Sea-Watch 5 fermata 45 giorni: il Mediterraneo resta senza una vera catena di comando europea

Il fermo amministrativo di 45 giorni e la multa di 7.500 euro disposti nei confronti della Sea-Watch 5 riaprono una questione che va oltre il singolo provvedimento. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sostiene che la nave, battente bandiera tedesca, abbia violato gli obblighi previsti durante le operazioni di soccorso e ribadisce che la gestione in mare deve spettare agli Stati competenti. La ONG replica di avere informato l’Italia e altri Paesi europei, ma non il centro di coordinamento libico, contestandone affidabilità e legittimità.

Il punto politico-istituzionale è precisamente questo: chi comanda realmente nel Mediterraneo centrale? Uno Stato costiero non può accettare che soggetti privati definiscano unilateralmente regole e interlocutori; allo stesso tempo, un sistema che affida una parte essenziale del coordinamento a strutture libiche la cui affidabilità è oggetto di contestazioni ricorrenti espone ogni operazione a conflitti, ricorsi e paralisi. Il risultato è una catena di comando frammentata, nella quale Italia, Stato di bandiera, ONG, autorità libiche e istituzioni europee continuano a sovrapporsi senza una responsabilità politica unitaria.

La linea corretta non è trasformare ogni fermo di una nave in uno scontro ideologico tra “porti chiusi” e “soccorso umanitario”. Il controllo dei flussi e il soccorso in mare sono funzioni pubbliche, e proprio per questo devono essere inserite in un quadro certo, prevedibile e verificabile. Se una nave viola obblighi legittimamente imposti, la sanzione deve essere effettiva; se quegli obblighi risultano incompatibili con il diritto del mare o con la concreta sicurezza dell’operazione, devono essere corretti dal giudice. Ma non può essere l’eccezione permanente a sostituire una regola europea chiara.

La vicenda assume inoltre una dimensione inevitabilmente europea. Sea-Watch 5 batte bandiera tedesca, opera davanti alle coste libiche e sbarca persone in Italia: tre giurisdizioni e almeno quattro livelli istituzionali entrano in gioco nella stessa operazione. L’Unione europea non può limitarsi a finanziare il controllo esterno delle frontiere e poi lasciare agli Stati di frontiera il conflitto quotidiano con le ONG e con i Paesi terzi. Serve una responsabilità europea più netta sulla catena di comando, sui rapporti con le autorità di ricerca e soccorso dei Paesi di transito e sulla verifica dei risultati degli accordi stipulati.

Per il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” la lezione è più ampia: governare l’immigrazione significa evitare zone grigie. Non basta ridurre gli sbarchi, né basta moltiplicare gli attori presenti in mare. Occorre sapere chi decide, chi esegue, chi controlla e chi risponde politicamente dei risultati. Una politica migratoria credibile richiede responsabilità pubbliche identificabili e misurabili, perché solo così il controllo delle frontiere può essere insieme efficace, legittimo e sottratto alla continua oscillazione tra emergenza e contenzioso.

Il fermo della Sea-Watch 5 sarà ora sottoposto, se impugnato, al vaglio giurisdizionale. È giusto che sia così. Ma qualunque sia l’esito del singolo caso, il problema resterà: il Mediterraneo centrale continua a essere governato attraverso accordi bilaterali, missioni europee, autorità libiche, decisioni nazionali e iniziative private che non formano ancora un sistema coerente. La vera prova per l’Europa non è scegliere tra ONG e governi, ma costruire finalmente un’autorità politica e operativa capace di governare il confine esterno comune.

Avv. Fabio Loscerbo

Avvocato Cassazionista

Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione

Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo

ORCID: 0009-0004-7030-0428

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