L’Unione europea ha costruito l’Entry/Exit System per sapere con maggiore precisione chi entra, chi esce e chi supera il periodo di soggiorno autorizzato nello spazio Schengen. Dal 10 aprile 2026 il sistema è pienamente operativo alle frontiere esterne e, secondo la Commissione, ha già registrato oltre 145 milioni di ingressi e uscite. È una trasformazione importante: il controllo migratorio non può più dipendere soltanto da timbri sul passaporto e verifiche frammentate tra ventinove sistemi nazionali.
Il problema è che l’effettività si misura nei punti di frontiera, non nelle dichiarazioni di Bruxelles. Il 23 agosto il Guardian ha raccolto diverse segnalazioni di viaggiatori britannici che descrivono code molto lunghe, registrazioni di uscita da correggere, richieste ripetute di dati biometrici e confusione per i titolari di visti di lunga durata. Anche aeroporti come Schiphol hanno avvertito durante l’estate che il nuovo sistema europeo può aumentare i tempi ai controlli nei momenti di maggiore traffico.
Qui emerge una contraddizione che l’Europa deve affrontare apertamente. L’EES nasce per rendere i controlli più rapidi e più affidabili, individuare gli overstayer e contrastare le frodi documentali. Se però i sistemi nazionali non dialogano perfettamente, se un’uscita non viene registrata correttamente o se la pressione sulle code induce a semplificare temporaneamente i controlli, la frontiera digitale rischia di diventare più sofisticata sulla carta che nella pratica. E una politica migratoria credibile non può permettersi una distanza stabile tra regole e capacità operativa.
Questo non significa tornare al vecchio timbro manuale. Al contrario, la direzione scelta dall’Unione è corretta: identificazione biometrica, interoperabilità delle banche dati e tracciamento delle permanenze sono strumenti indispensabili per governare i movimenti transfrontalieri. Ma proprio perché il controllo diventa digitale, Bruxelles deve assumersi fino in fondo la responsabilità della sua infrastruttura: standard tecnici uniformi, assistenza ai valichi, procedure chiare per le categorie esenti e sistemi capaci di correggere rapidamente gli errori senza trasformarli in problemi per cittadini e amministrazioni.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” parte da un principio analogo: non esiste governo dell’immigrazione senza identificazione certa e senza un’amministrazione capace di seguire la posizione dello straniero nel tempo. Una Polizia dell’Immigrazione specializzata e una gestione coordinata dei dati non servono a moltiplicare i controlli, ma a evitare duplicazioni, zone grigie e decisioni che restano prive di esecuzione. La tecnologia ha senso soltanto se rende lo Stato più capace di decidere e di far rispettare le decisioni assunte.
L’EES rappresenta quindi un banco di prova più importante di quanto possa sembrare. L’Europa non ha bisogno di meno controllo, ma di un controllo che funzioni davvero: comune, interoperabile, rapido e verificabile. Se la frontiera esterna deve diventare europea, europea deve diventare anche la responsabilità per la sua efficienza. Diversamente continueremo ad avere regole comuni, costi comuni e, quando il sistema si inceppa, responsabilità scaricate sui singoli Stati e sui singoli aeroporti.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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