Regno Unito, Burnham vuole distribuire i richiedenti asilo anche nei quartieri della classe media: l’integrazione ha bisogno di una geografia

Il dibattito sull’immigrazione viene quasi sempre costruito intorno ai numeri: quanti stranieri entrano, quanti richiedono asilo, quanti vengono accolti, quanti devono essere rimpatriati.

Molto più raramente ci si domanda dove queste persone vengano collocate.

Eppure la geografia dell’accoglienza può determinare, almeno quanto le risorse economiche investite, il successo o il fallimento di una politica di integrazione.

Nel Regno Unito la questione è tornata al centro del confronto politico l’11 agosto 2026, quando The Telegraph ha riportato la posizione di Andy Burnham secondo cui anche le aree abitate prevalentemente dalla classe media dovrebbero «fare la propria parte» nell’accoglienza dei richiedenti asilo, evitando che la sistemazione venga concentrata prevalentemente nelle comunità economicamente più fragili.

L’affermazione è politicamente delicata perché interviene su uno dei punti più controversi del sistema britannico di accoglienza.

Il Regno Unito utilizza diverse forme di sistemazione per le persone che ricevono sostegno durante l’esame della domanda di asilo. Accanto agli hotel esiste la cosiddetta dispersal accommodation, costituita generalmente da abitazioni o appartamenti inseriti nelle comunità locali. Il sistema è finanziato e organizzato dal Governo centrale, anche attraverso contributi destinati alle amministrazioni locali chiamate a sostenere le conseguenze territoriali dell’accoglienza.

Al 31 marzo 2026, secondo le statistiche ufficiali del Governo britannico, 20.885 persone, pari al 21 per cento della popolazione sostenuta dal sistema di asilo, si trovavano ancora in sistemazioni alberghiere. Il dato era comunque diminuito del 35 per cento rispetto all’anno precedente e del 63 per cento rispetto al picco registrato nel settembre 2023. Altre 72.768 persone erano invece ospitate attraverso altre forme di sistemazione, comprese quelle di dispersione territoriale.

Il Governo britannico sta contemporaneamente cercando di ridurre l’utilizzo degli hotel. Nell’aprile 2026 il Ministero dell’Interno aveva annunciato la chiusura di undici strutture alberghiere e l’intenzione di ricorrere maggiormente a siti di maggiori dimensioni e ad altre soluzioni, collegando questa strategia anche all’accelerazione delle decisioni in materia di asilo e all’aumento dei rimpatri.

Ma il problema sollevato da Burnham va oltre gli hotel.

Riguarda la distribuzione sociale dell’immigrazione.

Se l’accoglienza viene concentrata prevalentemente nei territori nei quali gli immobili costano meno, il risultato può essere quello di collocare un numero significativo di richiedenti asilo precisamente nelle comunità che dispongono di minori risorse economiche, servizi pubblici più sotto pressione e maggiori problemi abitativi.

Il risparmio sul costo immediato dell’alloggio può quindi produrre un costo sociale successivo.

Una zona caratterizzata da una forte concentrazione di disoccupazione, difficoltà scolastiche, carenza di abitazioni e fragilità dei servizi sanitari ha inevitabilmente minori capacità di assorbire rapidamente nuovi residenti vulnerabili.

Non perché le comunità più povere siano meno disponibili all’accoglienza.

Il problema è strutturale.

L’integrazione richiede capacità territoriale.

Richiede scuole in grado di accogliere nuovi alunni, servizi linguistici, medici di base, trasporti pubblici, opportunità di lavoro, abitazioni e soprattutto occasioni quotidiane di incontro tra persone provenienti da contesti differenti.

Quando invece l’immigrazione viene concentrata territorialmente, aumenta il rischio che si sviluppino società parallele.

I nuovi arrivati hanno maggiori probabilità di vivere prevalentemente accanto ad altri immigrati, utilizzare le stesse reti sociali, rivolgersi agli stessi intermediari e avere meno occasioni di entrare concretamente in relazione con la società di accoglienza.

La questione non dovrebbe essere affrontata in termini moralistici.

Non si tratta di stabilire se un quartiere benestante sia moralmente obbligato ad accogliere un certo numero di richiedenti asilo.

Si tratta di comprendere se una distribuzione territoriale più equilibrata possa produrre risultati migliori in termini di integrazione.

È qui che la vicenda britannica diventa particolarmente interessante anche per l’Italia.

Nel nostro Paese il dibattito sull’accoglienza si è spesso concentrato sul numero di persone assegnate ai singoli territori o sulla distinzione tra grandi strutture e accoglienza diffusa.

Ma molto meno frequentemente viene misurato ciò che accade dopo.

Quanti richiedenti asilo imparano effettivamente la lingua?

Quanti accedono al mercato del lavoro?

Quanti costruiscono relazioni al di fuori della propria comunità nazionale?

Quale effetto produce la concentrazione territoriale sull’integrazione dei figli nelle scuole?

Quale numero di cittadini stranieri può essere sostenibilmente inserito in un determinato territorio senza comprimere servizi già insufficienti?

Sono precisamente domande come queste che dovrebbero entrare nella costruzione di un Indice di integrazione.

Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione parte infatti dall’idea che la politica migratoria non possa essere valutata esclusivamente attraverso il numero degli ingressi o dei rimpatri.

Bisogna valutare i risultati.

L’integrazione deve essere favorita, ma deve anche essere osservabile.

Il lavoro, la conoscenza linguistica, la scolarizzazione, l’autonomia economica, la stabilità abitativa, il rispetto delle regole e la partecipazione sociale costituiscono elementi che possono essere analizzati nel tempo.

A questi indicatori dovrebbe però aggiungersene un altro:

la distribuzione territoriale.

La domanda non dovrebbe essere soltanto se una persona sia integrata.

Dovremmo anche domandarci se il territorio nel quale è stata collocata abbia realmente consentito quella integrazione.

Non avrebbe infatti molto senso pretendere un rapido inserimento da una persona che venga concentrata insieme a centinaia di altri richiedenti asilo in una struttura isolata, lontana dal mercato del lavoro, con scarse possibilità di apprendere la lingua attraverso relazioni quotidiane e con servizi locali già insufficienti.

Lo Stato non può chiedere integrazione dopo aver creato le condizioni della segregazione.

Ma esiste anche il principio inverso.

Quando lo Stato offre concrete possibilità di apprendere la lingua, lavorare, formarsi e partecipare alla comunità, può legittimamente aspettarsi che il cittadino straniero intraprenda quel percorso.

Il paradigma si fonda precisamente su questa reciprocità.

Lo Stato deve rendere possibile l’integrazione. Lo straniero deve partecipare al processo di integrazione.

Solo successivamente può essere valutato il risultato.

E quando, al termine delle procedure previste dalla legge, viene riconosciuto il diritto alla protezione, la priorità dovrebbe diventare una integrazione rapida e stabile.

Quando invece la protezione viene definitivamente negata e non esistono altri presupposti giuridici per la permanenza, il ritorno dovrebbe essere effettivo.

È questo il significato della ReImmigrazione: non una espulsione collettiva degli immigrati, ma il ritorno individualmente valutato di chi non dispone di un diritto alla permanenza, all’interno di un sistema che investe contemporaneamente nell’integrazione di chi può e deve rimanere.

L’esperienza britannica mostra inoltre che la distribuzione territoriale non è una questione astratta.

Alcune amministrazioni locali hanno già protestato contro una concentrazione eccessiva dell’accoglienza. Portsmouth, per esempio, aveva ottenuto nel novembre 2025 assicurazioni secondo cui non sarebbero state utilizzate ulteriori abitazioni della città per la dispersal accommodation, dopo avere dichiarato una crisi abitativa e sostenuto di ospitare una quota sproporzionata di richiedenti asilo.

Anche la Local Government Association ha chiesto nel giugno 2026 di costruire insieme al Governo un sistema migliore e adeguatamente finanziato per la sistemazione e il sostegno dei richiedenti asilo.

Questi segnali dimostrano che la capacità di accoglienza non può essere considerata infinita e, soprattutto, non può essere misurata soltanto contando i posti letto.

Un territorio può avere ancora immobili disponibili e avere già esaurito la propria capacità di integrazione.

È una distinzione fondamentale.

Un sistema migratorio moderno dovrebbe quindi costruire una vera mappa territoriale dell’integrazione, capace di mettere insieme numero di residenti stranieri, disponibilità abitativa, occupazione, capacità scolastica, servizi sanitari, conoscenza linguistica e livello di concentrazione delle diverse comunità.

A quel punto la distribuzione dei nuovi arrivati potrebbe essere decisa non sulla base del semplice criterio del minor costo dell’alloggio, ma sulla base della capacità concreta del territorio di produrre integrazione.

La proposta di Burnham, al netto della polemica politica britannica, contiene quindi un’intuizione che merita attenzione.

Se l’immigrazione viene sistematicamente concentrata nelle aree economicamente più fragili, la società chiede proprio ai territori che possiedono meno risorse di sostenere la parte più difficile del processo di integrazione.

Una politica seria dovrebbe fare il contrario.

Dovrebbe distribuire l’immigrazione dove esistono maggiori possibilità di trasformare l’accoglienza in autonomia.

Perché l’integrazione non dipende soltanto dalla persona che arriva.

Dipende anche dal luogo nel quale decidiamo di farla vivere.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista – Registro Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID 0009-0004-7030-0428

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