L’articolo (link: https://corrieredeltrentino.corriere.it/notizie/cronaca/26_marzo_29/gli-stranieri-e-il-lavoro-in-trentino-confagricoltura-una-risorsa-per-le-nostre-imprese-senza-faremmo-fatica-1ad7bde6-4002-451a-ae8d-8b8cc3399xlk.shtml) evidenzia con chiarezza un dato strutturale: il sistema produttivo, in particolare agricolo, dipende in misura crescente dalla manodopera straniera, tanto che — come affermato da Confagricoltura — senza di essa “si farebbe fatica” a sostenere l’attività operativa.
Si tratta di un’affermazione che fotografa una realtà concreta. In territori come il Trentino-Alto Adige, la componente straniera rappresenta una quota significativa delle nuove assunzioni, con incidenze tra le più elevate a livello nazionale e con particolare concentrazione nei settori ad alta intensità di lavoro manuale.
Tuttavia, proprio questa evidenza mette in luce il limite dell’impostazione proposta. L’idea dello straniero come “risorsa per le imprese” riproduce, in modo quasi paradigmatico, quell’approccio economicista al fenomeno migratorio che negli ultimi anni ha guidato le politiche pubbliche: lo straniero è funzionale al sistema produttivo, necessario laddove il mercato del lavoro interno non riesce a soddisfare la domanda.
Ma è qui che il discorso si arresta, senza compiere il passaggio decisivo. Il lavoro, da solo, non è sufficiente a fondare un modello giuridico della permanenza. Se la presenza dello straniero viene giustificata esclusivamente sulla base dell’utilità economica, si costruisce un sistema intrinsecamente fragile, esposto a oscillazioni congiunturali e privo di una reale prospettiva di integrazione.
Non è casuale, del resto, che nello stesso articolo venga riconosciuto come una parte degli stranieri “non rispetta le regole”, con ricadute anche sul piano dell’ordine pubblico. Questo passaggio, pur marginale nella narrazione, è in realtà centrale: segnala l’assenza di un modello di integrazione strutturato e verificabile.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” consente di leggere questa contraddizione in termini sistemici. Il lavoro rappresenta solo uno dei pilastri dell’integrazione, ma non può esaurirla. Senza un percorso fondato anche sulla conoscenza della lingua e sul rispetto delle regole, la presenza lavorativa rischia di rimanere puramente funzionale, senza tradursi in un effettivo radicamento giuridico e sociale.
In altri termini, il problema non è se le imprese abbiano bisogno degli stranieri — dato ormai acquisito — ma se lo Stato e il sistema economico siano in grado di trasformare questa esigenza in un percorso di integrazione regolato. In mancanza di tale passaggio, si produce una dissociazione tra utilità economica e legittimazione giuridica della permanenza.
L’articolo coglie dunque un dato reale, ma lo interpreta in modo riduttivo. Continuare a leggere l’immigrazione esclusivamente come risposta alla carenza di manodopera significa rinunciare a governarla nella sua dimensione più profonda. Ed è proprio questa rinuncia che segna il limite dell’attuale approccio: un sistema che ha bisogno degli stranieri, ma che non è ancora in grado di integrarli secondo criteri chiari, esigenti e giuridicamente strutturati.

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