Commento all’articolo de il manifesto dal titolo “Il Parlamento Ue avvia l’era delle deportazioni”
Leggendo l’articolo https://ilmanifesto.it/il-parlamento-ue-avvia-lera-delle-deportazioni ho la netta impressione che si stia utilizzando una categoria sbagliata per descrivere un fenomeno reale. Parlare di “deportazioni” non è solo una scelta lessicale forte: è una qualificazione giuridicamente scorretta.
Quello che il Parlamento Europeo ha approvato, nell’ambito delle politiche della Unione Europea, è un rafforzamento dei rimpatri e delle procedure di frontiera. Si tratta di strumenti già esistenti nell’ordinamento europeo, che vengono resi più incisivi. Possiamo discuterne la legittimità, l’opportunità, perfino la compatibilità con alcune garanzie, ma restiamo dentro un quadro giuridico.
La deportazione è un’altra cosa. È un concetto che presuppone espulsioni collettive, indiscriminate, sganciate da un accertamento individuale. Qui, invece, siamo ancora nel perimetro di decisioni amministrative individuali, impugnabili e soggette a controllo giurisdizionale. Confondere i due piani significa rinunciare alla precisione del diritto.
Il problema vero, però, non è solo quello che l’articolo denuncia. È soprattutto ciò che completamente manca: ogni riferimento all’integrazione come criterio giuridico rilevante.
L’Unione europea sta rafforzando gli strumenti di allontanamento, ma continua a non chiarire un punto essenziale: sulla base di quale criterio uno straniero può restare legittimamente nel territorio. E l’articolo, pur critico, si muove nello stesso schema: contesta l’espulsione, ma non affronta il tema della selezione fondata sull’integrazione.
Così il dibattito resta monco. Si discute di come allontanare, ma non di chi debba restare.
È esattamente qui che si colloca il limite strutturale del sistema: l’assenza di un parametro giuridico che valorizzi il radicamento effettivo della persona – lavoro, lingua, rispetto delle regole – e che consenta una distinzione razionale tra permanenza e allontanamento.
Senza questo passaggio, il rafforzamento dei rimpatri rischia di trasformarsi in una risposta puramente amministrativa a un problema che è, prima di tutto, strutturale. E anche la critica giornalistica, se non affronta questo nodo, finisce per restare sul piano della retorica, senza incidere realmente sulla costruzione di un modello alternativo.

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