Alice Weidel alza la posta. Se AfD arrivasse al governo federale, la Germania dovrebbe essere pronta a uscire da Schengen. Lo ha ribadito nel Sommerinterview della ZDF del 23 agosto. È una posizione radicale, certamente. Ma sarebbe troppo comodo liquidarla come l’ennesima provocazione della destra tedesca. Il problema sollevato da Weidel esiste indipendentemente da Weidel: che cosa rimane di uno spazio europeo senza frontiere interne quando gli Stati tornano a utilizzare sistematicamente i controlli nazionali per governare i movimenti migratori?
La Germania i controlli alle frontiere li ha già reintrodotti. E non è l’unico Paese europeo ad averlo fatto. Il Codice frontiere Schengen consente, a determinate condizioni, la reintroduzione temporanea dei controlli alle frontiere interne quando sussista una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna. Il punto politico e giuridico nasce quando ciò che dovrebbe rappresentare un’eccezione tende a diventare parte ordinaria della gestione. Schengen formalmente rimane, mentre il confine nazionale recupera progressivamente una funzione che l’architettura europea avrebbe dovuto rendere residuale.
È il paradosso di un sistema che ha costruito la libera circolazione interna senza riuscire ancora a garantire con la stessa efficacia una politica migratoria comune capace di governare frontiere esterne, procedure di asilo, movimenti secondari e rimpatri. Quando il sistema comune non produce risultati sufficienti, sono gli Stati a riprendersi il confine. La proposta di Weidel porta questa dinamica alle estreme conseguenze: non più controlli temporanei dentro Schengen, ma uscita dal sistema.
Naturalmente abbandonare Schengen avrebbe conseguenze profonde sulla mobilità dei cittadini, sui lavoratori frontalieri, sulle imprese, sul turismo e sul mercato interno. Ma elencare questi costi non basta a chiudere la discussione. Prima ancora di chiedersi se Weidel abbia ragione sulla soluzione, occorre domandarsi perché una proposta di questo tipo trovi oggi uno spazio politico che pochi anni fa sarebbe apparso assai più marginale.
C’è poi una contraddizione ulteriore. L’Europa dispone di strumenti sempre più sofisticati per sapere chi entra, attraverso quale frontiera, dove viene presentata una domanda di protezione e quale Stato sia competente. Ma la politica migratoria non termina all’ingresso. Una politica capace di controllare il movimento delle persone ma incapace di attribuire un peso centrale alla loro effettiva integrazione rimane incompleta. È precisamente su questo terreno che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone di spostare la prospettiva: ingresso, permanenza, integrazione e, quando ne ricorrano le condizioni giuridiche, ritorno devono essere parti coerenti di una stessa politica pubblica.
L’integrazione non può ridursi a una dichiarazione programmatica. Lavoro, conoscenza della lingua, autonomia, rispetto delle regole e partecipazione alla comunità sono elementi che descrivono la riuscita o il fallimento di un percorso migratorio molto più di quanto possa fare il solo dato dell’ingresso. Se l’Europa vuole rendere sostenibile la libera circolazione, deve quindi governare non soltanto le frontiere, ma l’intero fenomeno migratorio che si sviluppa dopo il loro attraversamento.
Per questo la questione tedesca riguarda tutta l’Europa. Non basta proclamare Schengen irreversibile. Bisogna creare le condizioni perché possa funzionare. Frontiere esterne credibili, responsabilità chiare tra gli Stati, procedure efficaci, rimpatri realmente eseguibili e integrazione sostanziale devono appartenere allo stesso disegno.
Weidel propone di rompere il meccanismo. L’Europa può contestare quella soluzione. Ma non può ignorare il problema che l’ha resa politicamente proponibile. Per salvare Schengen non servono soltanto dichiarazioni sulla libera circolazione: serve dimostrare che una politica migratoria europea può essere più efficace del ritorno permanente alle frontiere nazionali.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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