Commento all’articolo de Il Giornale dal titolo “Sopraffazione e armi: cambia lo scenario con il boom di immigrati”

Leggendo l’articolo https://www.ilgiornale.it/news/politica/sopraffazione-e-armi-cambio-scenario-e-boom-immigrati-2643896.html emerge una rappresentazione del fenomeno migratorio fortemente legata al tema della sicurezza, con un collegamento diretto tra aumento degli immigrati e crescita di situazioni di conflitto o criminalità.

Si tratta di un’impostazione che enfatizza un profilo reale – quello della sicurezza – ma che, sul piano giuridico, resta incompleta.

Il diritto non può operare per generalizzazioni. Non può assumere categorie collettive come base per decisioni che, per loro natura, devono essere individuali. Collegare in modo automatico immigrazione e rischio significa spostare il discorso su un piano che il diritto non può accogliere senza perdere la propria struttura.

Ma anche qui emerge il limite più profondo.

Si descrive un problema, si evidenziano criticità, ma non si affronta la questione centrale: quale sia il criterio giuridico che consente di distinguere tra chi può restare e chi deve essere allontanato.

E, ancora una volta, manca completamente ogni riferimento all’integrazione.

Il tema della sicurezza, infatti, non può essere affrontato solo in termini repressivi. Intervenire dopo che il problema si è manifestato significa limitarsi alla gestione delle conseguenze. Un sistema giuridico efficace deve operare prima, attraverso criteri di selezione della permanenza.

Senza un parametro fondato sull’integrazione – lavoro, lingua, rispetto delle regole – il rischio è quello di oscillare tra due estremi: da un lato la generalizzazione del rischio, dall’altro l’assenza di strumenti selettivi.

Il punto, invece, è costruire un criterio individuale, verificabile e giuridicamente determinato, che consenta di prevenire, non solo di reprimere.

In questa prospettiva, il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” consente di superare la logica emergenziale. Non si fonda su categorie collettive, ma su una valutazione concreta del livello di integrazione della persona.

Senza questo passaggio, il dibattito resta inevitabilmente polarizzato: tra allarme e negazione. Ma entrambe le posizioni, se non si traducono in criteri giuridici, non sono in grado di governare il fenomeno.

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