Nuova Zelanda, la residenza premia lavoro ed esperienza: il sistema a punti non basta più

Dal 24 agosto 2026 la Nuova Zelanda ha cambiato uno dei meccanismi centrali con cui seleziona gli immigrati destinati alla residenza stabile. La Skilled Migrant Category non scompare e il percorso a punti resta in vigore, ma non è più l’unica via: entrano in funzione due nuovi canali, lo Skilled Work Experience pathway e il Trades and Technician pathway. La scelta è significativa perché Wellington riconosce che titolo di studio, reddito e punteggio non bastano sempre a misurare il valore reale di un lavoratore straniero che ha già dimostrato sul campo di essere utile, stabile e inserito nell’economia del Paese.

Il primo nuovo percorso è costruito quasi interamente sull’esperienza. Per accedervi occorrono un lavoro o un’offerta in una professione qualificata di livello ANZSCO 1-3, una retribuzione pari almeno a 1,1 volte la soglia salariale SMC, almeno tre anni di esperienza professionale pertinente e altri due anni di lavoro qualificato maturato in Nuova Zelanda. Le professioni considerate a maggiore rischio migratorio sono sottoposte a regole ulteriori: quelle inserite nella Amber List devono soddisfare condizioni più severe, mentre quelle presenti nella Red List non possono utilizzare questo canale. Il messaggio è chiaro: la residenza non viene concessa perché qualcuno possiede astrattamente una competenza, ma perché quella competenza è stata effettivamente esercitata e verificata.

La seconda novità riguarda mestieri e professioni tecniche. Il Trades and Technician pathway apre una strada specifica a settori come costruzioni, ingegneria, manifattura, automotive e supporto tecnico. Servono una professione ammessa, una qualifica pertinente almeno di livello 4, una retribuzione conforme alla soglia SMC, almeno due anni e mezzo di esperienza successiva alla qualifica e altri diciotto mesi di lavoro qualificato svolto in Nuova Zelanda. È una correzione importante rispetto ai modelli migratori che finiscono per privilegiare quasi automaticamente lauree, professioni accademiche e redditi elevati, lasciando in secondo piano competenze tecniche di cui l’economia reale ha bisogno.

Anche il percorso tradizionale a punti viene modificato. La soglia dei sei punti resta, ma aumentano in alcuni casi i punti riconosciuti alle qualifiche neozelandesi e a determinati titoli conseguiti all’estero, mentre diminuisce il periodo di esperienza lavorativa locale necessario per completare il punteggio. Cambiano soprattutto le regole salariali: chi costruisce il proprio diritto alla residenza attraverso esperienza qualificata non dovrà più inseguire automaticamente una soglia più alta ogni volta che il salario mediano viene aggiornato. In generale, il riferimento diventa quello applicabile quando l’esperienza rilevante è iniziata, con una specifica regola di grazia per chi comincia a lavorare poco dopo il rilascio del visto. È un dettaglio tecnico, ma corregge una delle contraddizioni tipiche dei sistemi migratori: chiedere stabilità al lavoratore modificando continuamente il metro con cui quella stabilità viene giudicata.

Il quadro resta selettivo. Tutti i candidati devono normalmente avere un lavoro o un’offerta in Nuova Zelanda, rispettare i requisiti retributivi, superare i controlli sanitari e di carattere e dimostrare la conoscenza dell’inglese; il lavoro qualificato deve inoltre essere collegato a un datore accreditato. Wellington non apre quindi indiscriminatamente la residenza. Fa qualcosa di più interessante: distingue con maggiore precisione tra ingresso temporaneo e consolidamento di una permanenza già dimostrata nei fatti. Il tempo trascorso nel Paese acquista valore quando è accompagnato da lavoro qualificato, continuità e capacità di rispettare le condizioni poste dall’ordinamento.

È qui che il caso neozelandese assume un valore comparato più ampio. Molte politiche migratorie europee sono molto sofisticate nel decidere chi può entrare, quale titolo deve possedere, quale Stato è competente e quando una persona deve lasciare il territorio, ma molto meno strutturate nel riconoscere in modo trasparente il percorso di chi rimane e si integra. La Nuova Zelanda compie un passo nella direzione opposta: trasforma almeno una parte della permanenza regolare in un percorso osservabile e verificabile. L’integrazione economica non esaurisce l’integrazione, che comprende anche lingua, rispetto delle regole, autonomia e inserimento sociale; ma una politica seria deve almeno cominciare a misurare ciò che una persona ha concretamente costruito nel tempo.

La logica è vicina alla prospettiva di “Integrazione o ReImmigrazione”: la selezione non dovrebbe fermarsi alla frontiera né al momento del primo visto. L’intero percorso migratorio deve poter essere letto nel tempo, distinguendo chi ha sviluppato condizioni reali per una permanenza stabile da chi non le possiede. La riforma neozelandese non sostituisce il sistema a punti, ma ne ridimensiona la pretesa di essere l’unico linguaggio possibile. Il punteggio fotografa un profilo; il lavoro reale racconta una storia. E quando uno Stato decide chi può diventare residente stabile, quella storia conta almeno quanto la fotografia iniziale.

Avv. Fabio Loscerbo

Avvocato Cassazionista

Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione

Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo

ORCID: 0009-0004-7030-0428

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