Giappone, il soggiorno permanente costerà 200.000 yen: la stabilità non è considerata un passaggio automatico

Dal prossimo ottobre il Giappone aumenterà in modo molto significativo le tasse amministrative applicate agli stranieri per il rinnovo o il cambiamento dello status di soggiorno e, soprattutto, per l’accesso alla residenza permanente. Il regolamento adottato dal Governo il 25 agosto prevede importi differenziati in base alla durata del titolo: 10.000 yen per soggiorni fino a tre mesi, 33.000 per un anno, 64.000 per periodi da tre a meno di cinque anni e 75.000 yen per cinque anni o più. La domanda di residenza permanente passerà invece dagli attuali 10.000 a 200.000 yen.

L’aumento è troppo consistente per essere considerato una semplice correzione amministrativa. Si inserisce in una revisione più ampia della politica giapponese verso la popolazione straniera, nella quale convivono due esigenze apparentemente opposte: attrarre lavoratori di cui il Paese ha crescente bisogno e mantenere elevata la selettività quando la presenza temporanea aspira a trasformarsi in permanenza definitiva.

Il Giappone affronta una crisi demografica profonda e ha
progressivamente ampliato i canali destinati alla manodopera straniera. Allo stesso tempo, negli ultimi mesi sono state annunciate condizioni più rigorose per la permanent residence, con maggiore attenzione al reddito, alla posizione previdenziale e alla capacità dell’interessato di dimostrare una stabile autonomia economica. L’aumento delle tasse va quindi letto dentro questa architettura e non isolatamente.

Vi è naturalmente un limite che non deve essere ignorato. Una tassa amministrativa non può trasformarsi in una barriera irragionevole che selezioni la stabilità sulla sola base della capacità economica. Lo stesso Governo giapponese ha ampliato, dopo la consultazione pubblica, le ipotesi nelle quali possono essere applicate riduzioni per ragioni economiche o umanitarie, comprendendo tra l’altro alcune situazioni familiari particolarmente delicate. È un correttivo importante perché la selettività deve restare compatibile con proporzionalità e tutela delle situazioni vulnerabili.

Ciò che interessa maggiormente, in prospettiva comparata, è però la filosofia del sistema. Il Giappone non sembra considerare il soggiorno permanente come il risultato naturale del semplice trascorrere degli anni. La stabilizzazione rappresenta un passaggio ulteriore, sottoposto a una valutazione più esigente rispetto al soggiorno temporaneo.

È una distinzione che in Europa meriterebbe una riflessione più ampia. Il tempo trascorso legalmente nel territorio è certamente un elemento importante, perché produce relazioni personali, familiari e sociali. Ma la durata non dovrebbe essere l’unico indicatore. Lingua, lavoro, autonomia economica, rispetto degli obblighi fiscali e previdenziali, assenza di comportamenti incompatibili con la convivenza civile e partecipazione alla società possono concorrere a misurare il grado di integrazione effettivamente raggiunto.

Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione parte precisamente da questa distinzione. L’ingresso può rispondere a un bisogno economico immediato; la permanenza stabile è invece una decisione più profonda, perché modifica nel lungo periodo la composizione della comunità nazionale. Per questo dovrebbe essere collegata a un percorso verificabile e non ridotta a un automatismo cronologico.

Il modello giapponese non va copiato meccanicamente. L’Europa ha ordinamenti, tradizioni costituzionali e sistemi di tutela differenti. Ma il principio che emerge da Tokyo è interessante: un Paese può aprirsi alla manodopera straniera senza rinunciare a stabilire condizioni più rigorose per la permanenza definitiva. Apertura economica e selezione della stabilità non sono necessariamente politiche incompatibili.

Il punto decisivo resta allora quello che spesso manca nel dibattito europeo: definire con chiarezza che cosa chiediamo a chi vuole trasformare un soggiorno temporaneo in un progetto permanente. Se la risposta è soltanto “avere aspettato abbastanza”, la politica rinuncia a governare l’integrazione. Se invece la permanenza diventa il riconoscimento di un percorso reale, allora il titolo di lungo periodo acquista anche un significato sociale.

Fonte: The Japan Times, 25 agosto 2026; Immigration Services Agency of Japan.

Avv. Fabio Loscerbo

Avvocato Cassazionista

Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione

Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo

ORCID: 0009-0004-7030-0428

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