Chi misura l’integrazione? Il caso Trieste e la necessità di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione

Il decreto emesso dal Tribunale di Trieste il 16 giugno 2026 nel procedimento R.G. 3304/2026 rappresenta molto più di una decisione relativa alla legittimità di un trattenimento presso un Centro di Permanenza per il Rimpatrio. Esso pone una questione destinata ad assumere un rilievo sempre maggiore nel dibattito pubblico italiano: chi deve misurare l’integrazione degli stranieri presenti nel territorio nazionale?

La domanda può apparire teorica, ma in realtà riguarda uno dei nodi centrali delle future politiche migratorie.

Nel caso esaminato dal Tribunale, il giudice è stato chiamato a valutare non soltanto la sussistenza di presupposti formali previsti dalla legge, ma anche una serie di elementi che attengono direttamente al livello di integrazione del soggetto coinvolto. La permanenza in Italia da oltre vent’anni, l’esistenza di un precedente permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, un’attività lavorativa svolta per quasi dieci anni, la presenza di figli regolarmente soggiornanti e inseriti nel tessuto sociale italiano, la disponibilità di un’abitazione e il percorso di reinserimento sviluppato durante la detenzione sono diventati fattori determinanti nella valutazione complessiva della vicenda.

Si tratta di elementi che normalmente vengono associati al concetto di radicamento sociale e che, nel paradigma che propongo da tempo, costituiscono alcuni dei principali indicatori dell’integrazione.

La circostanza più interessante è che tale valutazione è stata effettuata da un giudice chiamato a pronunciarsi sull’immediata legittimità di un trattenimento. In altre parole, il sistema è arrivato a interrogarsi sul grado di integrazione della persona soltanto quando questa si trovava già all’interno della fase finale del percorso amministrativo, cioè quella che precede il possibile rimpatrio.

È proprio qui che emerge il problema strutturale.

Uno Stato moderno dovrebbe essere in grado di valutare il livello di integrazione molto prima che una persona entri in un CPR. Dovrebbe possedere strumenti capaci di monitorare nel tempo il percorso lavorativo, la conoscenza della lingua italiana, il rispetto delle regole, la partecipazione alla vita sociale e la costruzione di relazioni familiari stabili.

Oggi tutto questo non avviene in modo sistematico.

Le competenze sono distribuite tra Ministero dell’Interno, Ministero del Lavoro, Ministero dell’Istruzione, Prefetture, Questure, Comuni, Commissioni territoriali e numerose altre amministrazioni. Ognuno raccoglie una parte delle informazioni, ma nessuno possiede una visione complessiva del percorso di integrazione dello straniero.

La conseguenza è che lo Stato dispone di enormi quantità di dati amministrativi ma non possiede un vero sistema di misurazione dell’integrazione.

Questo limite diventerà ancora più evidente nei prossimi anni. L’attuazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, l’aumento delle procedure amministrative affidate alle Questure e la crescente attenzione verso le politiche di rimpatrio renderanno sempre più necessaria una struttura capace di coordinare tutte le attività connesse all’integrazione e alla permanenza degli stranieri nel territorio nazionale.

Per questa ragione ritengo che l’Italia debba avviare una riflessione sulla creazione di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione.

Un simile ministero non avrebbe il compito di sostituire le competenze del Ministero dell’Interno o delle altre amministrazioni. La sua funzione sarebbe invece quella di coordinare, elaborare e valutare.

Dovrebbe definire indicatori nazionali di integrazione, promuovere percorsi linguistici e formativi, monitorare i risultati raggiunti, coordinare gli enti territoriali e predisporre strumenti di verifica periodica. Allo stesso tempo dovrebbe occuparsi delle politiche di ReImmigrazione, organizzando percorsi di ritorno per coloro che non raggiungono gli standard minimi di integrazione richiesti dall’ordinamento.

Da tempo sostengo che il futuro delle politiche migratorie debba essere costruito attorno ad un principio semplice: integrazione o ReImmigrazione.

Chi lavora, conosce la lingua italiana, rispetta le regole e partecipa alla vita della comunità deve poter trovare nel nostro Paese una prospettiva stabile. Chi invece rifiuta sistematicamente il percorso di integrazione non può pretendere di permanere indefinitamente sul territorio nazionale.

Ma affinché questo principio possa essere applicato è necessario che qualcuno misuri l’integrazione.

Il decreto del Tribunale di Trieste dimostra che questa funzione oggi non appartiene ad alcuna istituzione specifica. Quando il sistema si trova davanti a casi complessi, è il giudice a dover ricostruire la storia personale, familiare e lavorativa dello straniero per comprendere il suo reale grado di radicamento.

È una funzione troppo importante per essere affidata esclusivamente alla fase patologica del contenzioso.

Per governare realmente l’immigrazione occorre passare dalla gestione delle emergenze alla costruzione di istituzioni specializzate. E tra queste, probabilmente, il Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione rappresenta oggi la riforma più necessaria.

Avv. Fabio Loscerbo

Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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