Il dibattito sull’immigrazione in Italia continua a ruotare attorno a due temi principali: gli sbarchi e i rimpatri. Ogni aggiornamento statistico del Ministero dell’Interno viene letto attraverso queste due lenti. Quante persone sono arrivate? Quante persone sono state rimpatriate? Quanto sono aumentati o diminuiti i flussi rispetto all’anno precedente?
Si tratta certamente di informazioni importanti. Tuttavia, concentrarsi esclusivamente sugli arrivi e sulle espulsioni significa osservare soltanto l’inizio e la fine del fenomeno migratorio, ignorando ciò che accade nel mezzo.
Eppure è proprio in quello spazio intermedio che si gioca il successo o il fallimento delle politiche migratorie.
Una volta entrato nel territorio nazionale, il migrante intraprende un percorso che può durare anni. Lavora, studia, costruisce relazioni, apprende la lingua, entra in contatto con le istituzioni e con la comunità locale. Oppure, al contrario, rimane ai margini della società, senza sviluppare alcun reale percorso di integrazione.
La domanda fondamentale diventa allora un’altra: come viene valutato questo percorso?
La risposta è sorprendente. L’ordinamento italiano possiede già uno strumento pensato proprio per verificare il processo di integrazione dello straniero. Si tratta dell’Accordo di Integrazione introdotto dal decreto del Presidente della Repubblica 14 settembre 2011, numero 179.
Non si tratta di una proposta teorica né di una riforma ancora da inventare. Si tratta di uno strumento già esistente che, almeno nelle intenzioni originarie del legislatore, avrebbe dovuto rappresentare il principale meccanismo di valutazione del percorso di integrazione dello straniero.
L’Accordo di Integrazione si fonda su un principio semplice: la permanenza dello straniero deve essere accompagnata dall’assunzione di precisi impegni relativi alla conoscenza della lingua italiana, alla comprensione dei principi fondamentali della Costituzione, alla partecipazione alla vita civile e all’adempimento dei doveri previsti dall’ordinamento.
In altre parole, il legislatore aveva già individuato l’idea che oggi costituisce uno dei pilastri fondamentali del paradigma Integrazione o ReImmigrazione: l’integrazione non deve essere presunta, ma verificata.
Il problema è che questo strumento è rimasto sostanzialmente ai margini delle politiche migratorie italiane. Pur essendo formalmente vigente, esso non è mai diventato il centro del sistema. Le verifiche risultano spesso episodiche, il meccanismo dei crediti è poco conosciuto e il suo impatto sulle decisioni relative alla permanenza dello straniero appare estremamente limitato.
Nel frattempo il dibattito pubblico continua a concentrarsi quasi esclusivamente sugli sbarchi e sui rimpatri.
Le statistiche del Viminale descrivono con precisione quante persone arrivano e quante persone lasciano il territorio nazionale. Non esiste invece una statistica pubblica capace di indicare quanti stranieri abbiano effettivamente raggiunto determinati livelli di integrazione, quanti abbiano completato percorsi linguistici, quanti abbiano consolidato la propria partecipazione alla vita civile o quanti abbiano adempiuto agli obblighi previsti dall’Accordo di Integrazione.
Questa lacuna produce conseguenze rilevanti.
Se il primo pilastro afferma che la permanenza deve essere condizionata, se il secondo pilastro individua lavoro, lingua e rispetto delle regole come indicatori verificabili e se il terzo pilastro impone una valutazione individuale della persona, il quarto pilastro individua proprio nell’Accordo di Integrazione lo strumento amministrativo attraverso cui tali principi possono trovare concreta applicazione.
L’obiettivo non è creare nuove strutture burocratiche o introdurre ulteriori adempimenti. L’obiettivo è utilizzare in modo coerente uno strumento già presente nell’ordinamento, trasformandolo nel principale parametro di valutazione del percorso di integrazione.
In questa prospettiva l’Accordo di Integrazione potrebbe diventare il collegamento tra le statistiche sui flussi migratori e la concreta valutazione delle persone. Potrebbe consentire di passare da una logica fondata esclusivamente sui numeri ad una logica fondata sui percorsi individuali.
Per questa ragione il futuro delle politiche migratorie italiane non può essere costruito soltanto attorno al numero degli sbarchi o al numero dei rimpatri.
La vera sfida consiste nel comprendere che cosa accade dopo l’arrivo.
Ed è proprio in questo spazio, troppo spesso dimenticato dal dibattito pubblico, che l’Accordo di Integrazione può tornare ad assumere il ruolo che il legislatore gli aveva originariamente attribuito: diventare lo strumento ordinario attraverso il quale verificare, in modo oggettivo e trasparente, il percorso di integrazione della persona straniera.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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