L’immigrazione non si governa negando i problemi dei territori

Nell’intervista pubblicata da SienaPost, Clori Bombagli, consigliera comunale di Chianciano Terme con delega all’immigrazione e alle politiche per l’inclusione, sostiene che la rappresentazione dei flussi migratori come emergenza o minaccia sarebbe il risultato di una narrazione politica costruita sulla paura. Secondo questa impostazione, l’immigrazione dovrebbe essere affrontata attraverso inclusione, dignità del lavoro e responsabilità condivise, valorizzando il ruolo delle amministrazioni locali e delle reti territoriali.

Il richiamo alla dignità della persona e alla necessità di evitare ogni generalizzazione è condivisibile. Ma la critica alla propaganda non può trasformarsi nella negazione delle difficoltà concrete che l’immigrazione produce sui territori. I Comuni non amministrano principi astratti: devono garantire abitazioni, scuole, servizi sociali, assistenza sanitaria, sicurezza urbana e convivenza civile. Ogni territorio dispone di risorse limitate e di una capacità effettiva di assorbimento. Riconoscere questi limiti non significa alimentare la paura, ma assumersi la responsabilità di governare il fenomeno.

La stessa intervista riconosce che, quando le istituzioni centrali non riescono a predisporre politiche strutturali, il peso dell’accoglienza finisce per ricadere sulle amministrazioni locali. È un’osservazione corretta, ma conduce a una conclusione diversa: proprio perché i territori sopportano le conseguenze delle decisioni nazionali ed europee, non si può chiedere loro di gestire permanenze indefinite senza criteri, senza strumenti adeguati e senza una verifica reale dell’integrazione.

La formula dei “diritti e delle responsabilità condivise” resta insufficiente finché non si chiarisce quali siano queste responsabilità, come debbano essere accertate e quali conseguenze debbano derivare dal loro mancato adempimento. L’integrazione non può essere una dichiarazione di principio affidata alla disponibilità individuale. Deve diventare un percorso giuridicamente verificabile attraverso parametri concreti: lavoro, conoscenza della lingua e rispetto delle regole.

Bombagli ricorda inoltre che numerosi settori dell’economia italiana dipendono dal lavoro delle persone migranti, dall’agricoltura all’assistenza familiare, dalla ristorazione al turismo. Anche questo dato è reale. Ma l’utilità economica non può diventare una giustificazione generale di ogni ingresso e di ogni permanenza. Il migrante non deve essere ridotto a semplice manodopera, ma neppure sottratto a ogni valutazione individuale in nome delle esigenze produttive o della crisi demografica.

Il vero problema non è scegliere tra paura e accoglienza. Questa contrapposizione ideologica impedisce di discutere la questione nel merito. La scelta è tra un’immigrazione governata, nella quale la permanenza viene collegata a un percorso individuale di integrazione, e un sistema che considera sufficiente la presenza prolungata sul territorio per consolidare progressivamente il soggiorno.

Per questa ragione è arrivato il momento di valutare l’introduzione nella Costituzione di un vero e proprio dovere di integrazione. La nostra Carta riconosce i diritti inviolabili dell’uomo, ma richiede anche l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Il principio personalista contenuto nell’articolo 2 non costruisce quindi una società composta soltanto da titolari di diritti: collega la tutela della persona alla responsabilità verso la comunità nella quale essa vive.

L’integrazione dovrebbe essere ricondotta precisamente a questa reciprocità costituzionale. Chi viene accolto e autorizzato a costruire il proprio futuro in Italia deve poter godere dei diritti fondamentali, accedere al lavoro, all’istruzione e ai servizi essenziali. Ma deve, a sua volta, assumere il dovere di apprendere la lingua, rispettare l’ordinamento, contribuire secondo le proprie possibilità alla vita economica e sociale e riconoscersi nei principi fondamentali della Repubblica.

Inserire questo dovere nella Costituzione avrebbe un valore non soltanto simbolico. Significherebbe offrire un fondamento più solido alle leggi ordinarie che collegano il consolidamento della permanenza al percorso di integrazione. Significherebbe soprattutto affermare che l’integrazione non è una concessione facoltativa dello straniero né una prestazione unilaterale dello Stato, ma un rapporto reciproco dal quale discendono diritti, obblighi e conseguenze giuridiche.

La formulazione costituzionale dovrebbe evitare qualsiasi imposizione assimilazionista. Integrare non significa rinunciare alla propria identità, alla propria religione o alla propria cultura. Significa accettare il primato della Costituzione, conoscere lo strumento linguistico necessario per partecipare alla vita sociale, rispettare le leggi e contribuire alla comunità. La Corte costituzionale ha più volte riconosciuto che i diritti fondamentali spettano anche allo straniero; proprio questa universalità dei diritti rende necessario affermare con altrettanta chiarezza la dimensione dei doveri.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si colloca in questa prospettiva. La permanenza deve essere collegata alla verifica individuale dell’integrazione. Chi raggiunge i parametri richiesti rimane e può consolidare la propria posizione giuridica. Chi rifiuta o fallisce il percorso di integrazione entra nel percorso di ReImmigrazione. La presenza protratta sul territorio non può sostituire l’integrazione né trasformarsi, da sola, nel fondamento di una permanenza definitiva.

L’immigrazione non si governa alimentando paure, ma neppure negando i problemi dei territori. Si governa riconoscendo la realtà, distribuendo correttamente le responsabilità e trasformando l’integrazione da slogan politico in dovere costituzionale verificabile.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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