La Spagna e il fallimento di un modello migratorio senza integrazione misurabile

Il caso spagnolo impone una riflessione che l’Europa continua a rinviare. Non basta più discutere di arrivi, sbarchi, accoglienza, respingimenti o regolarizzazioni. La vera questione è un’altra: che cosa accade quando uno Stato consente la permanenza sul proprio territorio senza disporre di strumenti seri, continui e verificabili per misurare l’integrazione?

La Spagna è oggi uno dei principali laboratori europei del fenomeno migratorio. Secondo i dati OCSE, nel 2024 il Paese ha ricevuto circa 368.000 nuovi immigrati su base permanente o di lungo periodo. Parallelamente, le rotte irregolari verso il territorio spagnolo, in particolare quelle marittime, hanno continuato a rappresentare una questione strutturale della politica migratoria nazionale ed europea.

È vero che nel 2025 gli arrivi irregolari risultano diminuiti rispetto all’anno precedente, ma il dato non elimina il problema politico e giuridico di fondo. La questione non è soltanto quante persone arrivano. La questione è che cosa accade dopo l’arrivo, durante la permanenza, nei territori, nei quartieri, nelle aree urbane e costiere dove l’immigrazione non governata diventa visibile nella forma della marginalità amministrativa, del lavoro informale e dell’esclusione sociale.

Le cronache spagnole hanno più volte documentato sbarchi lungo le coste, anche in aree balneari, e il tema è entrato stabilmente nel dibattito pubblico. Allo stesso modo, a Barcellona il fenomeno dei “manteros”, venditori ambulanti spesso collegati a percorsi migratori irregolari o precari, è stato raccontato non solo come problema di ordine pubblico, ma anche come effetto di una condizione di invisibilità giuridica e di difficoltà di accesso al lavoro regolare.

Questo punto è decisivo. Sarebbe scorretto affermare che ogni problema di degrado sia automaticamente causato dall’immigrazione. Ma sarebbe altrettanto ideologico negare che una gestione migratoria priva di verifica successiva produca inevitabilmente sacche di marginalità, irregolarità e conflitto sociale.

La stessa scelta del Governo spagnolo di procedere verso una regolarizzazione ampia di circa 500.000 persone conferma che il problema esiste. Una regolarizzazione di massa non nasce nel vuoto: nasce quando lo Stato prende atto che una parte rilevante della popolazione straniera vive già sul territorio, ma fuori da una piena cornice ordinamentale. È una risposta politica possibile, ma non risolve da sola il nodo della misurazione dell’integrazione.

Il punto non è criminalizzare lo straniero. Il punto è prendere atto che un ordinamento serio deve sapere chi entra, chi resta, come vive, se lavora, se rispetta le regole, se partecipa alla vita della comunità, se conosce la lingua, se adempie ai doveri minimi di convivenza civile. Senza questa valutazione, l’immigrazione diventa un fatto puramente quantitativo: si contano gli arrivi, si contano i permessi, si contano gli sbarchi, ma non si misura la traiettoria individuale della persona.

È qui che il modello europeo mostra il proprio limite. L’integrazione è stata spesso trattata come una parola morale, non come un istituto giuridico. Si è parlato di inclusione, accoglienza, multiculturalismo, lavoro, cittadinanza, ma raramente si è costruito un sistema capace di verificare nel tempo se la permanenza dello straniero sia effettivamente compatibile con l’interesse della comunità nazionale.

La Spagna, da questo punto di vista, non rappresenta un’eccezione. Rappresenta un avvertimento. Quando l’immigrazione viene amministrata solo nella fase dell’ingresso e non nella fase della permanenza, lo Stato perde progressivamente capacità di governo. Il territorio diventa il luogo in cui emergono le contraddizioni che il diritto non ha saputo prevenire.

Per questo il futuro delle politiche migratorie europee non può ridursi all’alternativa sterile tra accoglienza indiscriminata e rimpatrio impossibile. Occorre introdurre un principio più chiaro: la permanenza deve essere condizionata a un percorso verificabile di integrazione. Chi si integra deve essere stabilizzato, tutelato e valorizzato. Chi rifiuta stabilmente l’integrazione, viola le regole della convivenza o permane in condizioni di irregolarità strutturale deve essere accompagnato verso un percorso ordinato di ReImmigrazione.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce esattamente da questa esigenza. Non propone una deportazione di massa, né una risposta emotiva al fenomeno migratorio. Propone una politica giuridica della permanenza: individuale, misurabile, proporzionata, fondata su diritti e doveri.

Il caso spagnolo dimostra che il problema non è soltanto quanta immigrazione uno Stato sia disposto ad accogliere. Il problema è quale immigrazione uno Stato sia in grado di governare. E senza integrazione misurabile, nessuna politica migratoria può dirsi realmente governata.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
ORCID: https://orcid.org/0009-0003-9848-4558

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