Click day, consolati e burocrazia: il decreto flussi non si ripara, si supera

Il decreto flussi viene spesso descritto come una macchina difettosa che avrebbe bisogno di manutenzione. La metafora è efficace, ma rischia di attenuare la gravità del problema. Una macchina può essere riparata quando il suo progetto originario resta valido e occorre soltanto sostituire qualche componente usurata. Nel caso del decreto flussi, invece, è il modello stesso a non essere più adeguato alla realtà economica, sociale e amministrativa italiana.

Il sistema continua a pretendere di programmare l’immigrazione lavorativa attraverso contingenti numerici, finestre temporali rigide, click day e procedure amministrative articolate tra Sportelli unici per l’immigrazione, Ispettorati del lavoro, Questure, consolati e datori di lavoro.

Ciascuno di questi passaggi può trasformarsi in un punto di arresto.

L’articolo pubblicato da QuotidianoPiù individua un vero e proprio fallimento strutturale della procedura. Non si tratta soltanto di portali che rallentano, domande che restano ferme o appuntamenti consolari difficili da ottenere. Il problema nasce dalla distanza tra il funzionamento della procedura e le esigenze reali delle imprese, delle famiglie e dei lavoratori.

Per il 2026 il Governo ha autorizzato 76.200 ingressi per lavoro subordinato non stagionale, 88 mila ingressi per lavoro stagionale e 650 ingressi per lavoro autonomo. Nel complesso, la programmazione triennale 2026-2028 prevede circa 500 mila ingressi. Si tratta di numeri significativi, che tuttavia non risolvono il problema fondamentale: un aumento delle quote non rende automaticamente più razionale la procedura.

Il primo limite è rappresentato dal click day.

La domanda può essere predisposta in anticipo, ma viene trasmessa soltanto a partire da un giorno e da un’ora prestabiliti. Per il 2026 sono stati previsti click day distinti per l’agricoltura, il turismo, il lavoro non stagionale e il settore domestico. Le domande vengono inserite in una competizione fondata essenzialmente sull’ordine cronologico di invio.

Questo sistema non seleziona il lavoratore maggiormente qualificato, il datore di lavoro più affidabile o il rapporto occupazionale più credibile. Seleziona chi riesce a trasmettere la domanda più rapidamente.

Il click day non è programmazione. È una lotteria amministrativa.

Il fatto che una domanda venga inviata pochi secondi prima di un’altra non dimostra che il relativo rapporto di lavoro sia più serio, necessario o meritevole. Eppure da quei pochi secondi può dipendere la possibilità di ottenere una quota e, quindi, di avviare l’intera procedura di ingresso.

Il secondo limite riguarda la distribuzione territoriale e settoriale delle quote.

Dopo l’invio delle domande, il Ministero del Lavoro procede all’attribuzione delle quote per provincia e per settore. Per il 2026 una prima assegnazione ha riguardato 40.075 quote; ulteriori contingenti sono stati successivamente distribuiti per il lavoro stagionale agricolo e turistico.

Questo meccanismo determina una duplicazione della programmazione. Prima viene fissato il numero nazionale degli ingressi. Poi le quote vengono suddivise territorialmente. Infine le domande vengono esaminate nei singoli procedimenti.

Il risultato è che una domanda formalmente corretta e fondata su un reale bisogno lavorativo può rimanere esclusa perché la quota territoriale è esaurita, mentre altrove possono residuare contingenti non utilizzati o successivamente riassegnati.

Il terzo limite è costituito dai tempi amministrativi.

L’ingresso del lavoratore richiede il rilascio del nulla osta, la trasmissione della documentazione alla rappresentanza diplomatica o consolare, il rilascio del visto, l’ingresso in Italia e la conclusione degli adempimenti relativi al contratto di soggiorno e al permesso.

Ogni passaggio dipende dal completamento del precedente. Un ritardo dello Sportello unico si trasferisce sul consolato. Un problema consolare rende inutile il nulla osta già rilasciato. Un ingresso tardivo può determinare la perdita dell’occasione lavorativa che aveva giustificato l’intera procedura.

Nel frattempo, l’impresa resta senza personale, la famiglia senza assistenza e il lavoratore senza una prospettiva certa.

Il quarto limite è rappresentato proprio dai consolati.

La programmazione nazionale degli ingressi non sempre tiene conto della capacità effettiva delle rappresentanze diplomatiche di ricevere le domande, verificare i documenti e rilasciare i visti. Aumentare le quote senza rafforzare gli uffici consolari significa spostare il blocco amministrativo da Roma al Paese di origine.

Il nulla osta al lavoro non produce alcun risultato concreto quando il lavoratore non riesce a ottenere tempestivamente un appuntamento per il visto.

Il decreto flussi si presenta così come una procedura unitaria, ma in realtà è una catena composta da amministrazioni diverse, sistemi informatici diversi, responsabilità frammentate e tempi raramente coordinati.

Quando la procedura fallisce, è anche difficile individuare il punto esatto nel quale si è arrestata e l’amministrazione effettivamente responsabile.

Le modifiche normative intervenute negli ultimi anni hanno cercato di velocizzare alcuni passaggi, modificando anche la decorrenza dei termini per il rilascio del nulla osta e collegandola all’imputazione della domanda alla quota. Ma il perfezionamento dei singoli termini non supera la debolezza complessiva del sistema.

La stessa previsione di ingressi fuori quota e l’annunciata volontà di ridimensionare il meccanismo del click day dimostrano che anche il legislatore ha iniziato a riconoscere l’inadeguatezza del modello.

Non basta, però, affiancare deroghe a un sistema che continua a fondarsi sulla logica dell’eccezione annuale.

Il mercato del lavoro non opera attraverso finestre amministrative. Le imprese non scoprono di avere bisogno di personale soltanto nei mesi precedenti il decreto. Le famiglie non programmano una condizione di non autosufficienza sulla base del calendario dei click day. Il turismo e l’agricoltura conoscono esigenze stagionali, ma queste esigenze possono essere previste attraverso canali stabili, non necessariamente attraverso una competizione telematica annuale.

Il decreto flussi dovrebbe essere superato da un sistema permanente di ingresso per lavoro, aperto durante tutto l’anno e fondato sulla verifica concreta della domanda occupazionale.

Questo sistema dovrebbe valutare la solidità economica del datore di lavoro, la genuinità del contratto, la congruità della retribuzione, la disponibilità dell’alloggio, la qualificazione del lavoratore e l’effettivo fabbisogno del settore.

La selezione dovrebbe avvenire sulla sostanza del rapporto, non sulla velocità di un collegamento internet.

È qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” può offrire una prospettiva diversa.

L’ingresso per lavoro non dovrebbe essere considerato un procedimento concluso con il rilascio del visto. Dovrebbe costituire l’inizio di un percorso di integrazione verificabile.

Il lavoratore deve essere messo nelle condizioni di apprendere la lingua italiana, conoscere i propri diritti e doveri, acquisire una formazione professionale, mantenere un rapporto di lavoro regolare e costruire una reale autonomia economica.

Il datore di lavoro, a sua volta, deve assumere una responsabilità effettiva. Non può limitarsi a presentare una domanda e scomparire dopo l’ingresso del lavoratore. Deve garantire la genuinità dell’assunzione, il rispetto delle condizioni contrattuali e la correttezza degli adempimenti contributivi.

Lo Stato deve accompagnare e controllare questo percorso.

Quando l’integrazione lavorativa e sociale riesce, la permanenza deve potersi consolidare. Quando invece il contratto è fittizio, il rapporto non viene instaurato o vengono meno le condizioni che avevano giustificato l’ingresso, occorre una risposta giuridica rapida, proporzionata e rispettosa delle garanzie individuali.

Questa risposta è la ReImmigrazione.

Non una deportazione collettiva e non una formula propagandistica, ma un sistema ordinato di ritorno per chi non possiede più un titolo effettivo alla permanenza e non ha maturato condizioni di protezione, vita familiare o radicamento tali da impedirne l’allontanamento.

Integrazione e ReImmigrazione sono quindi le due conseguenze possibili di un percorso giuridico chiaro.

Il decreto flussi, al contrario, continua a concentrare quasi tutta l’attenzione sul momento iniziale dell’ingresso. Stabilisce quanti possono entrare, ma non costruisce adeguatamente ciò che deve accadere dopo.

Non misura l’integrazione. Non segue il rapporto di lavoro nel tempo. Non collega in modo coerente la permanenza alla riuscita del progetto occupazionale. Non prevede una risposta sistematica quando quel progetto fallisce.

È per questo che non basta un bravo meccanico.

Si possono migliorare i portali, aumentare il personale degli Sportelli unici, rafforzare i consolati, semplificare la documentazione e ampliare le quote. Sarebbero interventi utili, ma non cambierebbero la natura di una procedura costruita intorno alla scarsità amministrata e alla competizione temporale.

Il decreto flussi appartiene a un modello nel quale l’immigrazione viene tollerata come eccezione annuale, anziché governata come fenomeno strutturale.

L’Italia ha bisogno di lavoratori stranieri. Ha però anche bisogno di sapere chi entra, per quale lavoro, con quali garanzie e attraverso quale percorso di integrazione.

Quando queste condizioni esistono, l’ingresso deve essere semplice, rapido e stabile.

Quando non esistono o vengono meno, lo Stato deve recuperare la capacità di decidere.

Click day, consolati e burocrazia non sono soltanto malfunzionamenti della macchina. Sono il sintomo di un modello che ha esaurito la propria funzione.

Il decreto flussi non si ripara.

Si supera.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36, in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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