Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”. Io sono l’avvocato Fabio Loscerbo e oggi affrontiamo un tema che nel dibattito pubblico viene spesso trattato in modo confuso, quando non deliberatamente sovrapposto: la differenza tra remigrazione come teoria politico-identitaria e ReImmigrazione come paradigma giuridico fondato sul diritto positivo.
Negli ultimi anni, anche in Italia, si è diffusa l’espressione “remigrazione”, collegata alle teorie elaborate da Renaud Camus sul cosiddetto “Grande Sostituzione”. In quella prospettiva, l’immigrazione viene letta come un processo collettivo di trasformazione demografica e culturale, cui dovrebbe seguire un movimento inverso di ritorno nei Paesi di origine. Si tratta di una costruzione teorica, che si colloca sul piano politico e culturale.
Il punto centrale, però, è che questa categoria non è un istituto giuridico. Non esiste nel nostro ordinamento una norma che disciplini la “remigrazione” come misura collettiva. Il diritto italiano ed europeo operano attraverso strumenti tipizzati, procedure individuali, provvedimenti motivati e soggetti al controllo del giudice.
Ed è qui che si inserisce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
La ReImmigrazione, così come la intendo e la propongo, non è una reazione ideologica a una teoria demografica. È la conseguenza amministrativa possibile all’interno di un sistema giuridico che già oggi prevede la protezione complementare ai sensi dell’articolo 19 del Testo Unico sull’Immigrazione. In quel contesto, l’amministrazione e il giudice sono chiamati a compiere una valutazione concreta e individuale, bilanciando diritti fondamentali e interesse pubblico al controllo dell’immigrazione.
Non si guarda alla collettività, ma al singolo. Non si decide in base all’appartenenza culturale, ma in base al percorso di integrazione effettivo. Lavoro, conoscenza della lingua, rispetto delle regole, assenza di pericolosità sociale: sono elementi che incidono sulla posizione giuridica della persona.
La differenza è strutturale.
La remigrazione è una teoria politica che ragiona in termini generali.
La ReImmigrazione è un esito procedurale che nasce da una valutazione individuale, motivata e sottoposta a controllo giurisdizionale.
Nel mio paradigma non esistono categorie collettive da allontanare. Esiste una responsabilità individuale. Chi dimostra integrazione reale permane nel rispetto della legge. Chi non la dimostra, e non rientra nelle condizioni di protezione, può essere destinatario di un provvedimento di rientro nel Paese di origine, sempre nel rispetto delle garanzie costituzionali e sovranazionali.
Questo è il punto che dobbiamo avere il coraggio di affermare con chiarezza: il tema non è identità contro immigrazione. Il tema è diritto contro ideologia. Uno Stato di diritto non può governare un fenomeno complesso come l’immigrazione attraverso categorie simboliche. Deve farlo attraverso norme, procedure e controlli.
“Integrazione o ReImmigrazione” non è uno slogan. È una proposta di coerenza sistemica. Permanenza fondata sull’integrazione effettiva. Rientro fondato su una decisione amministrativa legittima e controllabile.
Se vogliamo affrontare seriamente il tema migratorio in Italia e in Europa, dobbiamo riportare il dibattito dentro il perimetro del diritto. È lì che si gioca la credibilità delle istituzioni. Ed è lì che si misura la differenza tra una teoria e un sistema giuridico.
Grazie per aver ascoltato questo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”. Continuiamo questo percorso di analisi e confronto, sempre nel rispetto dello Stato di diritto.

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