Il programma della Lega in materia di immigrazione si muove lungo una linea che, almeno sul piano della chiarezza politica, non lascia spazio ad ambiguità. Il fenomeno migratorio viene qualificato come un problema strutturale, non contingente, e per questo affrontato con strumenti che appartengono alla tradizione del diritto dell’ordine pubblico: controllo dei confini, limitazione degli ingressi irregolari, rafforzamento dei rimpatri.
Non è un’impostazione nuova. È, anzi, coerente con una certa continuità storica delle politiche migratorie improntate al primato della sovranità statale e della sicurezza interna. In questo senso, il programma è lineare: individua il problema, individua il nemico – l’immigrazione illegale e le reti criminali che la gestiscono – e costruisce una risposta fondata sul ripristino di strumenti già sperimentati, come i decreti sicurezza .
L’architettura complessiva è chiara. Si interviene innanzitutto sugli ingressi, attraverso il rafforzamento dei controlli e la limitazione dell’azione delle ONG; si agisce poi sui flussi, mediante accordi con i Paesi terzi e la creazione di centri di identificazione esterni; infine, si incide sulla permanenza irregolare, potenziando il sistema dei rimpatri, anche mediante l’estensione dei CPR e l’allungamento dei tempi di trattenimento .
A differenza di altri programmi, qui il tema dei rimpatri non è rimosso né attenuato: è centrale, dichiarato e strutturato. E questo è un dato giuridicamente rilevante. Senza un sistema effettivo di rimpatri, qualsiasi politica migratoria resta monca, perché priva di una reale capacità di chiudere il ciclo amministrativo dello straniero privo di titolo.
Sul versante dell’immigrazione legale, la proposta è altrettanto netta: ingressi selettivi, funzionali al mercato del lavoro, esclusione di sanatorie generalizzate e rifiuto di automatismi nella concessione della cittadinanza, che viene qualificata come esito finale di un percorso e non come strumento di integrazione . È una visione che recupera un’impostazione classica: prima si dimostra di appartenere alla comunità, poi – eventualmente – si diventa cittadini.
Fin qui, il modello appare coerente e, per certi versi, più completo rispetto ad altri. Ma è proprio quando lo si osserva attraverso il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” che emergono i suoi limiti.
Il programma della Lega presidia bene il secondo polo del paradigma: la reimmigrazione. Il rimpatrio è pensato come strumento ordinario, non eccezionale. Esiste una volontà politica di renderlo effettivo e di costruire le condizioni amministrative per attuarlo. Questo è un punto di forza evidente.
Ciò che manca, però, è il completamento del primo polo: l’integrazione come categoria giuridica operativa.
L’integrazione è presente nel testo, ma resta sullo sfondo. Viene evocata in termini di “convivenza” e di rispetto delle regole, dei valori e della cultura nazionale . È una concezione tradizionale, che affonda le sue radici in un’idea assimilativa: lo straniero è chiamato ad adeguarsi al contesto che lo accoglie.
Tuttavia, questa impostazione non si traduce in un meccanismo giuridico verificabile. Non vengono stabiliti indicatori di integrazione, non si definiscono criteri oggettivi di valutazione, non si collega il livello di integrazione alla stabilità del soggiorno. In altre parole, manca il passaggio decisivo: trasformare l’integrazione da principio politico a condizione giuridica della permanenza.
E qui sta il punto. Senza questo passaggio, il sistema continua a fondarsi su una distinzione ormai insufficiente: quella tra regolare e irregolare. Ma la realtà sociale dimostra che esiste una zona intermedia ben più problematica: quella degli stranieri formalmente regolari ma sostanzialmente non integrati.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” impone di affrontare proprio questa zona grigia. Non basta espellere chi è irregolare. Occorre interrogarsi su chi, pur essendo regolare, non realizza alcun reale percorso di inserimento. È in questo spazio che si gioca la tenuta del sistema.
Il programma della Lega, pur avanzato sul piano del controllo e della reimmigrazione, non compie fino in fondo questo salto. La permanenza resta, di fatto, una conseguenza del possesso di un titolo, non l’esito di una verifica sostanziale di integrazione.
Ne deriva un modello che funziona bene in entrata e in uscita, ma che resta incompleto nella fase più delicata: quella della permanenza.
Se si guarda al futuro delle politiche migratorie, è proprio lì che si giocherà la partita. Non più solo chi entra e chi esce, ma chi resta – e a quali condizioni.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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