Per molti anni la Svezia è stata considerata, nel dibattito europeo, uno dei Paesi simbolo di una politica migratoria particolarmente aperta, fondata su un ampio riconoscimento della protezione internazionale, su una concezione generosa dell’accoglienza e su una progressiva stabilizzazione della presenza straniera nel territorio; oggi, però, quello stesso Paese sta modificando in profondità la propria impostazione, non limitandosi a ridurre gli ingressi o a rafforzare i rimpatri, ma intervenendo sul significato stesso della permanenza dello straniero e sul rapporto tra durata del soggiorno, integrazione effettiva e appartenenza stabile alla comunità nazionale.
Il Governo svedese utilizza ormai apertamente l’espressione paradigm shift per descrivere questa trasformazione della politica migratoria, che viene presentata come il passaggio da un sistema nel quale l’accoglienza e la stabilizzazione costituivano elementi centrali a un modello nel quale assumono maggiore rilievo la sostenibilità dei flussi, l’effettività dell’integrazione, la riduzione dell’esclusione sociale e la capacità dello Stato di rendere concretamente eseguibili le decisioni di rimpatrio; in questo quadro si inserisce anche la proposta, avanzata nel 2026, di ridimensionare il ruolo del permesso di soggiorno permanente per alcune categorie di stranieri, in particolare nell’ambito della protezione internazionale, modificando un meccanismo che per lungo tempo aveva rappresentato uno degli strumenti principali attraverso i quali la permanenza dello straniero tendeva progressivamente a consolidarsi.
Il punto più interessante non riguarda, però, soltanto la maggiore difficoltà nell’ottenere un titolo permanente, perché la riforma assume un significato molto più ampio se viene letta insieme all’inasprimento dei requisiti previsti per l’acquisto della cittadinanza svedese, che dal giugno 2026 è collegata in maniera più stringente alla durata della residenza, alla condotta personale, all’autonomia economica e alla conoscenza della lingua e della società del Paese; la direzione politica appare quindi abbastanza chiara, perché il semplice trascorrere del tempo non viene più considerato, da solo, sufficiente a dimostrare che una presenza straniera si sia realmente trasformata in appartenenza.
È proprio questo passaggio che rende il caso svedese particolarmente interessante anche per l’Italia, dal momento che costringe a distinguere tra la dimensione meramente amministrativa del soggiorno e quella sostanziale dell’integrazione: il permesso permanente e la cittadinanza restano istituti profondamente differenti, poiché il primo attribuisce una stabilità giuridica alla presenza dello straniero mentre la seconda rappresenta una forma piena di appartenenza politica e costituzionale, ma il fatto che la Svezia stia contemporaneamente restringendo l’accesso alla permanenza definitiva e rendendo più esigente l’acquisto della cittadinanza mostra la volontà di costruire un percorso nel quale la stabilizzazione non dipenda esclusivamente dal numero di anni trascorsi nel territorio, bensì dalla qualità del percorso compiuto durante quel periodo.
Questa impostazione si avvicina in maniera significativa al paradigma Integrazione o ReImmigrazione, che muove dalla considerazione secondo cui una politica migratoria non può essere valutata soltanto attraverso il numero degli ingressi autorizzati, dei permessi di soggiorno rilasciati, delle domande di asilo accolte o dei rimpatri effettuati, perché ciò che realmente determina l’efficacia di un sistema è quanto accade negli anni successivi all’arrivo, quando la presenza dello straniero dovrebbe progressivamente tradursi in autonomia economica, conoscenza linguistica, stabilità familiare, partecipazione sociale e rispetto delle regole della comunità nella quale ha scelto di vivere.
Una persona può infatti trascorrere dieci o quindici anni in un Paese continuando a vivere in una condizione di forte marginalità, senza una reale autonomia economica, senza una conoscenza adeguata della lingua e senza avere sviluppato relazioni significative con la società di accoglienza, mentre un’altra persona, nello stesso arco temporale, può avere lavorato stabilmente, versato contributi, costruito una famiglia, accompagnato i figli nel sistema scolastico, sviluppato relazioni sociali e raggiunto una condizione tale da renderla, sul piano sostanziale, parte della comunità nazionale; considerare queste due situazioni come equivalenti soltanto perché entrambe caratterizzate da una lunga permanenza significa rinunciare a utilizzare l’integrazione come criterio reale di governo dei fenomeni migratori.
Naturalmente, proprio perché si tratta di un concetto complesso, l’integrazione non può essere ridotta a un singolo parametro né trasformata in una prova astratta di conformità culturale, poiché una persona può attraversare un periodo di disoccupazione, una difficoltà economica, una malattia o una crisi familiare senza per questo cessare di essere integrata, e sarebbe quindi profondamente sbagliato costruire un sistema nel quale il reddito o la continuità lavorativa diventassero gli unici indicatori della possibilità di consolidare la propria posizione giuridica.
Per questa ragione, un vero Indice di integrazione dovrebbe essere necessariamente multidimensionale e dovrebbe considerare, all’interno di una valutazione complessiva, il lavoro e l’autonomia economica, la conoscenza della lingua, la durata e la stabilità della residenza, la scolarizzazione dei figli, la situazione familiare, l’assenza di comportamenti gravemente incompatibili con l’ordinamento e la partecipazione alla vita sociale, evitando che uno solo di questi elementi possa determinare automaticamente il risultato e attribuendo invece rilievo al percorso complessivamente compiuto dalla persona nel corso degli anni.
La parte forse più importante del modello, però, consiste nel comprendere che l’integrazione non dovrebbe essere utilizzata soltanto come criterio per imporre obblighi o limitazioni allo straniero, perché, se valutata seriamente, deve produrre anche conseguenze positive: chi dimostra di essere diventato progressivamente parte della società nella quale vive dovrebbe poter ottenere una maggiore stabilità del soggiorno e, quando ne ricorrano i presupposti, accedere alla cittadinanza come riconoscimento di un percorso che non è più soltanto amministrativo, ma anche sociale e sostanziale.
È precisamente su questa reciprocità che si fonda il paradigma Integrazione o ReImmigrazione, nel quale lo Stato non può limitarsi a pretendere l’integrazione senza creare le condizioni perché essa sia concretamente possibile, ma deve investire nell’apprendimento linguistico, nell’accesso al lavoro, nella formazione, nella scuola, nella stabilità abitativa e nella possibilità di costruire relazioni sociali, mentre lo straniero, a sua volta, deve partecipare effettivamente a questo percorso e assumere come proprio obiettivo l’ingresso progressivo nella società di accoglienza, con la conseguenza che, quando l’integrazione riesce, essa deve essere riconosciuta e consolidata, mentre quando il diritto alla permanenza viene definitivamente meno, dopo una valutazione individuale e nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento, il ritorno deve restare una possibilità effettiva e non soltanto teorica.
È proprio la permanenza prolungata all’interno di una zona grigia, infatti, uno dei problemi più evidenti delle politiche migratorie europee, perché migliaia di persone possono rimanere per anni in condizioni amministrative incerte, senza acquisire una reale stabilità ma senza essere neppure destinatarie di una decisione definitiva e concretamente eseguibile, producendo così una situazione che genera precarietà per lo straniero, difficoltà per le amministrazioni e crescente sfiducia da parte della popolazione, la quale percepisce un sistema incapace sia di integrare pienamente chi rimane sia di rendere effettive le decisioni di ritorno quando la permanenza non è più giuridicamente giustificata.
La trasformazione svedese è interessante anche perché mostra quanto la qualità dell’integrazione sia inevitabilmente collegata alla quantità e alla composizione dei flussi migratori, dal momento che la capacità di integrazione di uno Stato non è astratta né illimitata, ma dipende dalla disponibilità di lavoro, abitazioni, scuole, servizi sanitari, corsi di lingua e, più in generale, dalla capacità concreta dei territori di assorbire nuovi residenti senza creare concentrazioni eccessive, marginalità permanenti o forme di segregazione sociale che rendano più difficile il contatto tra nuovi arrivati e popolazione residente.
Non significa che esista una soglia numerica universale oltre la quale l’integrazione diventi impossibile, ma significa riconoscere che ogni politica migratoria deve necessariamente essere costruita sulla capacità reale del Paese di trasformare l’ingresso in autonomia e partecipazione, perché aumentare il numero delle persone ammesse senza aumentare nello stesso tempo le risorse e gli strumenti necessari a integrarle rischia di produrre esattamente l’effetto opposto a quello dichiarato, cioè una crescita delle aree di esclusione sociale e una progressiva separazione tra comunità.
La Svezia, quindi, non sta semplicemente passando da una politica migratoria aperta a una politica più restrittiva, perché il cambiamento più rilevante riguarda il criterio attraverso il quale si tenta di valutare il fenomeno: non è più sufficiente domandarsi quanti stranieri entrino o quanti vengano rimpatriati, ma diventa necessario capire quanti riescano effettivamente a lavorare, acquisire autonomia, imparare la lingua, accompagnare i figli in un percorso scolastico stabile, partecipare alla società e, infine, diventare cittadini.
È una prospettiva che anche l’Italia dovrebbe osservare con particolare attenzione, dal momento che il nostro dibattito continua a concentrarsi quasi esclusivamente sugli sbarchi, sui decreti flussi, sulle sanatorie, sulle procedure di asilo, sui permessi di soggiorno e sui rimpatri, mentre molto più raramente ci chiediamo quali siano gli esiti reali di quelle politiche dopo cinque, dieci o quindici anni e, soprattutto, quali territori, quali strumenti e quali percorsi amministrativi producano effettivamente maggiore integrazione e quali, invece, finiscano per consolidare situazioni di dipendenza, marginalità o precarietà.
La lezione svedese non dovrebbe quindi essere importata meccanicamente, perché nasce da una storia istituzionale, sociale e demografica diversa da quella italiana, ma la domanda che pone è ormai inevitabile anche per noi: se la stabilità del soggiorno deve essere considerata soltanto come conseguenza del tempo trascorso oppure se debba diventare il riconoscimento di un percorso di integrazione concretamente verificabile, nel quale lo Stato abbia fatto la propria parte e la persona straniera abbia progressivamente costruito un rapporto reale con la società nella quale vive.
Se si sceglie questa seconda prospettiva, allora il soggiorno smette di essere una semplice successione di rinnovi amministrativi e diventa un percorso che tende verso una maggiore stabilità, nel quale la presenza temporanea può trasformarsi in integrazione, l’integrazione può tradursi in un consolidamento della posizione giuridica e, quando ne ricorrano le condizioni, la stabilità può trovare il proprio punto di arrivo nella cittadinanza, mentre il ritorno resta la soluzione giuridicamente coerente per chi, dopo un esame individuale e definitivo, non disponga più di un titolo che ne consenta la permanenza.
È questa, in definitiva, la logica di Integrazione o ReImmigrazione: non una politica costruita contro gli immigrati, ma un modello che tenta di distinguere tra percorsi differenti e di attribuire a ciascuno una conseguenza coerente, premiando chi si integra, sostenendo chi è ancora in una fase di inserimento e rendendo effettivo il ritorno quando la permanenza non trova più un fondamento giuridico.
La Svezia, dopo essere stata per decenni uno dei simboli europei dell’accoglienza, sta oggi sperimentando un sistema nel quale la permanenza definitiva non viene più considerata soltanto come il risultato del tempo trascorso nel Paese, ma sempre più come l’esito di un percorso che deve produrre autonomia, partecipazione e appartenenza, ed è probabilmente proprio questo cambiamento, più ancora delle singole riforme, a rendere il caso svedese particolarmente rilevante per il futuro delle politiche migratorie europee.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista – Registro Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID 0009-0004-7030-0428

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