Il punto cieco della Remigrazione: l’assenza del dovere di integrazione

La manifestazione sulla Remigrazione svoltasi a Roma il 13 giugno 2026 ha avuto il merito di riportare al centro del dibattito pubblico una questione che per molti anni è stata sostanzialmente rimossa dal confronto politico europeo. Al di là delle polemiche che hanno accompagnato il corteo e delle differenti valutazioni che possono essere formulate sulle proposte avanzate dagli organizzatori, sarebbe difficile negare che il fenomeno abbia intercettato una domanda reale proveniente da una parte crescente della società: come debba essere affrontato il problema del fallimento dell’integrazione e quali conseguenze debbano derivare dalla mancata costruzione di un rapporto effettivo tra lo straniero e la comunità nazionale.

Proprio perché nasce da un interrogativo reale, la Remigrazione non può essere liquidata attraverso formule ideologiche o categorie semplificatorie. Essa rappresenta piuttosto la manifestazione di una crisi più profonda, ossia la progressiva presa di coscienza che il modello migratorio costruito negli ultimi decenni ha dedicato enorme attenzione agli ingressi e scarsissima attenzione all’integrazione. Per lungo tempo si è ritenuto che il semplice trascorrere del tempo fosse sufficiente a produrre integrazione, che il lavoro fosse di per sé capace di generare appartenenza e che la permanenza sul territorio nazionale avrebbe naturalmente determinato l’adesione ai valori e alle regole della comunità ospitante. L’esperienza concreta di molti Paesi europei ha però dimostrato che tale automatismo non esiste.

La Remigrazione trae la propria forza proprio da questa constatazione. Tuttavia, nel momento stesso in cui individua il fallimento dell’integrazione come uno dei problemi centrali delle società europee contemporanee, finisce per rivelare una contraddizione che ne costituisce probabilmente il principale punto cieco. Essa parla delle conseguenze del mancato inserimento nella comunità nazionale, ma non affronta in modo altrettanto approfondito la questione del dovere di integrazione.

Si tratta di una differenza apparentemente sottile, ma in realtà decisiva.

Ogni teoria della permanenza e dell’allontanamento presuppone inevitabilmente una teoria dei doveri. Non è infatti possibile stabilire quali conseguenze debbano derivare da un determinato comportamento se prima non si definisce quale comportamento sia richiesto. La Remigrazione concentra la propria attenzione sul momento conclusivo del rapporto tra lo straniero e lo Stato, interrogandosi sulle condizioni che possano giustificare un percorso di ritorno nel Paese di origine. Meno sviluppata appare invece la riflessione sulla fase precedente, ossia sull’individuazione degli obblighi che accompagnano la permanenza dello straniero all’interno della comunità nazionale.

È proprio qui che emerge la differenza tra la Remigrazione e il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, infatti, la questione centrale non è rappresentata dalla ReImmigrazione in sé. La ReImmigrazione costituisce soltanto la conseguenza finale di un ragionamento più ampio, il cui punto di partenza è rappresentato dall’esistenza di un dovere di integrazione. Prima ancora di discutere chi debba restare e chi debba partire, occorre infatti stabilire quali siano gli obblighi che derivano dalla scelta di vivere stabilmente all’interno della comunità nazionale.

La permanenza nel territorio dello Stato non può essere considerata un fatto neutro. Essa implica inevitabilmente l’instaurazione di un rapporto tra individuo e collettività, rapporto che genera diritti ma anche responsabilità. Chi sceglie di vivere in una determinata comunità beneficia della sua sicurezza, delle sue infrastrutture, del suo sistema sanitario, del suo ordinamento giuridico e delle opportunità economiche e sociali che essa offre. È dunque ragionevole ritenere che tale scelta comporti anche un dovere di partecipazione e di integrazione.

Il problema è che questo dovere, pur essendo frequentemente evocato nel dibattito politico, non ha ancora trovato una piena elaborazione giuridica e costituzionale.

È proprio da questa constatazione che nasce la proposta di introdurre nella Costituzione italiana un esplicito dovere di integrazione. Una simile disposizione non avrebbe una funzione meramente simbolica, ma contribuirebbe a definire il quadro generale entro il quale collocare il rapporto tra immigrazione, permanenza e appartenenza alla comunità nazionale. L’integrazione cesserebbe di essere una semplice aspettativa politica e diventerebbe un principio ordinatore dell’intero sistema.

In questa prospettiva, l’integrazione non dovrebbe essere intesa come assimilazione culturale né come rinuncia alla propria identità personale. Essa dovrebbe essere concepita come partecipazione effettiva alla vita della comunità attraverso il lavoro, la conoscenza della lingua italiana, il rispetto delle regole fondamentali della convivenza civile e l’adesione ai principi costituzionali che regolano l’ordinamento repubblicano.

Una volta definito il dovere di integrazione, diventa allora possibile affrontare in modo coerente anche il tema della ReImmigrazione. Quest’ultima non apparirebbe più come una misura fondata esclusivamente sul fallimento di un progetto migratorio, ma come la conseguenza del mancato adempimento di un preciso obbligo nei confronti della comunità ospitante.

Da questo punto di vista, il principale limite della Remigrazione non consiste nell’aver individuato il problema sbagliato. Al contrario, il problema individuato è reale e merita attenzione. Il punto cieco della Remigrazione consiste piuttosto nell’avere concentrato la propria riflessione sulle conseguenze del fallimento dell’integrazione senza sviluppare una corrispondente teoria del dovere di integrazione.

Ed è proprio in questa differenza che si colloca il nucleo essenziale del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Mentre la Remigrazione guarda prevalentemente al momento in cui il rapporto tra lo straniero e la comunità nazionale si interrompe, il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si concentra anzitutto sulle condizioni che rendono possibile la costruzione di quel rapporto. Per questa ragione il tema decisivo non è soltanto chi debba partire, ma soprattutto quali doveri debba assumere chi desidera restare.

La manifestazione del 13 giugno ha contribuito a riaprire un dibattito destinato probabilmente a caratterizzare i prossimi anni. Se la Remigrazione ha riportato al centro della discussione il problema del fallimento dell’integrazione, il passaggio successivo dovrà necessariamente riguardare la costruzione di una teoria giuridica e costituzionale dell’integrazione stessa. Senza questo passaggio, continuerà a mancare l’elemento fondamentale che consente di trasformare una teoria dell’allontanamento in una compiuta teoria della permanenza.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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