Chi rappresenta davvero gli immigrati a Bologna? Il potere delle associazioni nel modello Lepore

Il Comune di Bologna ha compiuto una scelta politica precisa: coinvolgere direttamente le associazioni delle comunità straniere e il Terzo settore nella costruzione delle politiche cittadine sull’immigrazione, sull’integrazione e sull’accesso ai servizi.

Nel maggio 2026 si è insediato il Forum interculturale delle cittadinanze di Bologna, presentato dall’amministrazione come uno spazio di democrazia partecipativa destinato a rafforzare il protagonismo delle persone con background migratorio e internazionale nei processi decisionali del Comune.

Trenta realtà associative avevano partecipato alla fase di ideazione e progettazione del Forum. Nel luglio successivo, secondo la comunicazione ufficiale del Comune, le organizzazioni aderenti erano già diventate circa quaranta. Il nuovo organismo non svolge soltanto una funzione consultiva: può presentare progetti, proporre servizi e metodologie d’intervento e partecipare alla co-programmazione delle politiche pubbliche comunali.

Il Forum opera su due livelli. Da un lato sono previsti incontri aperti anche a gruppi informali e singoli cittadini; dall’altro, gli incontri operativi sono composti dai rappresentanti delle associazioni aderenti. Il coordinamento iniziale è stato affidato alle referenti di tre organizzazioni: l’Associazione Dominicana Hermanas Mirabal de Bologna, Selam APS e Status Equo.

Non si tratta, dunque, di un semplice luogo di ascolto. Il Forum è destinato a incidere sull’elaborazione delle politiche comunali.

La partecipazione associativa è legittima e può essere utile. Le organizzazioni radicate sul territorio conoscono problemi che spesso sfuggono agli uffici pubblici, aiutano le persone a orientarsi nei servizi, fanno emergere discriminazioni e consentono all’amministrazione di entrare in contatto con comunità altrimenti difficili da raggiungere.

Il problema nasce quando questa partecipazione tende a essere presentata come la voce degli immigrati nel loro complesso.

Chi rappresentano realmente le associazioni che siedono nei tavoli comunali? Quante persone partecipano alla loro attività? Come vengono scelti i rappresentanti? Quali procedure democratiche interne adottano? Quali comunità risultano presenti e quali, invece, rimangono escluse? Quali rapporti economici intrattengono con il Comune, con ASP, con le cooperative sociali e con gli altri enti che gestiscono servizi pubblici?

Sono domande legittime, perché l’associazionismo non coincide automaticamente con la rappresentanza.

La popolazione straniera di Bologna è estremamente eterogenea. Comprende lavoratori dipendenti, imprenditori, professionisti, studenti, cittadini europei, rifugiati, richiedenti asilo, persone naturalizzate italiane, famiglie stabilmente radicate e nuovi arrivati. Appartiene a decine di nazionalità, culture, confessioni religiose e condizioni sociali differenti.

Non esiste, quindi, un’unica comunità immigrata e non esiste una posizione politica comune a tutti gli stranieri.

Molti immigrati pienamente integrati non frequentano associazioni comunitarie, non partecipano ai tavoli istituzionali e non chiedono di essere rappresentati sulla base della propria origine. Lavorano, pagano le tasse, mandano i figli a scuola e vivono la città come qualsiasi altro residente.

È possibile che proprio queste persone, che rappresentano gli esempi più riusciti di integrazione, risultino meno visibili all’amministrazione rispetto ai soggetti organizzati che operano professionalmente o politicamente nel settore migratorio.

Il rischio è evidente: il Comune può finire per ascoltare soprattutto chi ha interesse ad ampliare servizi, progetti, finanziamenti e forme di mediazione, mentre rimane meno rappresentata la voce di chi chiede autonomia, responsabilità individuale, controllo dei risultati e superamento dell’assistenza.

Il modello Lepore sembra attribuire alle associazioni una funzione non soltanto sociale, ma autenticamente politica.

Il Forum viene descritto dal Comune come uno strumento per fornire pareri qualificati, proporre nuovi interventi e costruire una visione condivisa delle politiche pubbliche. L’amministrazione afferma inoltre che il coinvolgimento strutturato delle realtà migranti consentirebbe di ridurre il rischio di discriminazioni istituzionali e sistemiche e di rendere i servizi più accessibili ed efficaci.

È un’impostazione coerente con il Piano d’azione locale per una città antirazzista e interculturale. Quel documento indica tra i propri principi guida il coinvolgimento, in ogni fase, delle persone appartenenti ai gruppi definiti “razzializzati”, delle loro organizzazioni e delle realtà della società civile impegnate nella promozione dell’uguaglianza. Il Piano fu preceduto da un avviso pubblico al quale parteciparono complessivamente 42 soggetti.

Si sta quindi formando un vero sistema istituzionale della rappresentanza migrante: associazioni, Forum, uffici comunali, sportelli antidiscriminazione, Terzo settore, progetti interculturali e percorsi di co-programmazione.

Questo sistema può produrre conoscenze e interventi utili, ma contiene anche un possibile conflitto di interessi.

Alcune organizzazioni possono contemporaneamente segnalare i bisogni, contribuire a definire le politiche necessarie a soddisfarli e partecipare, direttamente o indirettamente, alla gestione dei servizi finanziati per realizzare quelle stesse politiche.

Non significa che vi siano necessariamente irregolarità. Significa che l’amministrazione dovrebbe garantire la massima trasparenza sui ruoli, sui finanziamenti, sulle convenzioni, sui criteri di selezione e sulla valutazione dei risultati.

Chi propone un servizio non dovrebbe essere automaticamente considerato il soggetto più adatto a gestirlo. Chi riceve risorse pubbliche non dovrebbe essere l’unico interlocutore chiamato a valutarne l’utilità. Chi afferma di rappresentare una comunità dovrebbe dimostrare quale sia il proprio effettivo radicamento.

La co-programmazione prevista dal Codice del Terzo settore non attribuisce alle associazioni una rappresentanza politica generale. È uno strumento di collaborazione amministrativa finalizzato a individuare bisogni e possibili risposte, ma non può sostituire il ruolo degli organi elettivi né escludere le altre componenti della cittadinanza.

Il Comune dovrebbe quindi chiarire quale rapporto esista tra le proposte del Forum e le decisioni della Giunta e del Consiglio comunale. Dovrebbe pubblicare i verbali degli incontri, i documenti presentati, i pareri formulati, i criteri di adesione e l’elenco aggiornato delle organizzazioni partecipanti.

Soprattutto, dovrebbe evitare che il confronto sull’immigrazione avvenga soltanto all’interno di un circuito composto da amministrazione, associazioni e operatori del settore.

Le politiche migratorie riguardano l’intera città.

Riguardano le famiglie che cercano casa, gli insegnanti che gestiscono classi sempre più complesse, i lavoratori che competono nei settori meno qualificati, gli imprenditori che hanno bisogno di manodopera, gli amministratori condominiali, i commercianti, i servizi sanitari, le forze dell’ordine e i residenti dei quartieri nei quali si concentrano maggiormente fragilità e trasformazioni demografiche.

Tutti questi soggetti dovrebbero partecipare alla valutazione delle politiche comunali.

Un autentico organismo sull’integrazione dovrebbe comprendere non soltanto le associazioni migranti e il Terzo settore, ma anche rappresentanti delle scuole, delle imprese, dei sindacati, delle professioni, dei proprietari e degli inquilini, delle forze di polizia, dei servizi sociali e dei comitati territoriali.

Dovrebbe ascoltare anche chi critica le politiche comunali, non soltanto chi ne condivide l’impostazione.

Il rischio del modello Lepore è invece quello di costruire una rappresentanza selettiva: il Comune individua come interlocutori privilegiati i soggetti già vicini alla propria idea di città e utilizza poi il loro coinvolgimento come dimostrazione del carattere partecipato delle proprie decisioni.

Si crea così un circuito circolare. L’amministrazione sceglie la cornice ideologica dell’inclusione e dell’antirazzismo; coinvolge prevalentemente le organizzazioni che si riconoscono in quella cornice; le associazioni confermano la necessità di ampliare servizi e partecipazione; il Comune presenta quelle richieste come espressione delle comunità straniere.

Ma il consenso delle organizzazioni coinvolte non dimostra che la politica adottata rappresenti tutti gli immigrati e neppure che produca integrazione.

La rappresentanza non si misura dal numero delle associazioni presenti a un tavolo. Si misura dalla capacità di intercettare la pluralità reale della popolazione e di rendere conto pubblicamente delle proprie decisioni.

Il paradigma di Integrazione o ReImmigrazione non propone di escludere le associazioni. Propone di collocarle all’interno di un sistema più ampio, trasparente e pluralista.

Le comunità straniere devono essere ascoltate. Ma nessuna organizzazione può arrogarsi il diritto di parlare in nome di tutti gli immigrati.

Le associazioni devono poter proporre interventi. Ma i progetti devono essere valutati attraverso risultati misurabili: lingua, lavoro, scuola, autonomia abitativa, rispetto delle regole e uscita dai circuiti assistenziali.

Il Terzo settore deve collaborare con l’amministrazione. Ma la collaborazione non può trasformarsi in un sistema chiuso che produce bisogni, servizi e consenso senza una verifica indipendente.

Bologna ha istituito un Forum per dare voce alle cittadinanze migranti.

Ora deve spiegare chi possiede quella voce, chi l’ha scelta e a nome di quante persone parla davvero.

Perché ascoltare le associazioni è partecipazione.

Considerarle automaticamente rappresentative di tutti gli immigrati è, invece, una scelta politica che deve essere sottoposta al controllo dei cittadini.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

La scuola come sensore sociale: un patto educativo per le seconde generazioni

La scuola è il luogo nel quale l’integrazione diventa visibile prima che altrove. È nelle classi, nei rapporti con le famiglie, nella frequenza, nel rendimento e nella partecipazione alle attività educative che emergono i progressi, ma anche le difficoltà più profonde. Nel territorio di Malalbergo, la presenza di alunni con cittadinanza non italiana è ormai…

Dubai porta alla frontiera ciò che www.reimmigrazione.com aveva previsto: l’immigrazione sarà governata dagli algoritmi

Dubai sta trasformando il controllo dell’immigrazione in un procedimento sempre più rapido, automatizzato e apparentemente invisibile. Nei primi sei mesi del 2026, i sistemi digitali gestiti dalla General Directorate of Identity and Foreigners Affairs avrebbero trattato oltre 9,4 milioni di viaggiatori. La maggior parte ha utilizzato gli Smart Gates, mentre più di 439 mila persone…

A Padova la conferenza “ReImmigrazione – Quale futuro per l’identità europea?”

Sabato 10 ottobre 2026, alle ore 15:00, si terrà a Padova, in via Piovese 140, la conferenza “ReImmigrazione – Quale futuro per l’identità europea?”, con gli interventi di Lamberto Rimondini e dell’Avvocato Fabio Loscerbo. L’incontro affronterà uno dei temi più delicati del nostro tempo: il rapporto tra immigrazione, integrazione e identità europea. Al centro del…

Commenti

Lascia un commento