Il modello Albania può funzionare solo misurando l’integrazione: la ReImmigrazione comincia prima del rimpatrio

Il rilancio del modello Albania da parte del governo italiano parte da un’esigenza reale: rendere effettive le decisioni di rimpatrio. Un ordinamento che accerta l’assenza del diritto di soggiornare, adotta un provvedimento di espulsione e poi non riesce a eseguirlo perde credibilità. I centri collocati in Paesi terzi possono quindi rappresentare uno strumento utile per organizzare la fase finale del ritorno, ridurre il rischio di fuga e superare alcune difficoltà operative che oggi rendono inefficace il sistema.

Ma il modello può funzionare soltanto se viene inserito in una politica migratoria più ampia. La questione non è semplicemente individuare il luogo nel quale trattenere una persona in attesa del rimpatrio. Prima occorre stabilire, con criteri trasparenti e verificabili, chi abbia costruito le condizioni per consolidare la propria permanenza e chi debba invece entrare nel percorso di ReImmigrazione.

Il modello Albania non deve essere considerato un’alternativa all’integrazione. Al contrario, può diventare efficace proprio quando rappresenta l’ultima fase di un sistema fondato sulla valutazione periodica del percorso individuale. Senza questa valutazione, i centri esterni intervengono soltanto quando la situazione è già degenerata nell’irregolarità, nella marginalità e nell’accumulo di decisioni amministrative rimaste ineseguite.

L’Italia continua a concentrare i controlli sul possesso formale del permesso di soggiorno e sul decorso del tempo. Viene verificata l’esistenza di determinati requisiti al momento del rilascio o del rinnovo, ma manca una valutazione organica di ciò che accade durante la permanenza. In questo modo si arriva spesso al rimpatrio dopo molti anni, quando nel territorio si sono già formati rapporti lavorativi, familiari e sociali che rendono ogni decisione più complessa.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone di anticipare la verifica. La permanenza deve essere periodicamente valutata attraverso tre indicatori fondamentali: lavoro, conoscenza della lingua e rispetto delle regole. Non si tratta di formulare giudizi sulla nazionalità, sulla cultura o sull’origine della persona, ma di accertare la sua concreta traiettoria individuale.

Il lavoro dimostra la capacità di contribuire alla comunità e di raggiungere un’autonomia economica. La conoscenza della lingua consente di comprendere le istituzioni, utilizzare consapevolmente i servizi pubblici e partecipare alla vita sociale. Il rispetto delle regole costituisce il presupposto essenziale della convivenza. Questi parametri devono essere osservati nel tempo, perché l’integrazione può progredire, arrestarsi o fallire.

Lo strumento per rendere operativa questa valutazione è già presente nell’ordinamento: l’Accordo di integrazione previsto dall’articolo 4-bis del Testo unico sull’immigrazione. Oggi l’accordo è stato ridotto, nella sostanza, a un adempimento burocratico sottoscritto all’inizio del soggiorno. Dovrebbe invece diventare un rapporto giuridico dinamico tra lo straniero e lo Stato, sottoposto a verifiche periodiche e collegato ai rinnovi del titolo, alla stabilizzazione della posizione e all’eventuale avvio della ReImmigrazione.

La valutazione periodica permetterebbe di distinguere tre situazioni. Chi procede positivamente dovrebbe poter consolidare la propria permanenza. Chi incontra difficoltà temporanee dovrebbe ricevere formazione linguistica, orientamento lavorativo e strumenti adeguati di sostegno. Chi rifiuta o fallisce il percorso di integrazione dovrebbe entrare tempestivamente nella ReImmigrazione, senza attendere che l’irregolarità diventi strutturale.

È in questo terzo momento che il modello Albania può assumere una funzione concreta. I centri esterni non sarebbero più il tentativo tardivo di risolvere situazioni lasciate irrisolte per anni, ma lo strumento finale di una sequenza giuridica chiara: ingresso, verifica dell’integrazione, sostegno, decisione sulla permanenza ed eventuale ritorno.

Naturalmente, il trasferimento in Albania o in un altro Paese terzo non elimina gli obblighi dello Stato. Ogni rimpatrio deve essere individuale, concretamente eseguibile e rispettoso del principio di non-refoulement. Devono essere verificati l’identità, la collaborazione del Paese d’origine e l’assenza di rischi di persecuzione o di trattamenti inumani. Il modello può rafforzare l’esecuzione, ma non può sostituire le garanzie.

Allo stesso modo, il trattenimento non deve diventare l’obiettivo della politica migratoria. È uno strumento eccezionale e funzionale a un ritorno realmente possibile. La politica viene prima: decide chi può restare, chi deve essere sostenuto e chi deve rientrare. Le strutture intervengono soltanto dopo, per dare esecuzione a una decisione già maturata attraverso un percorso verificabile.

La formula del paradigma rimane netta: chi si integra rimane; chi rifiuta o fallisce l’integrazione entra nel percorso di ReImmigrazione. Il modello Albania può funzionare se viene collocato dentro questo ordine e non se pretende di sostituirlo.

La ReImmigrazione, infatti, non comincia al momento dell’espulsione. Comincia quando lo Stato decide di verificare seriamente la permanenza, accompagnare l’integrazione e trarre conseguenze dalle verifiche compiute. Solo così i centri esterni possono diventare parte di una politica coerente, anziché l’ennesimo luogo nel quale trasferire l’inefficacia delle decisioni.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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