ancora fortemente dipendente dal lavoro umano.
Oggi il contesto sta cambiando rapidamente.
L’intelligenza artificiale non colpisce più soltanto il lavoro manuale ripetitivo. Sta entrando nei settori amministrativi, nella logistica, nei servizi, nella traduzione, nella consulenza, nella contabilità e persino nelle professioni intellettuali. In prospettiva, milioni di persone potrebbero diventare progressivamente marginali rispetto al mercato del lavoro.
Se questo scenario dovesse concretizzarsi anche solo in parte, allora la domanda diventa inevitabile: ha ancora senso continuare a pensare l’immigrazione con le categorie economiche degli anni Novanta?
Una società dove il lavoro umano perde centralità difficilmente potrà assorbire flussi migratori massivi senza generare tensioni sociali, precarizzazione e marginalità diffusa. Perché l’integrazione reale è sempre stata legata alla possibilità concreta di partecipare al sistema produttivo, di migliorare la propria condizione economica e di condividere regole, lingua e modelli sociali.
Quando queste condizioni si indeboliscono, il rischio è quello della frammentazione sociale permanente.
Ed è qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” assume una dimensione nuova. Non come semplice slogan politico, ma come riflessione sulla sostenibilità futura delle società europee nell’era dell’automazione.
Se il lavoro umano diventa una risorsa sempre meno necessaria, allora l’immigrazione non potrà più essere affrontata esclusivamente in termini quantitativi. Diventeranno centrali la capacità di integrazione sostanziale, la sostenibilità sociale e la compatibilità con un modello economico radicalmente trasformato dall’intelligenza artificiale.
La vera domanda che l’Europa dovrà affrontare nei prossimi anni non sarà soltanto quanti immigrati servano, ma quale tipo di società potrà reggere l’impatto simultaneo di automazione, crisi demografica e trasformazione culturale.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
- Italy’s New Immigration Model: Integration, Complementary Protection and the Right to Stay

- Complementary Protection and Integration: Why “Integration or ReImmigration” Is Different from “Remigration”
Welcome to a new episode of the podcast “Integration or ReImmigration”.
My name is Attorney Fabio Loscerbo.Across Europe, the immigration debate is becoming increasingly polarised.
On one side, there is unlimited multiculturalism — the idea that immigration and cultural diversity can continue without any real obligation to integrate into the host society.
On the other side, there is the growing concept of “remigration”, which proposes the large-scale return of migrants to their countries of origin regardless of their personal level of integration.
But the paradigm “Integration or ReImmigration” is fundamentally different from both of these approaches.
It is not about open borders.
And it is not about indiscriminate mass removals either.The central idea is that the right to remain in a country should depend on concrete integration.
This is where the Italian legal concept of “complementary protection” becomes extremely important.
Recent decisions issued by the Tribunals of Bologna and Venice in 2026 show that Italian judges continue to protect migrants who have developed real social, economic and personal ties with Italy, even after restrictive immigration reforms adopted in 2023.
The courts are increasingly focusing on practical and measurable factors: stable employment, knowledge of the Italian language, housing stability, social participation, voluntary work, respect for public order and genuine integration into the national community.
In other words, Italian immigration law is gradually shifting from a debate about entry to a debate about permanence.
The real question is no longer only: who can enter the country?
The new question is: according to which criteria can someone remain permanently within the country?
The paradigm “Integration or ReImmigration” attempts to answer this question through legal and verifiable standards rather than ideological slogans.
A migrant who works, integrates, respects the law, participates in society and builds stable links with the community should be able to develop a lawful path towards permanence.
At the same time, this model rejects the idea that permanent residence should automatically exist regardless of behaviour or integration.
This is precisely why “Integration or ReImmigration” is very different from “remigration”.
Remigration generally operates through collective logic.
“Integration or ReImmigration”, by contrast, operates through individual legal assessment.And today, complementary protection is becoming one of the most important legal laboratories in the European immigration debate.
Because in the coming years, the immigration debate will probably no longer focus only on borders.
It will increasingly focus on the meaning of integration itself.
My name is Attorney Fabio Loscerbo and this was a new episode of the podcast “Integration or ReImmigration”.

- Ordinanza della Suprema Corte di Cassazione numero 13955 del 13 maggio 2026: la protezione complementare come elemento centrale del paradigma dell’integrazione
L’ordinanza numero 13955 del 13 maggio 2026 della Corte Suprema di Cassazione rappresenta una delle decisioni più significative degli ultimi anni nel rapporto tra diritto dell’immigrazione, tutela dei diritti fondamentali e valutazione dell’integrazione dello straniero sul territorio nazionale.
La pronuncia interviene nell’ambito di un procedimento relativo alla convalida dell’accompagnamento immediato alla frontiera disposto nei confronti di un cittadino straniero che aveva manifestato la volontà di formalizzare una domanda di protezione complementare mediante comunicazione PEC inviata alla Questura competente.
Il Giudice di Pace di Milano aveva ritenuto irrilevante tale circostanza, sostenendo che la protezione complementare non costituisse un istituto previsto dalla normativa vigente e che la relativa richiesta non producesse alcun effetto ostativo rispetto all’espulsione. In questa prospettiva, la posizione dello straniero veniva ricondotta esclusivamente alla nozione di irregolarità amministrativa.
La Suprema Corte ribalta però integralmente questa impostazione.
Pur ricordando che la protezione complementare non coincide con la protezione internazionale in senso stretto, la Cassazione afferma un principio di particolare rilevanza sistemica: anche la protezione complementare rientra nell’area delle tutele riconducibili ai diritti fondamentali della persona e trova il proprio fondamento nell’articolo 10 della Costituzione, nell’articolo 19 del d.lgs. 286/1998 e nella normativa europea in materia di rimpatri.
La Corte richiama infatti la Direttiva 2008/115/CE, sottolineando come gli Stati membri possano rilasciare titoli di soggiorno per motivi umanitari o di altra natura e che, in tali casi, la decisione di rimpatrio debba essere sospesa o revocata.
Ma il punto più importante della decisione è probabilmente un altro.
La Cassazione afferma che il giudice, anche nell’ambito del procedimento di convalida dell’accompagnamento alla frontiera, deve verificare l’esistenza di situazioni potenzialmente ostative all’espulsione, comprese quelle derivanti dalla domanda di protezione complementare e dalla presenza di elementi legati alla vita privata, familiare, sociale e lavorativa dello straniero.
Si tratta di un passaggio decisivo perché supera la logica puramente amministrativa e burocratica della gestione dell’immigrazione.
L’ordinanza, infatti, afferma implicitamente che la posizione dello straniero non può essere valutata soltanto sulla base della presenza o meno di un titolo di soggiorno formalmente valido, ma richiede una analisi concreta del percorso individuale e del grado di integrazione raggiunto nel territorio nazionale.
Ed è proprio questo il punto di contatto con il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
La decisione della Cassazione non sostiene affatto una visione di accoglienza indiscriminata o di permanenza automatica sul territorio nazionale. Al contrario, valorizza il principio secondo cui il diritto a permanere deve essere collegato alla concreta esistenza di elementi meritevoli di tutela: relazioni familiari, integrazione lavorativa, radicamento sociale, tutela della vita privata e rispetto dei diritti fondamentali.
La protezione complementare viene quindi interpretata non come una categoria residuale o marginale, ma come uno strumento attraverso cui l’ordinamento giuridico valuta se l’allontanamento dello straniero sia compatibile con il livello di integrazione concretamente raggiunto.
È una impostazione che si colloca in una posizione intermedia tra due modelli opposti.
Da un lato, viene superata la logica multiculturalista fondata sull’idea di una permanenza sostanzialmente automatica e svincolata da qualsiasi valutazione sull’integrazione effettiva.
Dall’altro lato, viene anche respinta una concezione rigidamente automatica dell’espulsione, basata esclusivamente sulla mera irregolarità amministrativa dello straniero.
La Cassazione afferma invece che l’ordinamento deve verificare concretamente se il soggetto abbia sviluppato legami, percorsi di integrazione e situazioni personali tali da rendere sproporzionato il rimpatrio.
In questa prospettiva, la protezione complementare diventa uno degli strumenti principali attraverso cui il sistema giuridico contemporaneo tenta di bilanciare controllo dell’immigrazione, tutela dei diritti fondamentali e sostenibilità sociale del fenomeno migratorio.
L’ordinanza numero 13955 del 2026 assume dunque una rilevanza che va oltre il singolo caso concreto. Essa contribuisce infatti a rafforzare una visione dell’immigrazione nella quale l’integrazione effettiva assume una centralità crescente nella valutazione del diritto a permanere in Italia.
Non una integrazione astratta o ideologica, ma una integrazione concreta, verificabile e giuridicamente rilevante.
Ed è proprio su questo terreno che la protezione complementare si conferma oggi come uno degli elementi centrali del paradigma dell’integrazione.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: 0009-0004-7030-0428
- Italy’s New Immigration Model: Integration, Complementary Protection and the Right to Stay

- Quanto costa non governare l’immigrazione irregolare?
Per anni l’Europa ha affrontato il tema immigrazione quasi esclusivamente sul piano umanitario, evitando però di discutere seriamente il problema della governabilità dei flussi migratori. Eppure è proprio qui che si concentra oggi una delle principali crisi politiche europee.
Uno Stato può certamente scegliere di accogliere. Ma non può rinunciare a governare. Quando migliaia di persone entrano irregolarmente e il sistema non riesce più a controllare efficacemente identificazioni, procedure, permanenze e rimpatri, il problema non riguarda più soltanto l’immigrazione. Riguarda la credibilità stessa delle istituzioni pubbliche.
Il costo dell’immigrazione irregolare non è soltanto economico, anche se la dimensione finanziaria esiste ed è concreta. Vi sono costi amministrativi, sanitari, giudiziari, assistenziali e di sicurezza che inevitabilmente ricadono sul sistema pubblico. Ma il vero costo è soprattutto politico e sociale: la percezione crescente che lo Stato non riesca più a controllare il proprio territorio e ad applicare le proprie regole in modo efficace.
Per molto tempo il dibattito pubblico ha oscillato tra due estremi opposti. Da una parte chi proponeva una apertura quasi indiscriminata dei flussi migratori. Dall’altra chi trasformava ogni migrante in una minaccia assoluta. In mezzo, però, è mancata una seria riflessione sulla sostenibilità concreta del sistema.
L’operazione Mare Nostrum rappresenta ancora oggi uno dei simboli di questa frattura politica e culturale. Per alcuni fu una missione umanitaria necessaria nel Mediterraneo. Per altri segnò il momento in cui l’Italia e l’Europa trasmisero l’idea di non essere più realmente in grado di controllare i flussi migratori irregolari.
Ma è proprio qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si inserisce nel dibattito europeo contemporaneo.
Per anni si è parlato di integrazione quasi come concetto astratto, senza verificare concretamente se tale integrazione stesse realmente avvenendo. In molti casi si è finito per tollerare situazioni di marginalità permanente, illegalità diffusa, mancata adesione alle regole fondamentali della convivenza civile e assenza di reali percorsi di inserimento sociale.
L’integrazione, però, non può essere semplicemente dichiarata. Deve produrre effetti concreti. Significa lavoro stabile, conoscenza della lingua, rispetto delle regole, adesione ai valori fondamentali dello Stato ospitante e reale volontà di partecipare alla comunità nazionale.
Quando questo processo fallisce in modo strutturale, il problema non può essere semplicemente ignorato per timore del conflitto politico o mediatico. Ed è qui che il paradigma della ReImmigrazione si presenta come conseguenza del fallimento dell’integrazione e della incapacità dello Stato di governare efficacemente il fenomeno migratorio.
La vera questione europea, dunque, non è semplicemente se accogliere oppure no. La vera domanda è se l’Europa abbia ancora la capacità concreta di governare il fenomeno migratorio senza subirlo, pretendendo integrazione reale e interrogandosi sulle conseguenze del suo fallimento.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
- Complementary Protection and Integration: Why “Integration or ReImmigration” Is Not “Remigration”
Welcome to a new episode of the podcast “Integration or ReImmigration”.
My name is Attorney Fabio Loscerbo.Across Europe, the immigration debate is becoming more polarized every year.
On one side, there is the idea of unlimited multiculturalism — the belief that immigration should continue without any real obligation of integration into the host society.
On the other side, there is the growing concept of “remigration”, which proposes the large-scale return of migrants to their countries of origin regardless of their individual level of integration.
But the paradigm “Integration or ReImmigration” is something very different from both of these approaches.
It is not about open borders.
And it is not about indiscriminate mass deportations either.The central idea is that the right to remain in a country should depend on concrete integration.
This is where the Italian legal concept of “complementary protection” becomes extremely important.
Recent decisions issued by the Tribunals of Bologna and Venice in 2026 show that Italian judges continue to protect migrants who have developed real social and economic ties with Italy, even after restrictive immigration reforms adopted in 2023.
The courts are increasingly focusing on specific elements: stable employment, knowledge of the Italian language, housing stability, social participation, volunteer work, respect for public order, and real integration into the national community.
In other words, Italian immigration law is gradually shifting from a debate about entry to a debate about permanence.
The real question is no longer only: who can enter the country?
The new question is: according to which criteria can someone remain permanently inside the country?
The paradigm “Integration or ReImmigration” tries to answer this question through legal and measurable standards rather than ideological slogans.
A migrant who works, integrates, respects the law, participates in society, and builds stable ties with the community should be able to develop a lawful path of permanence.
At the same time, the model rejects the idea that permanent residence should be automatic regardless of behavior or integration.
This is also why “Integration or ReImmigration” is fundamentally different from “remigration”.
Remigration usually operates through collective logic.
“Integration or ReImmigration” operates through individual legal evaluation.And today, complementary protection is becoming one of the most important legal laboratories for this debate in Europe.
Because the future immigration debate will probably not focus only on borders anymore.
It will increasingly focus on the meaning of integration itself.
My name is Attorney Fabio Loscerbo and this was a new episode of the podcast “Integration or ReImmigration”.

- Quando il diritto diventa contabilità: il falso umanesimo dell’immigrazione utile
C’è un falso umanesimo che si manifesta quando si difendono i diritti dei migranti perché fanno crescere il PIL.
È una difesa solo apparente.
Perché lega i diritti a una contabilità.
E quando il diritto dipende dalla contabilità, smette di essere diritto.
Diventa condizione revocabile.
Questa è la contraddizione della retorica dell’immigrazione utile.
Essa sembra proteggere i migranti.
In realtà li espone.
Perché ciò che è giustificato economicamente può sempre essere economicamente ritirato.
La dignità non può dipendere da un saldo fiscale.
Il paradigma dell’integrazione nasce anche per sottrarsi a questa riduzione.
Perché misura un rapporto civico, non un rendimento.
Ed è precisamente in questo che sta la sua superiorità giuridica.Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
- Ordinanza della Suprema Corte di Cassazione numero 13955 del 13 maggio 2026: la protezione complementare rafforza la centralità dell’integrazione
L’ordinanza numero 13955 del 13 maggio 2026 della Corte Suprema di Cassazione rappresenta una decisione di particolare rilievo nel panorama del diritto dell’immigrazione italiano, non soltanto per i principi affermati in materia di protezione complementare, ma anche perché contribuisce a rafforzare una lettura del fenomeno migratorio fondata sulla centralità dell’integrazione sostanziale quale elemento giuridicamente rilevante nella valutazione del diritto a permanere sul territorio nazionale.
La decisione trae origine dal caso di un cittadino straniero destinatario di un provvedimento di accompagnamento immediato alla frontiera disposto dalla Questura di Milano e successivamente convalidato dal Giudice di Pace di Milano. Quest’ultimo aveva ritenuto irrilevante la domanda di protezione complementare proposta dal ricorrente, sostenendo che tale istituto non fosse previsto dalla normativa vigente e che la relativa richiesta non producesse effetti sospensivi rispetto all’espulsione.
La Suprema Corte censura però radicalmente questa impostazione.
Pur ribadendo la distinzione tra protezione internazionale in senso stretto e protezione complementare, la Cassazione afferma un principio di enorme importanza sistematica: anche la protezione complementare costituisce espressione di un diritto soggettivo fondamentale radicato nell’articolo 10 della Costituzione e nell’articolo 19 del Testo Unico Immigrazione.
La Corte richiama inoltre la Direttiva 2008/115/CE, evidenziando che gli Stati membri possono rilasciare titoli di soggiorno per motivi umanitari o di altra natura e che, in tali ipotesi, il rimpatrio deve essere sospeso o revocato.
Il passaggio più significativo dell’ordinanza è però quello in cui viene affermato che il giudice, anche nel procedimento di convalida dell’accompagnamento alla frontiera, è tenuto a verificare l’esistenza di situazioni potenzialmente ostative all’espulsione, comprese quelle derivanti dalla presentazione di una domanda di protezione complementare e dalla presenza di elementi riconducibili alla vita privata, familiare e sociale dello straniero.
Ed è proprio qui che la decisione assume una particolare rilevanza rispetto al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
La sentenza, infatti, si colloca in una prospettiva che supera sia la logica dell’accoglienza indiscriminata sia quella dell’espulsione automatica fondata esclusivamente sulla condizione di irregolarità amministrativa. La Cassazione afferma implicitamente che il soggiorno dello straniero non può essere valutato soltanto attraverso criteri burocratici o formali, ma richiede una verifica concreta del percorso individuale, dei legami costruiti sul territorio, dell’inserimento lavorativo e della tutela della vita privata e familiare.
Non si tratta di riconoscere un diritto generalizzato alla permanenza.
Al contrario, la decisione valorizza il principio secondo cui la permanenza deve essere collegata alla effettiva esistenza di elementi meritevoli di tutela costituzionale e convenzionale. È una impostazione che attribuisce rilevanza giuridica all’integrazione reale, sostanziale e verificabile.
In questo senso, l’ordinanza rafforza indirettamente l’idea che l’integrazione non possa essere ridotta a mera categoria sociologica o politica, ma debba assumere un ruolo centrale nella disciplina dell’immigrazione contemporanea.
La protezione complementare viene così riconosciuta non come istituto marginale o residuale, ma come strumento fisiologico attraverso cui l’ordinamento bilancia le esigenze di controllo dei flussi migratori con la tutela dei diritti fondamentali della persona.
La stessa critica rivolta dalla Cassazione al decreto del Giudice di Pace appare significativa. La Corte rileva infatti che erano stati trascurati elementi quali la documentazione lavorativa prodotta, la situazione familiare del ricorrente e il procedimento amministrativo volto alla formalizzazione della domanda di protezione complementare.
Il messaggio che emerge dalla decisione è chiaro: il rimpatrio non può essere il risultato di un automatismo amministrativo sganciato dalla concreta condizione umana e sociale dello straniero.
In prospettiva più ampia, questa ordinanza conferma come il tema dell’integrazione sia destinato ad assumere un peso sempre maggiore anche nella giurisprudenza italiana ed europea. La protezione complementare diventa così uno degli strumenti attraverso cui il diritto dell’immigrazione tenta di individuare un equilibrio tra sovranità dello Stato, tutela dei diritti fondamentali e sostenibilità del sistema migratorio.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: 0009-0004-7030-0428
- Il realismo della carità” – il limite di una visione che continua a trattare l’immigrazione come questione morale
L’articolo di Avvenire (consultabile qui: https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/il-realismo-della-carita_108788) richiama il concetto di “realismo della carità” come chiave per affrontare il fenomeno migratorio.
L’intento è comprensibile.
Ma proprio il permanere di questa impostazione mostra uno dei limiti più profondi del dibattito europeo sull’immigrazione: la tendenza a leggere il fenomeno prevalentemente attraverso categorie morali, etiche o solidaristiche, invece che come questione ordinamentale e giuridica.
Ed è qui che emerge il problema.
Anche quando si richiama il “realismo”, il punto centrale resta sempre la carità, cioè una visione dell’immigrazione fondata principalmente sulla risposta morale alla vulnerabilità del migrante.
Ma un sistema migratorio non può reggersi soltanto su categorie etiche.
Uno Stato deve certamente tutelare i diritti fondamentali e garantire la dignità della persona. Tuttavia, il governo dell’immigrazione richiede anche criteri oggettivi, prevedibili e verificabili sulla permanenza, sull’integrazione e sul rapporto tra individuo e ordinamento.
Ed è proprio questo passaggio che continua a mancare.
L’immigrazione viene spesso affrontata come emergenza umanitaria permanente oppure come dovere morale collettivo. Molto meno, invece, come tema legato alla costruzione di una comunità politica e giuridica coesa.
Il risultato è che il concetto stesso di integrazione rimane indefinito.
Si parla di accoglienza, inclusione, solidarietà. Ma raramente si chiarisce cosa debba concretamente fare uno straniero per essere considerato realmente integrato nella comunità nazionale.
Ed è proprio da questa insufficienza che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Non come negazione della dimensione umana del fenomeno migratorio, ma come superamento della sua riduzione a questione morale.
Perché il punto decisivo non è soltanto aiutare.
Il punto è costruire un sistema sostenibile nel lungo periodo, fondato su elementi concreti: – lavoro reale;
– conoscenza della lingua;
– rispetto delle regole;
– adesione ai principi fondamentali dell’ordinamento.
Senza questi parametri, il rischio è che la solidarietà si trasformi in una categoria astratta incapace di governare la realtà.
L’articolo coglie certamente l’esigenza di evitare approcci cinici o disumanizzanti. Ma continua a muoversi dentro una visione in cui l’immigrazione viene interpretata soprattutto come problema etico.
Ed è proprio questa impostazione che oggi mostra tutti i suoi limiti.
Perché una società non può regolare la permanenza sul proprio territorio soltanto attraverso la morale.
Ha bisogno di diritto, criteri e integrazione sostanziale.n
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