«Abbiamo il dovere morale di accogliere rifugiati e immigrati» e, allo stesso tempo, «dobbiamo ridurre il nostro numero». Sono queste, in sintesi, le posizioni sostenute dalla sociologa tedesca Verena Brunschweiger, secondo la quale le società occidentali dovrebbero avere meno figli e favorire una maggiore immigrazione per ragioni etiche e climatiche.
Si tratta di una tesi coerente con una parte del pensiero progressista europeo. Ma proprio per questo merita una riflessione critica.
L’errore di fondo non consiste nel proporre più immigrazione. L’errore consiste nel considerare l’immigrazione una variabile demografica, quasi fosse uno strumento per riequilibrare la popolazione o compensare le responsabilità storiche dell’Occidente.
L’essere umano non è una statistica. Non è un numero destinato a sostituirne un altro. Non è un fattore di equilibrio demografico.
L’immigrazione è, prima di tutto, un rapporto giuridico tra una persona e uno Stato.
Uno Stato può certamente decidere di ammettere cittadini stranieri sul proprio territorio. Può farlo per ragioni umanitarie, economiche, familiari o di protezione internazionale. Ma, una volta compiuta questa scelta, nasce una seconda fase, molto più importante della prima: quella della permanenza.
Ed è proprio qui che il dibattito europeo si interrompe.
Si continua a discutere di quote, di corridoi umanitari, di mercato del lavoro, di denatalità e di fabbisogno di manodopera. Si discute di quanti immigrati dovrebbero entrare, ma quasi nessuno si domanda come debba essere valutata, nel tempo, la loro integrazione nella comunità nazionale.
Questo è il vero vuoto delle politiche migratorie europee.
L’integrazione viene evocata come un valore, ma non viene trasformata in un istituto giuridico. Non esistono strumenti omogenei per verificare se la persona abbia effettivamente imparato la lingua del Paese ospitante, costruito un’autonomia lavorativa, rispettato le regole fondamentali della convivenza civile, condiviso i principi costituzionali e sviluppato un autentico legame con la comunità.
In assenza di questa valutazione, l’immigrazione finisce inevitabilmente per essere trattata come un fenomeno puramente quantitativo. Da una parte c’è chi propone di aumentarla. Dall’altra chi propone di ridurla. Entrambe le posizioni, però, trascurano la questione decisiva: che cosa accade dopo l’ingresso?
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio per colmare questa lacuna.
L’obiettivo non è decidere se gli immigrati siano troppi o troppo pochi. L’obiettivo è costruire una politica della permanenza fondata sulla responsabilità individuale. Chi dimostra, attraverso criteri oggettivi, di essersi realmente integrato deve poter consolidare il proprio progetto di vita nello Stato ospitante. Chi, invece, rifiuta stabilmente il percorso di integrazione o permane in condizioni incompatibili con l’ordinamento dovrebbe essere destinatario di un percorso ordinato di ReImmigrazione, nel pieno rispetto dello Stato di diritto.
Il caso Brunschweiger dimostra, ancora una volta, quanto il dibattito europeo sia prigioniero di una logica quantitativa. Si continua a discutere di numeri, mentre si dimenticano le persone. Si continua a discutere di quanti immigrati accogliere, ma non di come valutare, nel tempo, il loro percorso di integrazione.
Ed è proprio questa, oggi, la più grande debolezza delle politiche migratorie europee.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
ORCID: https://orcid.org/0009-0003-9848-4558

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