L’intervento di Rosy Bindi, trasmesso da LA7 e consultabile qui: https://www.la7.it/in-onda/video/ceuta-rosy-bindi-la-presidente-del-consiglio-questa-volta-ha-passato-il-limite-abolire-schengen-non-05-08-2026-653904, si inserisce nel dibattito aperto dopo gli eventi di Ceuta e le dichiarazioni sulla possibile sospensione o revisione di Schengen.
Su un punto è difficile dissentire.
Schengen non è la causa della crisi migratoria europea. È uno degli strumenti attraverso cui gli Stati membri hanno scelto di organizzare la libera circolazione interna. Pensare che la sua abolizione possa risolvere il fenomeno migratorio significa confondere gli effetti con le cause.
Ma fermarsi a difendere Schengen non basta.
La vera domanda è perché ogni crisi alle frontiere esterne finisca per mettere in discussione uno dei pilastri dell’integrazione europea.
La risposta è semplice.
Perché l’Europa ha costruito uno spazio comune di libera circolazione senza costruire una politica comune realmente efficace sull’integrazione e sulla permanenza degli stranieri.
Il risultato è un sistema che concentra l’attenzione sulle frontiere, mentre continua a trascurare ciò che accade dopo l’ingresso nel territorio europeo.
Ed è proprio qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone un cambio di prospettiva.
Il futuro dell’Europa non si gioca sull’abolizione o sulla difesa di Schengen.
Si gioca sulla capacità di definire un modello condiviso nel quale il diritto alla permanenza sia strettamente collegato a un’integrazione effettiva e verificabile.
Se ogni Stato continua ad applicare criteri diversi e se l’integrazione resta una nozione politica anziché una categoria giuridica, ogni nuova crisi migratoria continuerà inevitabilmente a trasformarsi in una crisi di Schengen.
Per questo il dibattito non dovrebbe dividersi tra europeisti e sovranisti.
La vera sfida è costruire una politica europea dell’immigrazione che renda Schengen sostenibile nel lungo periodo.
Difendere Schengen ha senso.
Ma Schengen può essere difeso soltanto se l’Europa dimostra di saper governare l’immigrazione con regole comuni, verificabili e fondate sull’integrazione.
Altrimenti ogni nuova crisi alle frontiere esterne continuerà a mettere in discussione, non tanto Schengen in sé, quanto la capacità dell’Unione europea di governare uno dei fenomeni più complessi del nostro tempo.

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